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LA VERGINITÀ PER IL REGNO (5)

BEATI I PURI DI CUORE

 

Cercando d’individuare le componenti fondamentali della scelta verginale, abbiamo parlato di sessualità. Se interroghiamo il vangelo, ci incontriamo con un’altra componente significativa, che è addirittura oggetto d’una beatitudine, quella riservata, appunto, ai “puri di cuore” (Mt 5,8).

 

Purezza sembra termine d’altri tempi, forse richiama alla mente memorie remote non tutte esaltanti, quand’era solo o soprattutto continenza e repressione, lotta con tentazioni simili a ossessioni, ideale fin troppo severo con séguito di confessioni dominate dalla vergogna e da devastanti sensi di colpa… Oggi se ne parla poco (c’è chi lo chiama “silenzio impuro”), anche perché il termine è assorbito in quello più ampio di “castità”, ma sarebbe un peccato perderne il senso specifico, quello ancora riconoscibile, almeno in parte, nell’uso che ne fa persino la lingua corrente. Nella quale si dice “puro” ciò che è genuino e autentico, schietto e compatto, fresco e verace, integro e semplice (=composto da un solo elemento), non adulterato e… credibile (come la …pura lana vergine).

È molto più ricco e arioso il dettato evangelico, specie se colto nel contesto delle Beatitudini (ove l’idea di purità va ben oltre il concetto di castità, come vedremo subito).1 Cerchiamo allora di restituire verità e luminosità a una parola associata ora con un improprio spiritualismo (“la virtù degli angeli”), ora – per reazione – con una concezione negativa e frustrante del mondo interiore.

 

UN UNICO

GRANDE AMORE

 

Nelle Beatitudini non si parla di purezza, ma di “puri di cuore”, e dunque di qualcosa subito presentato come una qualità del cuore, dunque come un modo generale d’essere e particolare d’amare. Con caratteristiche specifiche circa l’amore amato e lo stile amante.

Puro-di-cuore è colui che è posseduto da un unico grande amore, in cui riconosce la propria verità. Non è essenzialmente chi non commette gesti impuri o …non conosce donna, né un tipo semplicemente amante, ma uno che conosce un solo amore, quello esattamente che è chiamato ad amare e da cui si sente conquistato totalmente. La purezza non è astinenza e osservanza, ma pienezza e unicità d’amore, senza dispersioni né cali di tensione.

Per questo il puro risponde in pieno alla natura dell’impulso affettivo-sessuale, il quale può esprimersi al massimo della potenza d’amore solo quando la sua energia si concentra in un unico affetto, verso un’unica persona, per poi effondersi su altre, su molte altre. Insomma, l’innamoramento è e deve essere unico. È il famoso “principio della concentrazione”, valido per tutti, sposati e celibi.

Il vergine per il regno (cf. 2a scheda) è quel credente che ricorda a tutti la centralità di Dio e dell’amore per Dio come prospettiva originaria e finale dell’amore e degli amori umani, e lo ricorda scegliendo già da ora, per grazia e sempre nella debolezza della sua carne, Dio come termine e oggetto immediato del suo amore.

Tale scelta, vissuta con cuore puro, raccoglie e concentra tutte le sue energie in quest’amore, e rende l’individuo: vero con se stesso e con quello che è chiamato a essere e amare. Il puro-di-cuore non va dove lo porta il cuore, ma ama ciò che è degno d’esser amato, o Colui che “dovrebbe” amare. E nel quale ritrova la sua propria identità e vocazione. Purità è verità, verità che attrae perché svela l’essenziale e rende liberi. Per questo il puro-di-cuore si sente appagato in quel che è ed è credibile in quel che fa.

Il vergine è puro-di-cuore non solo se è fedele a quest’amore, ma per quanto è reso uno dall’Uno, unificato da Colui che è assolutamente puro in se stesso, e che è sempre più unico nella sua vita di vergine, perché tutto in essa parte da lui e riconduce a lui, ogni desiderio e scelta; perché ha la precedenza su tutti gli altri affetti. In tal senso è anche compatto e consistente, ben ancorato al suo centro, “stabile come il monte Sion”. Il puro-di-cuore vuole una cosa sola, conosce un’unica passione.

È puro il cuore di chi a Dio non nasconde né sottrae nulla, ma gli consente d’entrare in tutti gli angoli della sua persona, fin nei sotterranei del suo cuore: sono pure le sue mani, labbra, occhi, sono tersi i suoi pensieri e intenzioni. Per questo egli è trasparenza dell’amore di Dio, poiché non ferma l’attenzione su di sé, ma rinvia a Dio, “come l’acqua d’un ruscello così limpida che se ne vede il fondo. E questo perché …l’amore che egli manifesta non è suo, ma di Dio”.2 Il puro-di-cuore non cerca se stesso e non conosce falsità. Tutto per lui è puro.

Cuore puro non significa possesso tranquillo e scontato d’un amore per sempre, ma semmai desiderio, ricerca, nostalgia, consegna-di-sé, tensione verso di esso, nella certezza che solo l’Eterno può riempire il cuore umano e con la rinuncia, anche sofferta, a quanto potrebbe frenare il cammino o deviare l’attesa. Il puro-di-cuore sa che “occorre fare anche fino alle lacrime l’esperienza che Dio è il nostro unico amore”.3 D’altronde non c’è nulla di più intatto d’un cuore lacerato.

