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IL SENSO D’UNA SCELTA
La scelta verginale consiste essenzialmente nell’amore, nasce dalla scoperta contemplativo-esperienziale dell’amore e mira all’aumento della capacità di amare. In una parola, la verginità è “fatta” di amore, ed è possibile solo come scelta dettata dall’amore.
Potrà sembrare superfluo a qualcuno, ma forse è il caso di ribadire cosa significhi esser vergini per il Regno, ed esserlo alla luce del dono che abbiamo ricevuto dallo Spirito. Se vogliamo capire il “come” (come vivere da persone mature e libere nel cuore), dobbiamo prima chiarire il “cosa” (cosa significhi maturità e libertà affettiva). Ben ricordando che a noi è richiesta non una maturità affettiva qualsiasi, ma quella tipica di chi ha ricevuto il carisma della verginità per il Regno per la Chiesa e nel mondo ed è chiamato a viverlo secondo la vocazione particolare del suo istituto d’appartenenza (o in quanto presbitero d’una chiesa locale). In tal senso una maturità affettiva di base è condizione fondamentale, come una terra buona, per accogliere un tale carisma; dall’altro ne è conseguenza, come un frutto.
SIGNIFICATO FONDAMENTALE
Tentiamo allora una sorta di definizione descrittiva anzitutto della verginità per il Regno dei cieli, senz’alcuna pretesa di riuscire a dire tutti gli elementi che entrano in gioco in una opzione che resta comunque avvolta dal mistero. Essere vergini per il Regno in quanto consacrati/e vuol dire: amare Dio al di sopra di tutte le creature (= con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze), per amare con il cuore e la libertà di Dio ogni creatura, senza legarsi a qualcuna né escluderne alcuna (= senza procedere con i criteri elettivo-selettivi dell’amore umano), anzi, amando in particolare chi è più tentato di non sentirsi amabile o di fatto non è amato. Proviamo a scomporre gli elementi più significativi della proposta, come emergono da questo tentativo di definizione e senza ancora approfondirli.
Sostanza: l’amore
La sostanza dell’opzione verginale, o il suo “cuore” o parte vitale, è l’amore. La scelta verginale consiste essenzialmente nell’amore, inizia e si compie nell’amare, nasce dalla scoperta contemplativo-esperienziale dell’amore e mira all’aumento della capacità di voler bene. Non consiste primariamente nella rinuncia a istinti e tentazioni, tanto meno nel dir di no, consciamente o inconsciamente, all’esperienza dell’amare e dell’esser amati. Né c’è una pretesa soggettiva di perfezione alla sua origine, o un’esigenza cultuale; tanto meno una imposizione, esterna (come può essere una legge) o interna (un condizionamento psichico quale, ad esempio, la paura dell’altro sesso). La verginità è “fatta” di amore, ed è possibile solo come scelta dettata dall’amore.
Oggetto: Dio e il povero d’amore
L’oggetto dell’amore verginale è Dio, con tutto ciò che questo significa sul piano della centralità dell’esperienza spirituale; ma non soltanto Dio è oggetto dell’amore vergine, bensì anche le creature, ogni creatura, e in particolare i destinatari dello specifico apostolato d’istituto, e in genere chi è più povero particolarmente nell’amore, o più tentato di non sentirsi amabile perché non è di fatto amato. Non c’è rivalità o frattura, in tal senso, fra amore divino e umano, semmai c’è progressione a partire dall’amore di Dio, come un movimento concentrico che s’espande e raggiunge ogni essere che avviciniamo. Fino a raggiungere quelli che potrebbero essere i più lontani da Dio e dalla speranza d’essere da lui amati. In tale prospettiva va intesa questa espressione paradossale di don Milani, rivolta ai ragazzi cui aveva dedicato la sua vita: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto...».1
Modalità: la totalità
La modalità generale dell’amore verginale (= condizioni in positivo) è la totalità, indicata dalle caratteristiche dei due amori (per Dio e per l’uomo): Dio è amato, infatti, con “tutto” il cuore, con “tutta” la mente e con “tutta” la volontà; la creatura è benvoluta con il cuore e la libertà di Dio, che è la pienezza e totalità dell’amore. Ma la cosa interessante è che si tratta d’una totalità incrociata – in riferimento all’oggetto, nel senso che quello divino, Dio, è amato con cuore e da un cuore totalmente umano, mentre la creatura umana è benvoluta con benevolenza divina, ovvero sempre da un cuore di carne ma educato dalla libertà di Dio ad amare con la sua larghezza, altezza, intensità... Ovvia la relazione tra i due amori: l’uno influisce sull’altro inevitabilmente. Per questo l’amore del vergine è un amore pieno, per l’oggetto amato e per la modalità amante, totalmente umano e pure divino, come totalmente umano e totalmente divino è il Cristo sofferente in croce, culmine estremo dell’amore vergine e della totalità di tale amore: per il Padre, amato al di sopra di tutto, e per l’uomo, lontano da Dio con il peccato, dunque non amabile e tentato dalla tentazione di non sentirsi amato.
