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IL VERGINE, UN INNAMORATO DI DIO (VIII)

AMARE E RESTARE NELL’AMORE

 

Chi è innamorato di Dio si sente amabile e amato. Ciò gli consente di continuare a lasciarsi amare e di apprezzare i gesti d’affetto di cui è piena la vita e che vengono da tante persone. Costui troverà e gusterà ogni giorno il centuplo promesso da Gesù.

 

L’espressione è suggestiva, ancorché non originale, ma non piace a tutti; sembra eccessiva, come una pia forzatura poco credibile (e poco creduta). Ciò che pare sospetto, in essa, è proprio la terminologia, che sembra rubata ad altri linguaggi e contesti: “innamorato” va bene per dire di lui-cotto-di-lei, ma pare improprio parlare in questi termini del rapporto con Dio da parte del vergine. Almeno nei casi ordinari.

Val la pena, allora, chiarire. Il termine innamoramento significa, secondo Lonergan, amore intenso e creativo, totale e totalizzante, senza limiti né restrizioni, condizioni o riserve. Ed è naturale che la creatura “s’innamori” del Creatore, anzi, a rigor di termini, solo colui che è amore senza limiti, può esser amato senza limiti; solo la bontà e tenerezza infinita può esser amata totalmente. Improprio, sempre secondo il noto teologo, è semmai l’uso del termine per parlare di relazioni amorose umane.

Secondo chiarimento. Innamorarsi non è cosa eventuale o legata al carattere di qualcuno, ma rappresenta l’esito normale della crescita affettiva; l’essere umano è fatto per questo, non può fare a meno di consegnarsi e abbandonarsi totalmente a un altro o a una grande passione: a chi o cosa lo sceglierà lui, ma celibe o sposato che sia dovrà innamorarsi. Senza innamoramento all’uomo manca qualcosa d’essenziale. Tanto più, specifichiamo noi, se si tratta di chi ha scelto la verginità per il Regno.

Vediamo allora d’indicare le componenti o i passi progressivi dell’innamoramento del vergine.

 

Seduzione strana

 

All’origine dell’innamoramento non c’è l’io, ma il tu; chi s’innamora in qualche modo subisce l’azione dell’altro, è passivo rispetto a lui. Nel caso del vergine questo è particolarmente evidente, poiché è Dio che prende l’iniziativa, anzi, è lui che è innamorato e, come e più d’ogni innamorato, seduce. Ma in modo singolare, e non come avviene spesso nella seduzione umana che incanta e in qualche modo inganna, che fa vedere tutto bello e rosa nascondendo il lato più aspro e impervio della realtà.

Al contrario Dio seduce con la prova, con la prospettiva d’una scelta che implica molta rinuncia, chiede il sacrificio del figlio, attira nella solitudine del deserto, sfida persino ad andarsene con parole misteriose e provocanti… È la seduzione sofferta da Abramo, gustata da Osea, patita da Geremia, sperimentata da Pietro… Ma è anche la seduzione accuratamente evitata da chi non accetta la prova e non ne riconosce la funzione provvidenziale, come il vergine, ad es., che teme e fugge la solitudine. Costui non sarà mai innamorato di Dio, perché non potrà accorgersi, se evita la solitudine, che Dio è innamorato di lui.

 

Coscienza di sé

 

Innamorarsi significa amare con tutto il cuore, la mente, le forze…, tanto più totalmente attratte e coinvolte nell’operazione, quanto più l’essere amato è in se stesso amabile. Per innamorarsi di Dio, dunque, ci vogliono anche le mani e i piedi, la decisione e l’azione, la ragione e la sensibilità…, ci vuol tutta la vita e ogni battito del cuore, poiché Dio è il più amabile degli esseri.