 

L’AMORE

DEL PURO DI CUORE

 

Torniamo al principio della concentrazione. Per dire che c’è un rapporto sia quantitativo che qualitativo tra quell’amore unico e grande che assorbe tutte l’energie affettive della persona e gli altri amori. In altre parole quell’affetto centrale fa amare di più, molte altre persone: più grande e unico è quell’amore, tanto più la persona sarà ora capace di amare altri, idealmente tutti, senza rifiutare alcuno; ma tale amore detta anche lo stile agli altri amori: Colui che il vergine ama diventa anche il modo d’amare del vergine.

Anche questo è purità di cuore: una perfetta consequenzialità e convergenza tra oggetto dell’amore e stile amante.

Che è quanto ci dice indirettamente la Parola: la beatitudine del puro di cuore, infatti, e dunque anche la qualità del suo amore, si comprende solo collegandola con le altre Beatitudini.

 

Amore povero

 

è l’amore del “povero di spirito”, di colui, cioè, che si sente amato nella sua povertà e non amabilità, dunque in termini di assoluta gratuità e oltre ogni suo merito; e benvoluto da un amore grande e per sempre, che da un lato lo appaga e rende grato, dall’altro lo libera dall’ansia dell’accumulo, quello affettivo in particolare, e gli fa gustare e scegliere la sobrietà nelle relazioni, nei gesti, nell’espressione di sé, perché emerga l’essenziale, che è l’amore eterno, e resti sempre al centro. Fino al punto di rinunciare, ulteriore povertà, anche a un’esperienza tra le più belle e godibili per l’essere umano, come quella sessuale.

Dio solo conosce il profumo di questo sacrificio!

 

Amore misericordioso

 

La misericordia è l’amore in eccesso, la misura colma e traboccante che va oltre la giustizia, non commisurato al merito dell’altro, né ai propri interessi. Per questo può perdonare solo chi ha conservato e non disperso, capitalizzato e concentrato, l’amore. Che diviene per questo eccesso d’amore, e consente poi di voler bene anche a chi è meno amabile o non se lo merita o ti ha fatto un torto.

Chi non perdona non dispone di quell’eccesso; ha una misura piccola d’amore, frutto di calcoli e conti che non tornano, e se la tiene ben stretta per sé. è un impuro.

 

Amore pacificante

 

Chi ama con tutto se stesso ed è fedele all’Amato vive nell’armonia e nella pace, e non può non seminare attorno a sé serenità e concordia. E non perché è un tipo calmo e pacifista, o per natura portato a mediare ed evitare conflitti, ma perché profondamente coerente con quell’amore che è la verità della sua vita. E nulla come la coerenza, sappiamo bene, distende, appaga, dà forza, fa stare in pace con se stessi, e rende intraprendenti per “costruire pace” in ogni relazione.

La guerra, piccola o grande, anche tra di noi, nasce sempre in cuori impuri.

 

Amore mite e perseguitato

 

Se purezza di cuore significa concentrazione d’amore, allora non è solo osservanza o energia per superare le tentazioni, ma è investimento d’energia che moltiplica l’amore e la capacità di diffonderlo, al punto da render capaci di caricarsi sulle spalle il peso dell’altro e del suo peccato, financo del suo rifiuto e della sua offesa, per risponder con il bene.

È la forza straordinaria del mite, che non è un timido o un pauroso, ma al contrario è tra chi non è troppo preoccupato di sé e si prende cura dell’altro. È la forza straordinaria dell’Agnello di Dio, che si carica su di sé il peccato del mondo e lo toglie.

È la forza straordinaria del puro di cuore. Il violento, che è un debole arrabbiato con la sua debolezza, è uomo dalle labbra e mani impure.

La cosa forse più singolare e originale del testo biblico è proprio l’invito alla beatitudine del cuore puro, e forse anche la meno capita. Se l’avessimo infatti compresa non saremmo così imbarazzati e incerti nel proporla ai giovani, e non vi sarebbe nella chiesa questa sorta di congiura del silenzio, impuro e assordante, sulla purezza del cuore.

 

NÉ BEATI…

… NÉ PURI-DI-CUORE

 

Ma non è solo questione di parresia o di parole giuste da trovare per dire cose insolite per la cultura odierna. Il problema non è la purezza del vergine, ma la beatitudine del vergine nella sua purezza. O almeno questo sembra il dramma di tanti celibi per il regno, non la fatica dell’osservanza virtuosa, quanto la libertà di trovare in essa la felicità!

Vi sono infatti in giro consacrati la cui virtù e rigore a nessuno sarebbe lecito porre in dubbio, ma che con altrettanta evidenza spargono attorno a sé tristezza e insoddisfazione; o così austeri e seriosi, “affaticati e oppressi” da risultare i peggiori testimoni di quanto hanno scelto; o così emotivi e suscettibili, bisognosi d’appoggi e compensi da lasciar intravedere il vuoto nel cuore; o che sono sì casti e puri, ma isolandosi come esseri asociali che temono o disprezzano il mondo.

Tutti questi personaggi non sono “beati”…

Ma allora non sono neanche puri-di-cuore.