Condizione: la rinuncia
Qualsiasi scelta implica una rinuncia, come una condizione (= condizione in negativo) direttamente connessa a quella scelta. La rinuncia intenzionale del vergine è quella di rinunciare a legami definitivi ed esclusivi, con carattere totalizzante, come sarebbero, ad esempio, il matrimonio o una relazione troppo invadente e possessiva, esclusiva ed escludente. Ma egli sceglie anche di non escludere nessuno; in sostanza rinuncia ad amare con i criteri della benevolenza o simpatia soltanto umana, che sceglie o esclude in base al semplice istinto o alla spontanea attrazione o all’interesse personale più che a quello altrui. Mettendo assieme le ultime due sottolineature (le condizioni in positivo e in negativo) diciamo che il consacrato/a vergine deve vivere molte relazioni, ma con uno stile particolare, che rifletta in termini chiari la sua verginità, e dica al tempo stesso la centralità della sua relazione con Dio e la passione per ogni fratello e sorella. Al di là d’ogni atteggiamento unilaterale ed estremo: né orso né farfallina, né chiuso in se stesso né alla ricerca perpetua di puntelli e compensi vari, né supermoralista da veder il male dappertutto ma nemmeno così ingenuo (o furbo?) da permettersi tutto o quasi… Ovviamente torneremo con le prossime schede su tutti questi elementi per approfondirli e vederne gli aspetti pratici.
INDICAZIONI PER UNA VERIFICA
Credo che questo modo d’intendere la nostra verginità per il Regno ci offra già indicazioni precise e spunti notevoli per una comprensione in profondità e una verifica della nostra maturità affettiva in prospettiva verginale. In particolare ne possiamo trarre questi stimoli. Sguardo integrale Anzitutto per vivere bene la nostra castità è necessario avere presenti tutte queste componenti. Al riguardo noi siamo spesso piuttosto presuntuosi; crediamo di sapere, diamo per scontato d’aver già capito tutto, o pensiamo che col passar del tempo uno entri nella cosiddetta “pace dei sensi” (che non esiste), o diveniamo così saggi ed esperti (?) da non pretender d’avere sempre una grande passione nel cuore (che così sparisce davvero)…. Dimentichiamo che la verginità per il Regno se non diventa oggetto di attenzione costante (o di formazione permanente) diventa solo fatica invivibile o frustrazione permanente. E formazione permanente della opzione di verginità vuol dire rivisitare continuamente queste componenti e tenerle insieme poiché qualsiasi scelta, e tanto più una come questa, sta in piedi ed è possibile solo se prevede e contiene tutti questi 4 elementi (sostanza, oggetto, modalità, condizioni), rispettandoli e mettendoli in atto, anzi, cogliendone sempre nuove sintesi e armonie. Più in concreto formazione permanente alla verginità significa per noi – collegare l’aspetto positivo della verginità (la scelta di qualcosa di grande) con quello negativo (la rinuncia a qualcosa che è profondamente radicato nella natura umana e che è in se stesso bello), o la dimensione mistica (=l’amore ricevuto) con quella ascetica (=l’amore donato): non è possibile scegliere senza rinunciare, come d’altro canto si può dir di no a qualcosa di bello solo in forza d’un sì a qualcosa di ancor più bello; – significa, ancora, non sganciare mai per un solo istante l’innamoramento di Dio dalla passione per l’uomo: l’uno conferma l’altro e lo sostiene, altrimenti nessuno dei due amori è credibile; – vuol dire non esser così superficiali da pensare d’esser vergini solo perché non si fa nulla contro la castità, anche se non c’è un grande amore che spinge da dentro, – né così legalisti da ridurre il voto a una serie di obblighi da rispettare e di trasgressioni da evitare. La verginità non è qualcosa di settoriale, che riguarda un aspetto ben delimitato della vita e della persona, ma è espressione di tutta una personalità che ha scelto un preciso stile di vita: è un modo di pensare e desiderare, di dar senso alla vita e alla morte, di viver la relazione e la solitudine, di star con Dio e col prossimo, di credere e sperare, di soffrire e aver compassione, di far festa e lavorare…
Prospettiva positiva e realistica
Ma tutto parte dalla certezza d’un amore grande di cui si è stati e si è oggetto. La verginità è la scelta inevitabile del credente che si sente avvolto da un amore… incredibile. La risposta a quest’amore è il dono totale di sé a esso, colmo di gratitudine (per il Dio amante, fonte dell’amore) e di gratuità (per coloro che siamo chiamati ad amare). Di nuovo mistica e ascetica al tempo stesso, senz’alcuna divisione. È dunque una prospettiva positiva quella che è all’origine di questa opzione di vita, opzione libera perché nasce dalla contemplazione dell’amore, necessaria perché la scoperta d’un amore eccedente innesca necessariamente l’esigenza di vivere totalmente votati a esso. Per questo il vergine vive la sua scelta con discrezione e semplicità, ma pure con gioia e serenità. Non si sente un eroe né superiore a chi fa altre scelte, non vive la sua verginità con quell’artificiosa