Ne deriva, come conseguenza, che se nessuno come l’innamorato è consapevole delle possibilità del suo cuore (poiché nessuno come lui è disposto all’impossibile pur d’esprimere e realizzare il suo amore), questo è ancor più vero per l’uomo innamorato di Dio. L’amore intenso per l’Eterno svela l’essere umano a se stesso, gli fa prender coscienza come nessun altro affetto delle possibilità nascoste e inedite del suo cuore, quasi spremendole fino alla massima realizzazione. Nessuno come l’innamorato di Dio conosce mura e sotterranei del proprio cuore.

Per questa ragione egli è anche immagine dell’uomo nuovo e profezia dei tempi nuovi, di quel che tutti siamo e saremo, di quella verginità che è vocazione universale.1

 

Nascita della libertà

 

Si dice di solito che l’innamorato è “cotto”, quasi avesse perso autonomia e lucidità. E invece è esattamente il contrario. Perché l’innamoramento provoca non solo un aumento della coscienza di sé, come ora detto, ma pure la nascita della libertà. L’innamorato, infatti, gode della certezza d’esser amato e di amare, ovvero di quelle due certezze da cui sgorga la libertà affettiva.

Ogni amore dà a suo modo questa doppia sicurezza, al punto che l’innamorato non sente bisogno d’altri affetti, e non cambierebbe con nessuno al mondo la persona dell’amato/a; per questo l’innamoramento è esclusivo e l’amore sa d’eterno, perché amare significa dire a (o sentirsi dire da) un altro: «Tu non morrai…».

Tanto più questo è vero quando si ama Dio e quando è Dio a sussurrare al cuore quelle parole di vita. Perché nulla come il suo amore può dare all’uomo queste due certezze: d’essere amato da sempre e per sempre, e di poter e dover amare per sempre. Quel “per sempre” è possibile e sperimentabile solo con l’Eterno.

Ed è inizio e garanzia di libertà affettiva: da un lato elimina la paura che ogni uomo si porta dentro, il dubbio di non esser amabile (e di non essere stato abbastanza amato), dall’altro toglie pure la pretesa (o la condanna) speculare, quella di (dover) meritare l’amore. La croce, massima espressione dell’amore divino, libera radicalmente da paura e presunzione; è la prova suprema che l’amore non può esser conquistato, è dono, ma può esser gustato solo da chi non lo cerca avidamente, solo da chi è libero di lasciarsi amare.

Di qui una conseguenza che è anche un segno positivo inconfutabile: chi è innamorato di Dio si sente amabile e amato, già appagato in questa esigenza naturale. Ma è proprio questo appagamento che ora gli consente di continuare a lasciarsi amare e non solo da Dio, ovvero d’esser libero d’apprezzare con riconoscenza anche i piccoli gesti d’affetto di cui normalmente è piena la vita e che vengono da tante persone, senza pretender chissà cosa. Costui troverà e gusterà ogni giorno il centuplo promesso da Gesù.

Chi, al contrario, non vive un reale innamoramento di Dio non possiede la stessa certezza (della propria amabilità), dunque non sarà libero di lasciarsi benvolere, poiché avrà bisogno di cercare ossessivamente segni d’affetto attorno a sé, ma proprio perché li cerca con apprensione e affanno da preadolescente o come conquista meritoria non apprezzerà i piccoli gesti, ammesso che se n’accorga, e non raggiungerà mai la sensazione definitiva dell’appagamento, avrà bisogno di prestazioni sempre maggiori, sarà geloso e mai sazio, possessivo e invadente, come in un tormento infinito, per sé e per gli altri.

Chi non è innamorato del Creatore non è libero di lasciarsi amare dalle creature.

 

Estensione dei confini

 

L’innamoramento non comporta il fagocitamento dell’altro (“tu sei mio”), ma esattamente il contrario: è l’io che estende i propri ai confini dell’amato, protendendosi verso di lui, verso i suoi valori e interessi, per esser proprio come lui e identificarsi col suo destino. L’amore, infatti, o trova simili o rende simili, in un’inarrestabile azione trasformante.