Dobbiamo capire che la beatitudine è componente essenziale della purezza del cuore, non ne è semplice conseguenza o elemento facoltativo e accessorio, né, tanto meno, forzatura o estetismo di maniera per risultare attraenti, o questione di carattere, ma espressione globale della persona che si sente posseduta da un amore grande ed è felice. Tacere su quest’amore o non goderne son due forme d’impurità.

Ed è beatitudine, sia chiaro, che non esclude il sacrificio, ma convive con esso, anzi, l’una autentica l’altro. Il vergine puro-di-cuore non è oca giuliva, ma discepolo che sta scoprendo nella rinuncia la condizione della sua libertà, nella solitudine del cuore l’intimità con l’Eterno, nella sterile povertà della sua carne il segno misterioso d’una ricca fecondità.

E questo lo rende beato. D’una beatitudine contagiosa.

Purezza di cuore, abbiamo detto, è coltivare un solo desiderio, un’unica aspirazione, che poi è l’unico vero desiderio umano: vedere il volto del Padre. Il puro-di-cuore punta tutto su questo, crede nella beatitudine che promette la visione.

E si allena a questa visione imparando lentamente a osservare nell’umano le tracce del divino, o nei volti di fratelli e sorelle le sembianze del volto divino.

Puro è lo sguardo che sa cogliere l’incancellabile bellezza e verità delle origini nelle cose, specie nelle persone; puro è lo sguardo di chi percepisce il corpo nella sua dimensione personale e totale, prima ancora che come oggetto di piacere. Puro è lo sguardo che s’accorge della presenza dell’altro a partire dal suo viso (Lacroix).

Puro è lo sguardo “curioso” di p.Christian, il monaco trappista trucidato dal terrorismo islamico, che nel suo testamento sogna di poter finalmente immergere, nella visione “beatifica”, il proprio sguardo “in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’islam così come li vede lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito…”.

Soprattutto è puro, all’inizio della missione di Gesù, lo sguardo del “Padre che sorride al Figlio e del Figlio al Padre, mentre il loro sorriso produce piacere e il piacere produce gioia e la gioia produce l’amore”.4

Se al cuore della vita di Dio c’è questo incontenibile sorriso il puro-di-cuore è destinato a trovare la sua dimora in questo scambio di sguardi, lasciando che quel sorriso illumini anche il suo volto e rimbalzi su molti altri, mentre in cuore gli cantano le parole dell’amore eterno: “Tu sei il mio prediletto”.

Il puro-di-cuore è un pre-diletto infatti: è amato prima, al di là di meriti e osservanze, per sempre e da un amore grande. Puro-di-cuore perché libero da ogni pretesa e con lo sguardo colmo di sorpresa.

 

Amedeo Cencini

 

1 Secondo il biblista Maggioni lo sfondo ideale per la corretta interpretazione della castità evangelica è comunque proprio quello delle Beatitudini (cf. B. Maggioni, La lieta notizia della castità evangelica, in “La Rivista del clero italiano”, 7-8 [1991], 499).

2 Maggioni B., La lieta, 452.

3 Y. Raguin, Celibato per il nostro tempo, Bologna 1973, p. 70.

4 M. Eckart, cit. in T. Radcliffe, Forti nella debolezza

 

 

 

 

LA VERGINITÀ PER IL REGNO VI

LA LIETA NOTIZIA DELLA CASTITA’

 

La castità è un atteggiamento di fondo, come un modo d’essere e d’osservare la vita e rapportarsi con sé e gli altri che va oltre il fatto puramente genitale-sessuale, ma che consente poi di coglierne la verità e realizzarne gli scopi. Ed è virtù propria di tutti.

 

La scelta di vivere vergini suppone un rapporto corretto con la sessualità e il proprio corpo, assieme alla capacità di concentrare la propria energia affettiva in un unico amore (= purezza). Ma come giungere all’uno e all’altra?

È la castità che consente di fare questo importante percorso di vita, castità come virtù morale che regola l’esercizio della sessualità secondo lo stato di vita della persona, in funzione dei suoi valori e nel rispetto della natura della sessualità stessa.

Se cuore puro è il cuore di chi ha un solo amore e concentra tutta la sua energia affettiva in quell’unica direzione (in linea con la sua propria identità), ha un cuore casto chi ha imparato e sta imparando a orientare l’eros (=energia e pulsioni affettivo-sessuale) verso il suo fine specifico secondo le sue personali scelte di vita.

Di qui alcune conseguenze rilevanti.

 

IL “VANGELO”

DELLA CASTITÀ

 

Anzitutto la castità è una bella notizia; è tutta da sfatare l’idea negativa e riduttiva di questa virtù, come fosse legata a un’idea ambigua di perfezione, fatta di rinunce che nascono dalla svalutazione del corpo o dalla paura del sesso, e che finiscono per render triste e impoverire il finto asceta. La castità è un atteggiamento di fondo, come un modo d’essere e d’osservare la vita e rapportarsi con sé e gli altri che va oltre il fatto puramente genitale-sessuale ma che consente poi di coglierne la verità e realizzarne gli scopi.

Ed è virtù propria di tutti, sia di chi esercita la sessualità nel matrimonio, sia di chi ha deciso di non esercitarla. Comporta certo una rinuncia, ma ancor prima e soprattutto «significa energia spirituale che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dall’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione…, virtù che promuove in pienezza la sessualità della persona e la difende da ogni impoverimento e falsificazione»,1 o da tutto ciò che la rende meno umana. La castità è «la sessualità messa al servizio dell’amore» (L. Rossi).