seriosità, un po’ mesta un po’ supponente, che lo rendono inviso. La scelta verginale, ripetiamo, è questione di amore e basta. «Sono non sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio», così Annalena Tonelli, la missionaria laica recentemente trucidata in Somalia.2 Al tempo stesso una scelta come questa va a incidere su un istinto profondamente radicato nella natura umana, ovvero chiede realisticamente la rinuncia all’esercizio di questo istinto, ed è rinuncia pesante, perché quell’istinto è attraente e rientra in un disegno di origine divina. Nessun uomo intelligente e normale può pensare di poterla fare a cuor leggero. Né sottovalutare il fatto che la verginità crei, dal punto di vista della relazione umana (dello scambio affettivo, dell’appagamento che ne segue), una situazione di obiettiva povertà, di qualcosa di bello che viene a mancare, di una parte della propria umanità che non è realizzata. Nessuno può illudersi che col passar del tempo la rinuncia diventi sempre più facile, e ritenere che non abbia bisogno d’una costante e precisa ascesi: «chi crede di poter leggere tutto, sentire tutto, vedere tutto; chi rifiuta di dominare la propria immaginazione e i suoi bisogni affettivi, non deve impegnarsi nella via della consacrazione… Dio non potrebbe restargli fedele, né si può esigere che Dio stabilisca per lui una salvaguardia miracolosa».3
Qualità di vita e di testimonianza
è solo un certo stile di vita che consente di capire e vivere la verginità; d’altro canto la verginità aumenta la qualità della vita. Da un lato, infatti, la verginità richiede un certo livello di impegno generale a livello spirituale, come esperienza dell’amore divino, di adesione credente, di fedeltà orante, di allenamento alla contemplazione…, ma anche a livello di maturità umana, di apertura all’altro e alla relazione, di autonomia affettiva e di capacità di solitudine, di calore umano e affetto disinteressato ecc. La verginità non sopporta la mediocrità. E, d’altro canto, nulla come questa opzione vissuta nella fedeltà appassionata, favorisce la qualità della vita: il gusto della bellezza, lo spirito di sobrietà, l’eleganza del tratto, il culto della verità, l’efficacia della testimonianza, la trasparenza contagiosa… Ma è vero anche l’opposto: una verginità di scarsa qualità (povera d’amore e di vita spirituale, fatta solo di rinunce e paure, o approssimativa e ambigua), impoverisce la vita e i rapporti, ed è all’origine di quei ben noti e pericolosi processi di compensazione (abuso di cibo, di alcool, di denaro, di potere, tendenza all’accumulo, uso scorretto dei mezzi di comunicazione, bisogno eccessivo di contatti e relazioni…), o – a livello comunitario – di quella sciatteria o trasandatezza generale che sovente rende incolore la vita e in particolare la vita comune, pesante la relazione, brutti perfino gli ambienti, inconsistente la testimonianza, noiosa la preghiera...
Esigenza imprescindibile
Tutto quanto fin qui detto assume una particolare importanza per noi consacrati/e, in questo momento difficile e pure esaltante della storia, a vari livelli. C’è una crisi d’insignificanza o di frustrazione del senso, che investe anche ciò che è più bello e ricco di valore per l’uomo e la donna di sempre: l’amore. Nell’attuale babele culturale il giovane in particolare non sa più cosa voglia dire amare, lasciarsi benvolere, accogliere l’altro… o è indotto a pensare che certi termini (fedeltà, rinuncia, gratuità, castità e ancor più verginità…) non abbiano più alcun senso oggi. In un clima di latitanza delle normali agenzie educative il consacrato/a è chiamato a riscoprire la sua vocazione naturale al ministero dell’educazione, in senso lato, non solo in quanto maestro, ma soprattutto in quanto testimone, testimone d’una verginità solare nella sua luminosità e radicalità, d’una verginità vissuta come dono che riempie la vita, e che ci rende simili al Figlio Crocifisso, come Lui innamorati di Dio e appassionati per l’uomo. Dono che vogliamo condividere perché Dio sia al centro d’ogni amore. Amedeo Cencini
Non dimenticare il prete don Milani, editoriale non firmato, in “Vita Pastorale”, 7(1992), 5. Chiaro M., Era pronta a dare la vita, in “Testimoni”, 18/2003, 2. Ancel A., cit. da Pellegrino M., Castità e celibato sacerdotale, Torino-Leumann 1989, pp.22-23.
IL DONO DELLA VERGINITÀ
Considerarla come un “dono” significa supporre una preferenza o esclusione di persone? Se è un dono, è a disposizione di tutti. Come intenderlo?
Siamo stati tutti formati secondo un’idea molto chiara al riguardo: la verginità è vocazione straordinaria che solo ad alcuni è dato intendere, come una “eccezione sociologica”, che spesso finisce per essere giudicata dai più come scelta molto strana, o addirittura come una causa dell’attuale crisi vocazionale. Nessun dubbio che tale vocazione, come ogni chiamata, sia qualcosa di speciale e misterioso, ma forse è possibile un’altra interpretazione, che ne metta ancor meglio in evidenza la natura di dono e di dono venuto dall’alto.