E se oggetto dell’amore è Dio, chi s’innamora di lui è inevitabilmente portato a estendere i propri confini umani a quelli divini, ovvero a immedesimarsi sempre più con Dio. In altri termini l’oggetto dell’amore diventa sempre più il modo d’amare, ne detta lo stile, favorendo l’unità della persona amante. È un’altra legge psicopedagogica, e altro segnale d’autentico innamoramento. Chi ama intensamente il Padre sarà condotto progressivamente ad amare come lui; se non ama come lui vuol dire che non l’ama, o l’ama poco, senza esserne innamorato; o farà più il facchino che l’innamorato, e la vita gli peserà sempre più.

Forse proprio questo è l’elemento che consente di distinguere il semplice amore dall’innamoramento. Chi è innamorato del Signore Gesù lo pone al centro della vita, come colui che unifica la sua persona concentrandola attorno a un’unica grande passione, lo assume come criterio delle sue scelte, ciò che gli fa sperimentare il gusto squisito e liberante di “far le cose per amore”, colui che rende incredibilmente feconda la sua solitudine.

L’io del vergine innamorato s’espande allora su misura del cuore di Cristo, disponendosi a entrare nella sua medesima logica di consegna di sé al Padre e ai fratelli, alla vita e alla morte.

La croce, espressione più grande dell’amore più grande, segna il limite estremo di questo processo d’estensione dei confini dell’io, o – più semplicemente – diventa il confine dell’io, la sua forma nascosta.

 

Maturazione dell’identità

 

L’io in genere cresce dinanzi a un tu e grazie alla relazione con l’altro, in un equilibrio dinamico e mai scontato tra dipendenza e autonomia. L’innamoramento crea una situazione singolare e ottimale da questo punto di vista, poiché implica il massimo sia della relazione con l’altro che della consapevolezza della propria personalità e delle possibilità del proprio cuore, come già sottolineato. La cosa interessante è che l’una evoca l’altra: più c’è alterità, più c’è identità; maggiore è la fusione, maggiore sarà pure la differenziazione.

Tutto questo diventa particolarmente evidente nel caso del vergine. La relazione intensa e appassionata con il Signore consente al vergine di scoprire in lui il Maestro, l’unico che gli può dire la verità e svelargli l’identità, quel che è chiamato a essere. E scopre di fatto che la sua propria identità è «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3), ovvero è adombrata nello stesso stile di vita di colui che ora è il “suo” Signore. È solo una relazione amorosa che consente di riconoscersi nell’altro, e che nel nostro caso permetterà al vergine innamorato di identificarsi completamente con il Figlio e Servo, cercando la propria via personalissima, unica-singola-irripetibile, d’esser figlio e servo. E gustando profondamente d’esser tale.

 

Crescita nella libertà affettiva

 

Dentro questa relazione misteriosa tra alterità e identità si realizza in pienezza anche la libertà. La quale non è, come pensa l’uomo primitivo, questione d’indipendenza e autonomia, ma di amore e d’amore intenso. È libero, vogliamo dire, o inizia a esser tale chi anzitutto possiede quelle due certezze di cui abbiamo già detto, ma lo è pienamente e al massimo grado chi sceglie di dipendere in tutto da ciò o da colui che ama e che è chiamato ad amare. Come quel vergine che, all’interno d’una relazione amorosa, riconosce nel Signore della vita la sua propria identità, e decide liberamente di dipendere da lui nei suoi progetti e decisioni, nei suoi pensieri e desideri, nel suo stile d’amare e di lasciarsi amare, nel modo di vivere e d’andare incontro alla morte. Innamorarsi vuol dire proprio questo, ed è la piena libertà.

Anzi, è la vera libertà: quella che nasce dall’amore ricevuto, che consente di scoprire nell’amato la propria identità, d’esserne attratti e realizzarla in pienezza. Non è vera, invece, la libertà che conduce a dipendere (= a innamorarsi) da ciò che non si è chiamati ad amare (poiché non esprime la propria verità): sarebbero una libertà e un innamoramento contraddittori, poiché porterebbero il vergine fuori della propria identità e verità, lontano dal suo centro.