Per questo è “buona notizia”, poiché indica la maturazione di tutto l’essere dell’uomo a vivere l’amore e a esprimerlo col corpo nella sincerità e verità. E sarebbe troppo poco dire che la castità è un modo di regolare la vita sessuale, poiché essa educa invece il corpo a esprimere realmente l’amore, educa i sentimenti alla tenerezza e alla sensibilità, al gusto della bellezza e al fascino della verità, fino alla libertà del dono di sé. Immagine della castità consacrata è Francesco che bacia teneramente il lebbroso, non il triste osservante.

 

IL MISTERO

DEL CUORE CASTO

 

All’inizio delle nostre riflessioni sulla verginità abbiamo detto che la sessualità è espressione e cifra del mistero umano, punto centrale e incandescente ove convergono, ritrovando unità, opposte polarizzazioni (es. femminilità e mascolinità, identità e alterità, amor di sé e dell’altro, tentazioni e aspirazioni…); anche la castità esprime questo mistero. In essa, infatti, non c’è solo la tensione verso i valori dello spirito, ma anche verso quelli inscritti nella corporeità e genitalità; la castità non è fedeltà solo alla scelta verginale, ma pure alla propria sessualità; anzi, la scelta verginale è casta solo quando attinge e promuove bellezza e funzione della sessualità, con tutta la fatica che questo comporta: solo allora è scelta verginale.

Duplice “obbedienza”

La castità del vergine è sintesi di due attenzioni e passioni: per la propria scelta verginale soggettiva, e pure per i valori oggettivi della sessualità, e prim’ancora della sua corporeità. Il corpo non è forse già da sempre «il soggetto stesso d’una fede che osa affermare col suo tessuto esile ed esaltante l’indissolubile comunione della carne con Dio».2

Castità, allora, vuol dire rinunciare, per il Regno, all’esercizio genitale senza rinunciare al fine naturale della sessualità (cf. terza scheda). O significa, più in positivo, realizzare lo scopo specifico della sessualità attraverso la scelta verginale. Per questo non basta, per esser casti, negarsi i cosiddetti “piaceri della carne”, ma occorre cogliere nella luminosità e ambiguità della carne l’incancellabile presenza dello Spirito, la scintilla pasquale, e favorire la potente spinta che la sessualità imprime alla relazione con l’altro-da-sé, perché sia feconda.

Rinuncia sana

Non è casta, allora, la vita di chi per mantenere fedeltà a uno dei due poli valoriali (o a una delle due “obbedienze”) rinuncia all’altro, in modo più o meno inconscio.

Se, ad es., la rinuncia all’esercizio della mia genitalità mi chiude alla relazione con l’altro o mi rende sterile e improduttivo, triste e insignificante, quella rinuncia non è sana né casta, e ha pure poca tenuta, di solito, anche se fatta in nome della mia verginità (per proteggerla, come un tempo si pensava).

Così come, al contrario, se la pretesa di esser come gli altri e di gratificare certe esigenze affettive m’impedisce, di fatto, di testimoniare Dio come l’unico grande amore, il primo e l’ultimo, che mi apre verso tutti, la mia rinuncia sarebbe solo fittizia e falsa al limite. È sana la rinuncia che rispetta e “obbedisce” a entrambi i piani e i valori, quella che mi fa esser uomo spirituale e carnale, e che lascia trasparire il senso del corpo sessuato reso misteriosamente fecondo proprio dalla rinuncia.

Tale rinuncia mirata e motivata non intristisce l’animo di chi la pratica e diventa una bella testimonianza di come Dio riempia il cuore del vergine. Di fatto favorisce la concentrazione dell’amore ed è più possibile e meno faticosa d’una rinuncia che non nasce da questa sintesi o meno attenta alla grammatica del corpo.

Peccato contro la castità, allora, è non solo la sessualità incontrollata, o per eccesso, ma anche la sessualità rimossa, o per difetto, o quella disintegrata, non ben equilibrata e integrata con l’amore

 

LA VERITÀ

DEL CORPO CASTO

 

La castità, abbiamo detto in apertura, è virtù che regola; è dunque norma, legge comportamentale, coi suoi obblighi e divieti. Forse anche per questo non è tra le virtù più gettonate, anche nei nostri ambienti, tanto meno è stile di vita proposto nella cultura odierna. Per una serie di equivoci che forse anche noi abbiamo contribuito a far nascere.

Forma e norma

Ogni norma, se non vuole rischiare il legalismo o il fariseismo ipocrita, ha bisogno d’agganciarsi a una forma, nel senso pieno del termine, forma come modo d’essere e stile esistenziale; anzi, la norma nasce da una forma ed è in funzione d’essa. D’altro canto ogni forma, se non vuol divenire evanescente e insignificante, deve concretizzarsi in norme.