DONO PER TUTTI
Un carisma, come ben sappiamo, è dono che Dio fa a un credente per il bene di tutti, “per l’edificazione della comunità” (1Cor 14,12). In tal senso il vergine è totalmente libero per dedicarsi interamente al servizio del popolo di Dio e all’annuncio della buona novella. Ma non si tratta solo di questo, d’una utilità comune funzionale, di tempo ed energie; la verginità testimoniata dal celibe per il regno è dono per tutti perché indica in qualche modo la vocazione di tutti. Verginità, infatti, non significa assenza-astinenza di relazioni, ma capacità-qualità di relazioni, a partire da quella che è all’origine della vita umana: la relazione con Dio. Verginità cristiana vuol dire possibilità d’un rapporto immediato (=senza mediazioni) della creatura con il Creatore. Più precisamente la verginità è espressione dell’origine dell’uomo, creato da Dio, e dunque anche della sua destinazione finale, che è Dio stesso. Essa svela quel legame profondo e misterioso che unisce direttamente ogni essere umano a colui che l’ha creato, facendogli cercare e trovare solo in lui il pieno appagamento del suo bisogno d’amore. La prima e ultima sponsalità dell’uomo è con Dio, come una verginità sponsale. Cerchiamo di capire meglio.
Vocazione universale
In fondo si potrebbe dire, per quanto possa sembrare paradossale ed eccessivo, che ogni uomo è già vergine e chiamato a diventarlo o a vivere una certa verginità, certo secondo la specificità della sua vocazione, e non nel senso che debba astenersi da una certa relazione, ma perché deve comprendere che nel suo cuore, come in quello dell’altro e d’ogni essere umano, c’è uno spazio che soltanto l’amore di Dio può riempire, o c’è una solitudine insopprimibile che nessuna creatura potrà violare e pretendere di riempire.1 Proprio questo è il mistero dell’essere umano! Il suo cuore è fatto “da Dio” e dunque “per Dio”, possiede una grandezza che gli viene direttamente da colui che l’ha fatto.
Dio origine e termine d’ogni amore
E se la verginità è memoria delle origini e profezia del futuro, non può esser ridotta a pura caratteristica d’uno stato vocazionale né significa immediatamente ed esclusivamente una scelta esplicita di vita fatta solo da alcuni, ma ancor prima significa la scoperta che Dio è origine e fine d’ogni amore; che ogniqualvolta un essere ama, lì Dio è presente o è il vero oggetto dell’amore anche se quell’essere non lo sa o l’esclude, perché l’amore è sempre amore di Dio (così come ogni desiderio è alla radice desiderio di Dio), perché Dio è amore, è lui all’inizio e al termine d’esso, e chi ama “è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Proprio questo è il senso della storia dello studentello universitario, a suo tempo educato nella fede, che ritornò al paese per le vacanze. Il ragazzo aveva imparato qualcosa di Freud. Incontrò sulla piazza il suo parroco. Dopo qualche convenevole l’ex-chierichetto, ormai anche ex-credente, con fare sufficiente gli butta lì la grande scoperta: «La gente che viene in chiesa non viene per fede, ma per sublimazione dell’impulso sessuale. Lo sapeva?» Il vecchio parroco non si scompone; anche se non conosce granché né Freud né il termine “sublimazione”, ma sa qualcosa dei desideri e delle contraddizioni umane. Con molta pacatezza, allora, gli ribatte: «E io sai che ti dico? Che quando suoni alla porta del casino, tu credi di cercare la carne d’una donna: in realtà stai cercando Dio».
Quello spazio del cuore da rispettare
Se ciò è vero ogni affetto terreno che voglia rimanere per sempre ed esser intenso ha tutto l’interesse di far posto in qualche modo a Dio e all’amore divino, di lasciare a lui il centro. Che vuol dire che amore divino e umano non sono in conflitto tra loro; anzi l’affetto umano, anche quello più felice, coniugale o paterno-materno o amicale, è tanto più amore quanto più è “verginale”, ovvero è tanto più benevolenza umana quanto più impara a rispettare quello spazio, quel riferimento diretto al Creatore; non pretende saziare definitivamente la sete d’amore dell’altro né esserne saziato, poiché soltanto Dio può rispondere in pienezza alla sete d’amore umana. E se davvero l’uomo vuole amare molto, per sempre e con libertà il suo simile, deve accogliere l’amore di Dio in sé, per lasciarsi amare da lui e amarlo, e non aver così bisogno di caricare la relazione umana di responsabilità eccessive o aspettative irrealistiche (“tu devi appagare il mio bisogno affettivo”), con quel seguito di gelosie, dipendenze, infantilismi, appartenenze corte, fedeltà deboli e quant’altro va a incrinare l’umana relazione priva di riferimento trascendente.
LA RESPONSABILITA’ DEL VERGINE
Quanto fin qui detto è vero, lo crediamo perché parte d’un disegno antropologico che viene dalla fede, ma sembra troppo ideale e così distante dalla realtà che stiamo vivendo, dalla cultura che respirano i nostri giovani, in cui di vergine sembra rimasto ben poco oltre l’olio d’oliva e certa pura lana. Riconosciamo pure che la verginità, e questa interpretazione della verginità, è una verità debole nella cultura odierna (e certo non solo in quella d’oggi). Ma dire questo non significa affatto concludere che sia impossibile proporre questa stessa verità, semmai tutto ciò carica di particolare responsabilità la testimonianza e la qualità della testimonianza che il vergine deve dare della sua scelta.