È l’intensità dell’amore, dunque, che determina la libertà di dipendere. Nessuno può dirsi libero se non ha il coraggio di consegnarsi totalmente a ciò che è chiamato ad amare, affidandogli la sua stessa libertà. Questo è il vero senso dell’“ama e fa quel che vuoi”.

 

Restare nell’amore

 

Innamorarsi forse è facile, il difficile è restare nell’amore, «nella buona e nella cattiva sorte», cioè sempre: l’innamoramento è la formazione permanente dell’amore. Che non vuol dire, da un lato, che la passione degl’inizi debba per forza rimanere identica nel tempo, ma neanche che l’amore sia costretto a diminuire o ridursi. Restare nell’amore vuol dire semplicemente che l’amore… ha le sue stagioni, e tutte sono importanti per il ciclo completo della vita in Cristo del vergine, e per la fioritura del suo amore per lui e, attraverso lui, per molti altri.

Non sempre chi si consacra a Dio può aver nel cuore il fuoco acceso della passione d’amore per Cristo; a volte questo fuoco potrà sembrare spento, e al posto della fiamma vi sarà la cenere. Purché sotto vi sia la brace accesa, e dentro al cuore la voglia di soffiarvi…

Detto diversamente: ciò che qualifica esistenza e amore del vergine non è il possesso tranquillo d’un amore facile, ma a volte solo la nostalgia d’una passione, o la tristezza per averla forse rinnegata, e in ogni caso la fatica di orientare e riorientare in continuazione il proprio amore verso quella relazione totale ed esclusiva, che unifica e concentra, libera e liberante, santificante e sponsale con Cristo.

L’innamoramento è questa dolce fatica, o come il nardo puro e profumato conservato nel vaso d’argilla del nostro cuore!

 

Amedeo Cencini

 

1 Cf scheda 2.

 

 

COME RISOLVERE BENE LE CRISI (IX)

CRISI AFFETTIVA GRAZIA O DEBOLEZZA?

 

Non si può ridurre la crisi a un fatto solo morale-comportamentale. È prima ancora un modo d’intendere la vita e la propria consacrazione, più o meno realista. La risolve bene non solo chi tiene duro e resiste alla tentazione, ma chi attraverso di essa cresce nella comprensione della sua identità e sceglie d’esserle fedele.

 

La vita è fatta di crisi, anche quella di chi si consacra al Signore nella verginità. Crisi come coscienza d’una non corrispondenza tra io ideale e io attuale, (o tra la propria identità e le provocazioni della realtà), e come scarto che chiede una scelta o conversione, per un nuovo equilibrio di rapporti tra l’ideale e la condotta di vita.

Così intesa la crisi è componente normale e positiva d’un processo di formazione permanente (o addirittura dell’idea di identità), come due elementi strettamente connessi tra loro. Da un lato è proprio la consapevolezza dello scarto tra ideale e realtà che rende la vita cammino costante formativo; mentre, dall’altro, è solo chi prende sul serio tale cammino che potrà avvertire lo scarto stesso.

 

TIPOLOGIA

DELLE CRISI

 

Vi sono persone che non vanno mai in crisi, quasi imperturbabili e sempre soddisfatte di sé; come quei (finti) celibi che vivono con olimpica tranquillità situazioni personali-relazionali scabrose; o che non avvertono mai alcun senso di colpa, né si sentono provocati a cambiar nulla nel loro vissuto, poiché per loro va sempre tutto bene, sono gli altri che pensano male. Costoro farebbero bene a farselo venire qualche senso di colpa e a lasciarsi entrare un po’ in crisi ogni tanto.

Oppure c’è il consacrato/a che non conosce alcuna crisi affettiva perché ha rimosso affettività e sessualità (“le avevo messe in frigo”, disse uno di questi, una volta aperti gli occhi), poiché in realtà teme entrambe o non sa come gestirle; e finisce per vivere una vita piatta e relazioni senz’alcun coinvolgimento interiore, divenendo freddo e senza cuore. Anche per questi la crisi sarebbe benefica, magari una bella cotta.