Ma quale è la forma verso cui tende la vita cristiana, e tanto più, chi sceglie d’esser vergine per il regno dei cieli? È la forma di Gesù e dei suoi sentimenti, o ancor più precisamente, è la forma del corpo del crocifisso e risorto. Non solo perché Gesù è stato vergine, ma soprattutto perché il suo corpo ha espresso, lungo i giorni della sua vita terrena fino all’epilogo del Golgota, la verità del corpo umano, che è frutto e segno d’un amore ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato. «Il corpo è vero, e non mente, quando si ritrova nella forma dell’offerta».3

La castità è la norma al servizio di questa forma, è ciò che mira esplicitamente a questa connessione, ponendosi tra l’una e l’altra (sempre nella logica del mistero), affinché «la forma del corpo di Gesù diventi la forma (o la norma) del nostro corpo; e non ci sia contraddizione tra il confessare Gesù e la forma del nostro corpo».4 O, giocando ancora sull’assonanza dei termini, la castità è norma che nasce da una forma per seguire le orme del crocifisso Signore.

In altre parole, la castità è la virtù che spinge e provoca il corpo a esser vero e ritrovare verità nel dinamismo dell’offerta, a non chiudersi in se stesso (es. le forme varie di masturbazione, non solo fisico-genitale), a non mettersi al centro della vita e delle relazioni (es. le sottili forme di narcisismo).

Ma allora ci sono altri passaggi importanti sempre nella direzione della verità del corpo casto.

Spirituale e carnale

Spirituale non significa immateriale, né designa una sostanza superiore o un ente misterioso, ma un dinamismo, un modo d’essere che può esser anche acquisito, anzi, che ogni uomo deve lentamente conquistare. Come o qual è questo dinamismo?

È «il dinamismo di apertura all’alterità»5 per fare dono di sé, poiché, secondo Lévinas, «il donare è il movimento originario della vita spirituale»,6 ma il donare, a sua volta, se non vuol esser illusorio e generico, è possibile solo mediante il corpo, solo allora è concreto ed effettivo donarsi e soprattutto è dono di sé, della propria vita. Come dire: lo spirituale si manifesta nel carnale, ne ha bisogno, mentre il corpo è chiamato a divenire spirituale e lo diventa entrando nel dinamismo del dono. Dobbiamo divenire esseri spirituali e carnali al tempo stesso.

Divenire spirituale è vivere il proprio corpo come donato e fatto per il dono e la relazione. Diventare carnale è ascoltare il proprio corpo e decifrarne il linguaggio, intuirne la dignità in quella ricerca e bisogno profondo di amore e verità che si cela spesso dietro certe richieste; ma accettare anche d’esser sensibili, vulnerabili, deboli, capaci di comprendere la debolezza altrui. Quando il cuore di pietra diventa cuore di carne, il soggetto diventa tenero da duro che era. E scoprendo la propria debolezza non rifiuta più quella dell’altro… «Lungi dall’essere disincarnazione, la spiritualizzazione è incarnazione».7

La castità è l’espressione di questo processo, e assieme è ciò che consente il passaggio dal cuore di pietra a quello di carne, dall’essere spirituale a quello incarnato (e viceversa);8 non è casto il cuore presuntuoso e duro, chi non perdona né s’apre alle necessità altrui, o chi vive il proprio dono come cosa eccezionale ed eroica e non capisce che «i bisogni materiali del mio prossimo, sono bisogni spirituali per me».9 È la castità che consente di realizzare quel tipo d’uomo che s’è reso «carnale fin nel suo spirito, e spirituale fin nella sua carne» (s. Agostino).

 “Dolum” e “donum”

Sembrerebbe semplice il compito di questa virtù, ma non lo è perché il corpo è colmo di violenze e ambiguità, di risentimenti e autoripiegamenti, che spesso falsano il rapporto con l’altro, strumentalizzando il tu e vanificando quella tendenza eterocentrica che la sessualità attiva in ogni essere umano.

È sottilissimo il meccanismo che pone l’io del vergine al centro della relazione col tu; spesso sfugge anche al soggetto (anche perché al centro ci si sta bene…), ha tutta l’apparenza dell’amore, ma in realtà è inganno che erode gli affetti più intensi e deforma il volto d’entrambi perché, dietro la finta del dono o dello scambio (“io t’appartengo”, “tu sei importante per me”, “non ti posso perdere”, “tu sei mio”, “nessuno m’ha dato quel che m’hai dato tu”…), cela strategie varie di assoggettamento del tu e d’invadenza dell’io. Il proprio corpo, allora, non è più nella forma dell’offerta, diviene falso o de-forme (ha smarrito la sua forma), e strumento di conquista del corpo altrui, a sua volta terra di conquista.

È dolum (=inganno), non donum, ma è difficile accorgersene. Castità è la premura vigile d’un cuore attento a quel che avviene nelle sue profondità recondite, vigile perché geloso dell’amore che lo abita, attento perché attratto dal mistero del corpo umano, tempio di Dio!

Morte e Resurrezione

La castità del vergine è rinuncia, è dir di no a una delle realtà più attraenti e ricche di mistero dell’esistenza umana come la comunione piena dei corpi e della vita; è morte.

è importante riconoscerlo senza trastullarsi in patetiche restrizioni mentali per giustificare miserabili compromessi («fin qui si può», «ma cosa c’è di male a volersi bene?», «basta coi tabù, certe esigenze vanno gratificate»). Anche qui basterebbe saper leggere il proprio corpo, il quale, se stimolato, è capace d’una miriade d’emozioni, che aiutano a discernere la qualità del rapporto.

Allora restituiremmo al corpo la dignità di essere «la nostra buona coscienza»;10 ma soprattutto, grazie proprio alla lucidità e coerenza con cui vergini viviamo la nostra morte, diverremmo capaci di ritrovare le parole della vita, per dire all’uomo e alla donna di oggi l’inaudito cristiano del destino ultimo del corpo.