Verità debole, scelta forte
Anzi, per esser più precisi, una verità debole può esser creduta o presa in considerazione, oggi come ieri, solo se proclamata in modo “forte”, con una testimonianza che in qualche modo vada all’estremo, e che “dica” il primato di Dio nell’amore umano con una scelta radicale, con la rinuncia all’amore pur desideratissimo d’una creatura che sia tua per sempre. Ecco perché nella chiesa di Dio è importante la scelta verginale, non perché alcuni possano tendere più speditamente alla loro perfezione (attenzione, esiste anche l’egoismo spirituale!), ma per “ricordare” a tutti la vocazione di tutti, per fare memoria del dono e del mistero che è presente nel cuore di ogni vivente, per non dimenticare le possibilità insospettate di questo cuore. Ma tutto ciò solo a una condizione importantissima e direttamente consequenziale.
Testimonianza limpida e inequivocabile
Se davvero la verginità è verità debole che non possiede altra forza al di fuori della testimonianza di chi l’ha scelta, allora è indispensabile che il messaggio sia nitido e senz’alcuna sbavatura, chiaro e senz’alcun compromesso, subito leggibile e percepibile come qualcosa di bello e appagante, di pienamente umano e in funzione dell’umana realizzazione; altrimenti, se il messaggio parte già poco chiaro e poco limpido, con il virus di qualche equivoco contaminante o di qualche ambiguità comportamentale, allora non può certo arrivare a destinazione né trasmettere una verità già debole nella cultura attuale. Non si tratta, dunque, semplicemente di esser fedeli ai propri voti, magari in vista della propria perfezione, quanto di sentirsi responsabili d’un messaggio (e della verità in esso contenuta) che può esser trasmesso solo attraverso la propria testimonianza, lineare e trasparente, ma che va in ogni caso trasmesso perché riguarda il bene e la verità degli altri. Questa preoccupazione responsabilizzante per il bene altrui è senz’altro più esigente e rigorosa di qualsiasi moralismo o perfezionismo circa il proprio comportamento in materia. Da essa viene quell’attenzione coscienziosa perché ogni gesto, parola, atteggiamento, stile comportamentale, relazione interpersonale o amicale…, testimoni la centralità e unicità dell’amore di Dio nella nostra vita, con la rinuncia che ne segue, o sia capace di raccontare, nell’incerta fragilità dell’amore terreno, la solidità e tenerezza dell’amore dell’Eterno.
PER UNA VERIFICA
La articoliamo attorno a quattro punti.
Dono da condividere o proprietà privata
Anzitutto si tratta di chiederci se abbiamo questa idea di verginità, come dono da condividere, o se ancora preferiamo pensare al voto di castità entro un’ottica finalizzata alla nostra perfezione privata, come cosa esclusivamente nostra. Più in concreto:
– abbiamo forse sequestrato l’idea di verginità, rendendola cosa strana e improbabile, persino indecifrabile; – ce ne siamo sottilmente vantati, rendendola antipatica e supponente; – l’abbiamo spesso sopportata con poca gioia e scarso amore, rendendola poco umana e ancor meno appetibile, quasi fosse una sventura; – ce ne siamo vergognati, sia quando non abbiamo saputo dare “le ragioni della nostra speranza”, sia quando ci siamo mimetizzati, troppo preoccupati di apparire come gli altri; – ci siamo accontentati di difenderla dal mondo tentatore, nascondendola sotterra (cf. Mt 25,25) o in un fazzoletto (?) (cf. Lc 19,20), invece di condividerla.
Forse al termine della vita il Signore ci chiederà non solo se abbiamo “osservato” la verginità, ma se l’abbiamo resa contagiosa, fonte di verità per gli altri…
Educatori alla verginità o vergini virtuali
È il caso allora di chiederci se in quanto educatori abbiamo saputo offrire ai nostri giovani dei percorsi praticabili di maturazione affettiva nei quali anche la prospettiva verginale riesce a trovare il suo posto; o se, invece, non ne parliamo mai, perché
– abbiamo paura di proporla agli altri, – o non sappiamo trovare le parole adatte e ci sentiamo imbarazzati a parlare di verginità, – o la riteniamo una battaglia persa in partenza o impari, – o temiamo di esser considerati non abbastanza moderni e non esser compresi o che qualcuno ci pianti lì, – o la sussurriamo solo di nascosto e solo a qualcuno.
In realtà non c’è nulla di più impuro del silenzio del vergine sulla verginità! E se c’è crisi vocazionale, è determinata dal celibato o dal silenzio su di esso? L’esser educatori diventa per noi grande sfida e opportunità, ma anche ciò che ci fa subito capire livello e qualità della nostra verginità: se ne siamo innamorati o siamo solo vergini virtuali, dal cuore di plastica.
Celibato vivibile o invivibile
Testimoniare la verginità perché anche gli altri ne sentano il fascino e siano vergini, aiuta a vivere meglio la stessa castità con le rinunce che esige. È il solito principio psicologico, secondo il quale
– ciò che si fa solo o soprattutto per se stessi (anche se in sé buono) diventa anche molto difficile da vivere bene e ancor più pesante e complicato; – mentre quando l’impegno personale è finalizzato al bene altrui (e io mi sento chiamato a vivere la mia verginità per gli altri), quello stesso impegno diventa molto più possibile e vivibile e la rinuncia sopportabile.