O, al contrario, c’è il tipo in crisi stabile, che non ne viene mai fuori, o perché troppo ripiegato su di sé, un po’ perfezionista e un po’ scrupoloso; o perché vede sì il contrasto dentro di sé, ma non si decide mai a cambiare e continua a vivere nel compromesso. Un personaggio così va provocato a viver la crisi in modo coerente, per saltarne fuori e non subirla.

Ma vi sono anche consacrati poco attenti, come le vergini stolte che s’accorgono d’esser in crisi solo quando questa esplode e loro non han più la forza di gestirla. A costoro si dovrebbe insegnare a prevenire le crisi o a riconoscerle quando sono allo stadio iniziale.

O, infine, c’è il consacrato che s’innamora e pensa per questo di avere sbagliato tutto e dover cambiare tutto. Oppure è così piacevole e inedita l’esperienza che sta vivendo (“ho scoperto l’amore”, mi disse radioso un giovanissimo prete innamoratissimo d’una donna) che non ne vuol più sapere di voti e dintorni, e non c’è verso di farlo ragionare. è la storia di molte crisi precoci di (ex)giovani consacrati (precoci pure nella “soluzione” della crisi).

Insomma, c’è crisi e crisi.

 

VIVERE

LA CRISI

 

Non si può ridurre la crisi a un fatto solo morale-comportamentale. È prima ancora un modo d’intendere la vita e la propria consacrazione, più o meno realista. La risolve bene non solo chi tien duro e resiste alla tentazione, ma chi attraverso essa cresce nella comprensione della sua identità e sceglie d’esserle fedele.

L’alternativa, allora, è tra modalità autentica e non autentica di viver la crisi.

La crisi diventa momento di grazia quando è gestita con questi atteggiamenti.

 

Sincerità

 

Il vergine è sincero quando s’accorge di quel che il proprio cuore sta vivendo, e ha il coraggio di dirsi, ad es., che prova un certo sentimento per una certa persona, la quale è un po’ troppo spesso nei suoi pensieri e desideri, e dalla quale si sente messo al centro delle attenzioni, mentre lui è così lucido da ammettere che la cosa gli piace e l’attira, lo fa sentir vivo e importante per qualcuno… Non è un peccato provare questo, ma è da persona intelligente dirselo senza tanti raggiri. Anche perché è più semplice esser sinceri che non cercare in mille modi di nascondersi a se stessi.

Come fece Thomas Merton quando, al vertice della sua fama come scrittore di vita spirituale e non più giovane, s’innamorò profondamente dell’infermiera che lo curava. Con sofferta sincerità scrisse nel suo diario che lui, il “monaco”, il contemplativo solitario dell’Assoluto, si sentiva «tormentato dalla graduale consapevolezza che ci amavamo e non sapevo come avrei potuto vivere senza di lei»[1][1].

Esser sinceri dinanzi a sé e a Dio è il primo passo per leggere la crisi nel mistero e lasciare che il suo sguardo si posi su di essa.

 

Sensibilità morale

 

È realista colui che tiene ben puntati i suoi radar e conserva una sensibilità attenta e gelosa dei suoi valori, fino al punto di provare il dolore d’averli eventualmente disattesi, poiché in essi è nascosta la realtà del suo io. C’è un senso di colpa che è assolutamente sano e costruttivo, sapiente e realista; così come c’è una sensibilità morale che può essere inibita e sviata da abitudini lentamente apprese non coerenti coi propri valori e dunque fuori della realtà. Ognuno ha la sensibilità che si merita e che si è lentamente formata.

 

Atteggiamento costruttivo

 

La persona matura non è chi non ha crisi ma chi le attraversa fino in fondo e sfrutta per crescere e non deprimersi, per costruire e non per distruggere quanto ha realizzato fino a quel momento, per purificare la motivazione iniziale e non per reinterpretare tutto in dietrologie senza senso (come il tipo che lascia perché ha scoperto che all’inizio della sua vocazione c’è stato l’influsso materno).