«Risorgerà ogni corpo che nel suo stare al mondo avrà in qualche modo ripresentato le movenze del corpo di Gesù. Vivrà per sempre nella gioia di Dio ogni corpo che avrà assimilato, come sostanzioso nutrimento, la forma del corpo di Gesù: il dono, la comunione».11

La nostra castità è profezia di quel giorno bello e radioso!

 

Amedeo Cencini

 

1 CEI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, Roma 1993, 44 e note 12–14.

2 M. Neri, Linguaggio del corpo: splendore e senso, in Settimana, 11(2004), 11.

3 M. Antonelli, Alla ricerca del corpo perduto. Un invito alla riflessione, Milano 2004, p.83.

4 Ibidem., 11.

5 J. Lacroix, Il corpo di carne. La dimensione etica, estetica e spirituale dell’amore, Bologna 1996, p.236.

6 E. Lévinas, «Textes messianiques», in Difficile liberté, Albin Michel 1976, p.87.

7 Lacroix, Il corpo di carne, 235.

8 Significativa, nella profezia di Ezechiele, la sequenza tra cuore nuovo e spirito nuovo, tra cuore di pietra e cuore di carne (cf Ez 36, 26).

9 I. Salanter, cit. da S. Malka, Leggere Lévinas, Brescia 1986, p.56.

10 Antonelli, Alla ricerca, 42.

11 Ibidem., 116.

 

 
 

 

LA VERGINITÀ PER IL REGNO VII

VERGINITÀ SESSUALITÀ PASQUALE

 

Esiste uno stretto rapporto tra sessualità ed evento pasquale. Se l’amore ha una struttura pasquale, la verginità è sessualità pasquale, sessualità che deve passare attraverso il vaglio della croce e della resurrezione, la Pasqua-passaggio del Signore.

 

È forse la definizione più semplice e indovinata, o l’immagine più suggestiva ed evocante. Mette insieme, com’è giusto, l’aspetto umano (la sessualità) e quello più trascendente (“pasquale”), il carnale e lo spirituale, per ricordarci che verginità è tutto questo, mistero di morte e vita che si compie nella debolezza della carne grazie a un duplice passaggio: quello dell’offerta di sé che passa attraverso il corpo, il proprio corpo sessuato, e quello della sessualità stessa che passa attraverso la pasqua del Signore, la sua croce e resurrezione.

Del primo passaggio abbiamo già parlato, specie nell’ultima scheda;1 ci resta da vedere il secondo. Entrambi i percorsi sono espressione dell’unica pedagogia dell’amore e dell’offerta del corpo come d’un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cf. Rm 12,1), che rende il corpo stesso luminoso nella fatica della rinuncia, nel dir di no a qualcosa di molto bello per qualcos’altro di ancor più bello.

 

QUEL MISTERIOSO

LEGAME…

 

Anzitutto è da chiarire un punto molto importante e tutt’altro che scontato: il nesso tra sessualità ed evento pasquale. È una relazione misteriosa, certamente, e per qualcuno strana e forzata, ma è fondamentale comprenderla per viver bene la propria verginità. Diciamo subito, però, che il nesso non è di tipo “negativo”, non va cercato nella rinuncia “dolorosa” che la sessualità implica per natura sua, e che poi diventa massima nell’opzione verginale, ma in una certa corrispondenza di significati, che ora cerchiamo di evidenziare.

Albero fecondo

Sessualità, infatti, significa alla radice relazione, abbiamo più volte ripetuto, capacità di accogliere incondizionatamente l’altro-da-sé, rispettando, accogliendo e valorizzando la sua diversità senza imporgli le proprie condizioni. Anzi, la sessualità è diversità che diventa complementarità reciproca, non solo tra maschio e femmina, ma tra io e tu, è dunque energia creativa, capacità di far dono di sé a un altro, è fecondità di rapporto, è dare la vita e dare vita…

Ebbene, la croce di Gesù non esprime forse tutto ciò al massimo grado e nella maniera più intensa possibile? Gesù con la sua croce entra in relazione con tutti, senza lasciar fuori nessuno: la croce è relazione, col cielo, la terra e gl’inferi, coi giusti e i peccatori, con il ladrone graziato e con quello ostinato, con Maria e Giovanni, coi crocifissi della storia e i crocifissori di tutti i tempi… L’Agnello mite e immolato mantiene aperta la relazione anche con chi la vorrebbe spezzare; Colui che si lascia colpire e non reagisce non è forse segno, paradossalmente, d’una volontà di comunione più forte d’ogni violenza? E la richiesta di perdono sulla croce che cerca persino le attenuanti per chi l’ha messo in croce non è forse il massimo dell’accoglienza di chi è altro-da-te e ti si oppone fino a volerti eliminare?