O, su un piano più elevato, è la conferma della verginità come carisma: solo chi la rispetta nella sua natura di dono ricevuto per il bene e la felicità degli altri, la può vivere serenamente e goderla come una beatitudine, altrimenti è solo una penitenza. Forse è anche questo che spiega la tensione eccessiva, in alcuni, nel vivere il celibato, sentito come un peso così pesante da spingere questi “affaticati e oppressi” (cf Mt 11,28) a cercare qua e là compensazioni varie. Senza esser mai beati.
Sensibili o incuranti
C’è un’altra differenza davvero discriminante tra questi due modi d’intendere la verginità: rivolto all’altro o ripiegato su di sé.
– Il primo sta attento agli altri/e e alla loro sensibilità, tiene conto dell’ambiente e della mentalità del posto, non si permette tutte le libertà con la scusa che per lui va tutto bene e tutto è lecito, s’interroga sulle reazioni o attese che il suo stile comportamentale-relazionale suscita nella gente e in particolare in alcune persone, se ne sente in qualche modo responsabile ed è disposto a scrutarsi e riconoscere eventuali sue imprudenze o modi equivoci, soffre se ha creato disagio. – Il secondo, invece, quello legato alla vecchia idea del celibato come semplice strumento di perfezione personale, darà molto meno rilievo a tutto ciò, per lui è meno importante il versante dell’altro, quel che gli preme è star bene lui dentro di sé e giustificarsi in ogni caso, e di fatto si giustifica, anche quando sembra giocare con i sentimenti altrui, con scuse tanto ripetitive quanto irresponsabili: “non ho mica fatto nulla di male…, è lei che ha il problema, io non sento niente..., sono le altre che sono gelose…e poi non sono mica un pezzo di ghiaccio, ho anch’io la mia umanità…”.
Scuse vecchie come il cucco; come la propria verginità che sta perdendo ogni freschezza ed entusiasmo giovanile e non ha più niente da dire e da dare.
Amedeo Cencini
1 Così Ravasi: “anche i coniugi cristiani dovrebbero avere nella loro esistenza matrimoniale un seme di verginità, intesa non come mera astinenza sessuale , ma come desiderio di donazione pura e assoluta per il regno di Dio e la sua giustizia”.
SESSUALITÀ MISTERO E VOCAZIONE
Delineato il senso generale della opzione di verginità per il Regno, quali elementi entrano in gioco in questa opzione? A partire dal dato umano, la verginità è un modo preciso di vivere la propria sessualità, non un alibi per negarla. Ma quale sessualità?
La sessualità è cifra del mistero umano, luogo di contrapposizione e ricomposizione degli estremi. È, anzitutto, parte della creazione, e se viene da Dio non può esser letta in modo né banale né tanto meno negativo. Al tempo stesso è qualcosa di profondamente radicato nell’umanità della persona, come un suo modo d’essere e sentire, di esprimere e vivere l’amore. L’idea di sessualità richiama, nell’immaginario collettivo, l’idea d’una forza improgrammata e improgrammabile, libera e sciolta da ogni norma e legame, creativa e del tutto soggettiva. In realtà la sessualità ha una fisionomia precisa, dunque anche le sue leggi e come un codice interno (un ordo), che le consente di tendere verso un preciso fine, ma lungo un percorso di formazione di cui ognuno è responsabile e cui ognuno è libero di aderire. Altra ambivalenza: la sessualità è povertà e coscienza del limite, è ciò che fa sentire il bisogno dell’altro e fa riconoscere il dono già ricevuto; ma assieme è ricchezza d’energia, che abilita la persona a incontrare l’altro, nel rispetto pieno della sua diversità, e fargli dono di sé. Povertà e ricchezza reciproche dei due partners rendono fecondo il rapporto, o trovano sintesi nella fertilità della relazione, ma sempre all’interno d’una certa tensione dialettica, particolarmente viva nella sessualità, tra egoismo e oblazione, tra ricerca della propria gratificazione e tensione di trascendenza. Spesso la sessualità è il luogo ove la più seduttrice delle tentazioni s’incontra con la più alta delle aspirazioni. Tutte queste ambivalenze si ricompongono attorno alla seguente sintesi: “la sessualità è un’invenzione divina per incarnare l’amore, per suscitare nel più profondo della creatura le condizioni per il dono creatore”.1 Come al solito tentiamo di enucleare da questa descrizione gli elementi più significativi.
ORIGINE: DONO DIVINO
Anzitutto è importante e per niente inutile ribadire l’origine divina della sessualità. Non perché vi siano dubbi in teoria, ma per reagire a una certa tendenza svalutativa o non abbastanza capace di stima nei suoi confronti, specie nei nostri ambienti, come se la sessualità fosse qualcosa di meno nobile e impuro, o di opzionale e secondario. Ma «c’è forse una parte del nostro corpo che non è santa? Cos’abbiamo che non abbiamo ricevuto dall’Amore che muove il sole e le stelle?».2 La sessualità è grazia che sta a dire la somiglianza della creatura col Creatore, o è parte di tale mistero: “fin nella sessualità, compresa la funzione genitale, l’uomo è concepito a immagine e somiglianza divina”; la sua “carne sgorga dallo Spirito”.3 La sessualità è dunque cosa bella e buona e benedetta, quella che… è meglio riuscita al Creatore, come ho letto non ricordo dove. Noi ci crediamo emancipati al riguardo, ma come siamo distanti dal senso teologico della sessualità così evidente nell’antico credente: «Ogni pensiero riguardante il sesso destava nel semita il pensiero di Dio, perdendo immediatamente quella rozza sensualità che ben conosciamo e, senza negarsi, si fondava sulla percezione del divino».4 La circoncisione ne era segno evidente, d’una appartenenza a Dio che “segna” il corpo, tant’è reale, e lo segna proprio nella sessualità, la sua parte più vitale.