Ha l’olio della sapienza nella lampada il vergine che si serve della crisi per conoscersi meglio nella propria realtà, negli angoli più reconditi e nei suoi aspetti meno positivi, magari inediti. Quando il cuore soffre, lì viene fuori ciò che in condizioni normali resta nascosto, si manifesta cosa c’è al centro della vita e s’abbandonano sogni e illusioni. Una cotta è come un terremoto che cambia la geografia intrapsichica dell’innamorato; di fatto per molti è l’esperienza più rivelatrice della propria vita.

 

Dalla sincerità alla verità

 

Ma non basta la sincerità. Nelle crisi occorre andare oltre la sensazione soggettiva, al di là di quel che si prova, e chiedersi da dove viene tutto ciò, cosa sta a dire del proprio cammino di maturazione, come mai s’è arrivati a quel punto o cosa in realtà si sta desiderando, al di là dell’amore sognato, spesso idealizzato, e oltre il prurito, sovente adolescenziale, della gratificazione dei sensi.

Il massimo realismo della vita è passare dalla sincerità alla verità, come un pellegrinaggio alle fonti dell’io, che potrebbe svelare aspetti sorprendenti e dare una svolta alla crisi. Merton, ad es., mostrò tale coraggio quando con grande trasparenza introspettiva giunse a scoprire che ciò che cercava forse non era la sua amata, ma una soluzione al vuoto del suo cuore. Lei era «la persona il cui nome tentavo di usare come qualcosa di magico per spezzare la presa della tremenda solitudine del mio cuore»[1][1].

Spesso è proprio così nell’innamoramento del vergine, che cerca l’altra soprattutto per non star solo con se stesso. Chi ha il coraggio d’ammetterlo comprende che anzitutto non ha il diritto di “usare” nessuno per i propri problemi, e forse comincerebbe a vivere la solitudine in modo diverso, non più come uno spauracchio da tener il più lontano possibile ma – al contrario – come luogo vitale, quello ove affondano le proprie radici e ove emerge la più profonda verità su noi stessi: noi non siamo mai soli, poiché nel punto più profondo del nostro essere c’è Dio, l’innamorato dell’uomo.

 

Dallo psichico allo spirituale

 

Infine, la crisi è vissuta bene quando non è solo un incidente psicologico pur con conseguenze nella vita spirituale, ma quando è interpretata dinanzi a Dio, alla luce di queste domande: cosa mi sta dicendo Dio attraverso questa prova, che mi sta dando e chiedendo, dov’è il Signore in tutto ciò?

Nella risposta a queste domande sta la realtà e il vero senso della crisi. Poiché il protagonista resta lui, l’Eterno, che può servirsi anche d’un momento di debolezza e smarrimento per rivelarsi in modo inedito o per scuotere e attirare nuovamente a sé. In fondo il Creatore ha sempre cercato la creatura attraverso la prova, e così continuerà a fare con chi saprà cogliere nella prova del cuore una mediazione tra le più efficaci del divino.

Come successe ancora a Merton, per il quale l’esperienza d’innamoramento significò alla fine “una liberazione interiore che gli diede un nuovo senso di certezza, fiducia, sicurezza nella sua vocazione e nel profondo di sé”[1][1].

 

L’altra possibilità è quella d’una crisi affettiva infruttuosa. Non pretendo descriverne le varie e molte forme, ma solo indicarne quelli che di solito sono i passaggi salienti.

 

Piccole e veniali gratificazioni

 

All’inizio la persona avverte dentro di sé una vaga situazione di disagio, che la porta a soffrire in modo particolare la solitudine o l’assenza d’un contatto, psicologico o fors’anche fisico. Tale disagio rende già l’individuo particolarmente sensibile a chi sembra offrirgli attenzione e interesse, e altrettanto bisognoso di gratificazioni e concessioni di natura affettiva che cercherà di procurarsi, ma del tutto veniali e moralmente irrilevanti in questa fase. Ciò lo rassicura e gli consente di continuare a evitare la solitudine con sé e con Dio, senza sentirsi in colpa, ma anche senza lasciarsi arricchire da essa. L’attenzione è comunque abbastanza vigile.