Proprio per questo la croce è albero fecondo, per questo misterioso incontro con l’alterità e il suo segnale estremo, il peccato. Tale fecondità è «il vero potere …del Dio crocifisso: un potere che vuole l’alterità dell’altro fino a lasciarsi uccidere per offrirgli la risurrezione. Perciò il potere assoluto s’identifica col sacrificio che comunica la vita agli uomini e fonda la loro libertà. Il Dio incarnato è colui che dona la propria vita per i suoi amici e prega per i suoi carnefici».2

I racconti della passione non ci consegnano l’immagine d’un Dio altissimo e tre volte santo al punto da non potersi contaminare con l’umanità peccatrice, ma al contrario ci consegnano l’immagine d’un Dio che si consegna davvero nelle mani dell’uomo, un Dio che entra in contatto col peccato e lascia che questo gl’infligga la morte, come due estremi che si toccano facendo però nascere la vita! Il corpo di Gesù è il luogo di questo drammatico scontro di polarità opposte; la redenzione ne è il frutto.

E la nostra verginità ne fa in qualche modo memoria. Nella sessualità umana, infatti, c’è traccia misteriosa di questa energia relazionale e feconda!

La struttura pasquale dell’amore

In realtà non solo tracce, ma molto di più, poiché l’affettività-sessualità possiede una sua struttura segreta che è struttura pasquale. La croce, in altre parole, rivela la natura dell’amore, svelando che:

– l’amore nasce …dall’amore, ossia, qualsiasi gesto d’amore è sempre preceduto dall’amore ricevuto, più certa è la coscienza d’essere stati amati più grande sarà l’amore donato: il Figlio prediletto si offre totalmente all’umanità condividendo il dono, senz’alcuna gelosia o timore (cf. Fil 2,5-11), proprio perché pre-diletto, amato da sempre;

– ma in ogni caso l’amore non può scegliere le mezze misure: è per sua natura radicale e totale, e la croce è il segno più grande dell’amore più grande; per questo Cristo muore, dice con suggestiva interpretazione Barsotti, perché il suo cuore umano …scoppia, non potendo contenere la piena dell’amore!

– Dunque un certo esito estremo e doloroso, di passione, di dono anche sofferto di sé, è parte naturale e inevitabile dell’amore. Chi ama, sa che deve morire; c’è una passione scontata nella vita di chi accoglie incondizionatamente l’altro, il diverso-da-sé, e vuole a tutti i costi il suo bene; il morire è segno che ha amato veramente, non in modo superficiale o interessato.

– Addirittura, le ferite della morte rimangono anche nel corpo glorioso di Cristo risorto, che appare ai suoi discepoli sempre con le stigmate e “con i segni della passione vive immortale”.3 Le stigmate stanno allora a testimoniare che la passione non è stata esperienza inattesa e sgradita, da nascondere e oltrepassare, ma parte integrante della missione di Gesù, che in essa ha svelato la passione d’amore di Dio per l’uomo, più forte della morte, e la struttura stessa dell’amore, d’ogni amore.

 

QUEL “PASSAGGIO”

OBBLIGATO…

 

È il punto centrale della nostra riflessione: se l’amore ha una struttura pasquale, la verginità è sessualità pasquale, sessualità che deve passare attraverso il vaglio della croce e della resurrezione, la Pasqua-passaggio del Signore. Cosa vuol dire?

La croce giudica

Vuol dire, anzitutto, lasciarsi giudicare dalla croce, cioè sottoporre ogni affetto, pensiero, sentimento, istinto, passione, desiderio… al giudizio della croce. Perché solo la croce può giudicare il cuore e permette di decifrare quel che vi avviene; solo l’amore vero può scoprire quello falso nelle sue tante finzioni (la crudele ipocrisia del celibe che non sa provar empatia, la doppia faccia di chi dà per ricevere, la sottile violenza di chi usa l’altro per i suoi bisogni…), o riconoscer in tempo quell’attrazione o simpatia che potrebbe poi prender il sopravvento. L’esame di coscienza quotidiano dinanzi alla croce forma la coscienza del vergine: da un lato forse previene certe crisi, dall’altro rende attento e persino geloso il suo cuore.

La croce purifica

Un progetto di verginità si nutre necessariamente di solitudine, di rinuncia, di sobrietà…, non per una questione d’osservanza, ma per purificare il cuore, per renderlo libero e leggero, capace di concentrare tutta l’energia affettiva verso un’unica passione,4 perché Dio sia il più grande amore e non vi siano altri affetti invadenti che attraggono il cuore distraendolo da lui. Allora il cuore umano si trasforma e diviene puro, capace d’amare alla maniera divina.

La croce orienta

Orienta perché ci riconduce a “oriente”, sul monte dell’offerta, ove scopriamo le nostre origini e la nostra verità: quell’amore che Dio ha manifestato al sommo grado proprio nel Figlio crocifisso per noi, quell’amore che è il primo e l’ultimo e comprende tutti gli altri amori. La croce mette ordine e gerarchia nella vita affettiva e consente per questo una piena espressione della sessualità. Perché non solo svela l’amore falso, ma indica in modo inequivocabile quello vero nella forma di colui che è appeso al legno.

La croce libera

Nulla come la croce rende il cuore libero, poiché nulla come la croce dà assieme quelle due certezze su cui è costruita la libertà affettiva: la certezza d’essere amato da sempre e per sempre, e la certezza di poter e dover amare per sempre. Due certezze che scacciano via per sempre ogni dubbio e paura, appagano il cuore e lo rendono amante. La croce rassicura e provoca, rende grati e gratuiti, guarisce e …“ferisce”, dà verità e libertà.