CARATTERISTICHE: CENTRALITÀ E PERVASIVITÀ
Nella geografia del nostro mondo interiore la sessualità occupa esattamente un posto centrale, che la pone in relazione con tutte le altre aree della nostra personalità. Al punto che un problema nato in un’area qualsiasi, ad es. in quella delle relazioni interpersonali, prima o poi influirà sulla sessualità della persona; così pure una difficoltà nella vita spirituale, come può essere un calo della preghiera, inevitabilmente avrà riflessi negativi sul modo di vivere la propria sessualità (e il celibato di conseguenza). Avremo così un conflitto sessuale con radici non sessuali. In un soggetto consapevole del conflitto, ma spesso non delle radici. Ma c’è d’aspettarsi anche il contrario: una sessualità disturbata non può che disturbare a sua volta il modo di relazionarsi del celibe, con gli altri e anche con Dio, così come altri aspetti della sua vita, dalla sobrietà nell’uso delle cose alla libertà del dono di sé. In tal caso il conflitto non sessuale avrebbe radici sessuali. Sempre senza la consapevolezza radicale del soggetto. Da un lato, allora, la sessualità fa da cassa di risonanza di problemi personali nati altrove, dall’altro si cela, quasi camuffandosi sotto mentite spoglie: nasconde e si nasconde, è pervasa e pervade. Proprio per questo è come un termometro che misura la maturità generale personale; indica eventualmente la febbre, anche se non sempre ne precisa l’origine. Ecco perché si dev’esser sempre molto cauti quando s’interpretano condotte e disagi sessuali. È importante sapere, infatti, che nella grande maggioranza delle crisi affettivo-sessuali di persone consacrate non c’è una motivazione affettivo-sessuale all’origine, ma qualche altro problema che, non debitamente e tempestivamente rilevato, ha finito per mimetizzarsi nell’area affettivo-sessuale, sistemandosi proprio lì, ovvero rendendo progressivamente difficile e forse impossibile la vita da vergine o l’osservanza della castità. È alla radice del problema che si deve intervenire, e non solo (e di solito inutilmente) sulle sue conseguenze. Altrettanto ingenuo e fuorviante, anacronistico e antiscientifico sarebbe, in tali casi, attribuire la causa di tutti i guai di preti e frati al celibato ecclesiastico. Vorrebbe dire ignorare le caratteristiche ora ricordate della sessualità, per poi indicare terapie e rimedi sbagliati e improduttivi.
COMPONENTI: DAL GENITALE ALLO SPIRITUALE
Sono soprattutto i sessuologi oggi che raccomandano d’avere una percezione globale della sessualità, evitando riduzioni sia dal basso (sesso come istinto e basta) che dall’alto (la pretesa di spiritualizzare tutto). E sempre la sessuologia ci spiega che la sessualità è “fatta” di: genitalità: di organi predisposti alla relazione e alla relazione feconda, che già dicono la capacità ricettiva e oblativa dell’essere umano, oltre quella unitivo-relazionale; corporeità: ogni corpo è sessuato in ogni sua componente e dotato d’una sua precisa identità di genere (maschile o femminile); tale appartenenza è alla base dell’attrazione d’un sesso verso l’altro, ma anche della capacità di relazione con l’altro-da-sé; affettività: la sessualità acquista vera qualità umana solo se orientata, elevata e integrata dall’amore; cresce e si realizza solo nella libertà di accogliere l’amore e di far dono di sé; spiritualità: la sessualità è anche spirito, spirito come sintesi degli estremi e capacità di lettura di queste componenti per cogliervi una misteriosa veritas, quella verità della vita umana che si rende particolarmente evidente proprio in essa, è inscritta nel corpo. Il corpo sessuato, in quanto “testimone dell’amore come d’un dono fondamentale”,5 svela l’uomo, il suo venire da un altro e il suo andare verso l’altro, il suo nucleo radicalmente dialogico; aiuta a capire il senso della vita, dono ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato; “contribuisce a rivelare Dio e il suo amore creatore”,6 che ha amato l’uomo fino a farlo capace d’un amore datore di vita, che lo rende simile a sé. In definitiva, anche l’analisi della sessualità ci ricorda che l’uomo è creato da Dio come un compact, i cui diversi elementi contribuiscono a render l’uomo un essere assolutamente originale (né angelo né bestia); e se tocca allo spirito leggere e dare un senso all’elemento genitale, tale senso è già “scritto” nella genitalità e dunque nella sessualità stessa. “Carnale e spirituale, lungi dall’opporsi, s’informano reciprocamente”.7 Il sesso riceve dunque senso dal cuore pensante, ma secondo un preesistente ordo sexualitatis. E se da un lato “la carne è fioritura dello spirito”,8 il carnale, a sua volta, può e deve ritrovare la propria funzione di sacramento dello spirituale, di luogo ove