 

Vulnerabilità e ambiguità

 

L’aspetto morale sarà anche salvo, ma sul versante psicologico ne soffre la consistenza dell’individuo: la concessione affettiva, per quanto leggera, se non è del tutto in linea con le scelte di fondo del soggetto ed è ripetuta, ne incrina la stabilità, ne indebolisce lentamente le convinzioni, inizia a sviarne la sensibilità e deformarne persino il giudizio morale, sempre più benevolo verso quelle concessioni. Ovvero un misto di vulnerabilità della persona e della sua scelta, e d’ambiguità della condotta e del giudizio morale. In certo senso il criterio psicologico è qui più severo di quello morale.

 

Abitudine e attrazione deviata

 

Nella misura in cui queste leggere concessioni diventano abituali, la gratificazione affettiva si converte in stile di vita, ha sempre meno bisogno d’uno stimolo cosciente e tende sempre più a imporsi. Che significa: minore libertà di farne a meno, rinuncia che si fa critica, poca consapevolezza di quel che accade nel cuore, e sempre maggior familiarità con la gratificazione stessa o con lo stile gratificatorio di vita, sempre più ambiguo e giustificato dal soggetto.

Mentre, in parallelo, diminuisce la familiarità coi valori dello spirito, subentra una certa freddezza nel rapporto con Dio e la sensibilità vive altre attrazioni e interessi. Il vergine, in concreto, sarà sempre più sensibile a chi gli sembra assicurargli una certa gratificazione. Non sarà poi così difficile, a questo punto, che s’innamori o che diventi terreno facile di conquista sentimentale.

 

Automatismo

 

Piano piano, e sempre se non vi sono interventi intelligenti e provocazioni a cambiare, le gratificazioni e concessioni affettive diventano automatiche, scattano da sole, non solo non hanno bisogno dello stimolo cosciente della persona, ma ne anticipano e prevengono consapevolezza e decisioni. Automatismo significa attrazione che s’impone e trascina (“è più forte di me”); il soggetto non sarà più libero, ma perderà anche sempre più la capacità (o libertà) di godere della stessa gratificazione cui s’è assuefatto (più uno fa quel che gli piace, infatti, meno gli piace quel che fa).

Di conseguenza la gratificazione di prima (leggera e moralmente irrilevante) non basterà più, dovrà aumentare la dose, al punto da provocare una ricerca di gratificazioni che potranno anche esser moralmente rilevanti. Ma l’individuo non se n’accorgerà, o la sua coscienza giustificherà tutto. Lo stesso meccanismo che rende il bisogno sempre più esigente e la persona sempre meno libera di godere della gratificazione, “oscurerà” sempre più anche la coscienza, rendendo anch’essa sempre meno libera. Evidentemente con uso abbondante di meccanismi difensivi autogiustificativi.

 

Dipendenza affettiva cronica (e critica)

 

Il processo descritto sfugge ormai sempre più all’individuo e rende incontrollabile il bisogno che preme sempre più. Al punto che diventa motivazione costante ad agire, cioè si piazza al centro della vita e da lì comanda le operazioni, non è più solo radice di alcuni comportamenti che cercano affetto, ma diviene il motivo nascosto d’ogni azione e relazione, è come fosse presente in ogni istante della vita. È a questo punto che la persona diviene dipendente affettiva, come vivesse in funzione del bisogno d’affetto, con scarsa capacità di rinuncia di fronte a provocazioni di natura sessuale-genitale.

E ancor meno libertà di lasciarsi guidare per vivere in maniera fruttuosa questa situazione critica.

 

Amedeo Cencini

 

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