La croce salva

Non solo in senso generale, ma salva anche la nostra affettività e sessualità dalle involuzioni narcisistico-infantili che la mortificano spegnendo in essa ogni scintilla d’amore, e così la protegge e custodisce, discernendo e salvando la parte buona, l’energia preziosa, l’impronta divina in essa inscritta. Perché lo Spirito abiti in ogni angolo e istinto dell’umana sessualità, e la renda feconda; e la scintilla divenga fuoco.

La croce esalta

E infine, niente come la croce offre e chiede all’uomo e al suo cuore il massimo. Lo salva dall’egoismo, la madre di tutti i peccati (come dicevano i Padri), e al tempo stesso gli dona e domanda d’amare con lo stesso cuore del Crocifisso. Dinanzi a lui nessuno può dire di non esser capace o di non aver capito bene o di non esser chiamato tanto in alto, poiché nulla fa sentire il dramma e la responsabilità della scelta come l’amore. In tal senso la verginità è l’esaltazione dell’umana sessualità!

 

QUELLA FERITA

PASQUALE…

 

Se l’amore ha struttura pasquale il Crocifisso-Risorto ne è l’icona. Quel Cristo che appare sempre con le stigmate. Per farci comprendere tre cose.

Chi ama ha le stigmate

Le stigmate non sono semplici cicatrici, ferite più o meno subite che uno ha subito dalla vita e che il tempo, si spera, rimarginerà. Le cicatrici sono ferite ormai incallite, non sanguinano né fanno più male. Semmai stanno a ricordare un certo evento del passato, da esibire (come un reduce) o da nascondere (come chi se ne vergogna).

Le stigmate, invece, sono ferite fresche, sangue vivo, memoria luminosa d’una scelta fatta per amore e che ancora comunica amore, come passione che continua nel tempo.

Il vergine ha le stigmate, allora, o la verginità stessa è questa ferita impressa nel corpo e nell’anima; stigmate che stanno a ricordarci quel giorno benedetto che il Signore è apparso nella nostra vita per proporsi come l’amore unico e più grande. Ferita ancora fresca e pure sofferta, ma assieme sempre più motivata e illuminata dalla passione per Dio e per l’uomo. Tale verginità è sessualità pasquale.

Mentre, al contrario, non c’è nulla di più miserabile d’un celibato ridotto a cicatrice, d’un vergine che è riuscito a rimarginare la sua ferita; costui ormai “ci ha-fatto-il-callo” e non soffre e non sente più alcuna passione, o patisce unicamente per se stesso e la sua fame frustrata d’affetto, perché non ha lasciato che la sua sessualità passasse lungo la via crucis e ne fosse sanata e resa fresca e bella.

Costui non è vergine, anche se è celibe, poiché la sua sessualità non è pasquale.

Chi ha le stigmate è un risorto5

Le stigmate sono il segno della vita nuova che può essere trasmessa agli altri, più forte d’ogni morte. È questo il senso delle apparizioni del Crocifisso-Risorto, che invita, infatti, Tommaso a metter mani, cuore, dubbi e vita nelle sue ferite per esser salvato.

Ed è il senso della nostra verginità. Chi porta le stigmate, e non le nasconde né se ne vergogna, testimonia esattamente che la ferita impressa dalla “morte” (la morte della rinuncia alla tenerezza d’un affetto umano pur desideratissimo, della solitudine anche aspra del cuore, della sterilità del proprio corpo…) non ha potere mortale, non è più morte, è diventata fonte di vita, passaggio dell’angelo del Signore, come il tau sulla fronte degli eletti o il sangue sulla porta degli ebrei.

Chi porta le stigmate non è un depresso, ma afferma, al contrario, che l’amore di Dio è in noi “sempre verdeggiante e fiorente in tutta la gioia e gloria che egli è in se stesso”, perché “la passione principale di Dio è dare vita”.6 Laddove, soprattutto, sembra impossibile all’uomo, ove la carne è debole e sterile.

Chi è risorto non muore più

Vergine con le stigmate “vive” della sua verginità è uno come l’Abbé Pierre che, al termine della sua luminosissima esistenza, può confessare in verità entrambi gli aspetti, le stigmate come rinuncia faticosa e come annuncio di vita nuova: «Se tornassi ad avere diciott’anni, sapendo quanto costa la privazione della tenerezza, e non sapendo altro, certamente non avrei la forza di pronunciare gioiosamente il voto di castità. Ma se sapessi che, lungo questo sentiero così aspro si incontrano le tenerezze di Dio, allora certamente pronuncerei di nuovo il mio sì con tutto il mio essere».7

Tale vergine, con le sue stigmate, «non solo sa che muore, ma sa che può morire amando»…8

è la piena sessualità pasquale: se l’amore è più forte della morte, chi muore amando …non può morire!

 

Amedeo Cencini

1 Cf. Testimoni 9, pp. 18-20.

2 O.Clément, Il potere crocifisso, Magnano 1999, p.36.

3 Prefazio III del tempo pasquale.

4 Cf. scheda 5.

5 Interessante, in tal senso, che nel grande mosaico della cappella papale Redemptoris Mater, p.Rupnik abbia raffigurato tutti i risorti con le stigmate.

6 Maestro Eckhart, Sermons and Treatises, vol I, London 1979, p. 8.

7 Abbé Pierre, Testamento, Casale M. 1994, p. 62.

8 Pascal cit. da Abbé Pierre, Ibidem.

 

 

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