quell’ordo è riconoscibile, forse il primo suo segnale, da imparare a captare al di là di pregiudizi un po’ manichei e miopie o strabismi vari, ma anche oltre quell’egoismo “disordinato” e cieco che stravolge qualsiasi ordo o non lo vede affatto. Non basta allora, per il celibe, concludere (in modo sottilmente svalutativo e magari per …consolarsi) che l’esercizio della genitalità non è essenziale per l’integrità umana, ma occorre che impari a scoprire nella sua carne e in ogni impulso della sua sessualità tale radicale ordine interno, al di là dell’apparenza contraria, per realizzarlo poi nella vocazione al dono fecondo di sé del suo progetto verginale. Tentazione non sarà solo l’attrazione per l’altro sesso (in sé naturale), quanto ogni visione riduttiva e negativa, banale e superficiale, povera e paurosa della sessualità che, per la preoccupazione della propria (malintesa) perfezione, rischia di non cogliere e sfruttare tutto quel patrimonio di energia ivi contenuta, rendendo sterile, cioè falsa, la propria verginità. Tentazione non sarà solo cedere alle “lusinghe della carne”, ma pure quello spiritualismo che non ha imparato a riconoscere nel realismo della carne, alla radice della passionalità, la “scintilla pasquale”,9 o la possibilità di accogliere proprio nella sessualità l’azione misteriosa dello Spirito. Non c’è poi gran differenza tra questo spiritualismo davvero disincarnato e un certo materialismo istintivista. Simbolo del superamento della tentazione, allora, è l’uomo che s’è reso “carnale fin nel suo spirito, e spirituale fin nella sua carne” (S. Agostino). La sessualità è mistica e ascetica, dono di grazia che chiede la fatica e rinuncia dei sensi per giungere alla libertà gioiosa dell’amore fecondo. Com’è stato storicamente, per altro: «nella storia della mistica la sessualità è la vera e propria forza della spiritualità. L’energia sessuale costituiva per i mistici uno stimolo a trascendere se stessi e a diventare un tutt’uno con Dio nell’estasi dell’amore».10 Ne deriva, da quanto detto, la fondamentale e insopprimibile tensione della sessualità verso la relazione e la reciprocità, verso l’amore e il mutuo dono di sé. Che s’articola e procede in tre direzioni. Quella dell’apertura all’altro in tutta la sua diversità-alterità, così come il maschile è altro rispetto al femminile. In tal senso la differenza dei sessi è e indica la diversità radicale, il simbolo per eccellenza delle differenze, quasi la scuola per imparare a rispettare e valorizzare il tu, ogni tu, nella sua diversità e apprezzarlo nella sua inconfondibile bellezza; mentre la sessualità diventa ciò che spinge in tale direzione, superando la sempre ricorrente tentazione di omologare l’altro (anche Dio se possibile), di rendere la realtà a propria immagine e somiglianza, di rifiutare quanto e chi non si adegua ai propri gusti. In questa apertura l’individuo ritrova la sua radicale ambivalenza, tesa tra il bisogno dell’altro e la capacità di farsi carico di lui. La sessualità consente di ricomporre questa tensione senza escludere alcuno dei due poli: educa, infatti, alla libertà di ricevere il dono dell’altro, ma pure al senso di responsabilità per l’altro; forma alla gratitudine e alla gratuità, al senso del limite personale e al coraggio di far dono di sé, che lentamente porta all’accettazione incondizionata del tu e al gusto dell’amore disinteressato per lui. Proprio grazie a questa sintesi, allora, la relazione interpersonale diviene feconda, a tre livelli: dell’io e del tu: ognuno, infatti, ne esce rinnovato o capace finalmente di scoprire la propria vera identità, che si può manifestare solo in un contesto di totale apertura e accoglienza relazionale, e che può esser solo frutto della relazione medesima; del noi: da questo incontro nasce pure la relazione come entità assolutamente nuova e non come semplice somma o accostamento di partner-amici, ma come frutto della complementarità tra due esseri che hanno imparato ad accogliersi incondizionatamente nella rispettiva alterità e nell’equilibrio tra bisogno e responsabilità, tra amore dato e ricevuto; e pure come superamento della logica che funziona a sistema chiuso: io e tu, e nessun altro. In realtà “è il noi che è costitutivo dell’uomo”;11 dell’altro: la relazione così vissuta fa nascere una nuova realtà oltre i confini della relazione stessa, come sono i figli nel matrimonio, o si riversa a beneficio di altri, di molti, di tutti, dei poveri, di chi è più tentato di non sentirsi amabile…
Amedeo Cencini 1 J. Bastaire, Eros redento, Magnano 1991, p. 59. 2 Ibidem, 44. 3 Ibidem, 29, 13. 4 Rozanov, cit. da Bastaire, Eros, 8. 5 Giovanni Paolo II, Udienza generale 9/1/1980, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III-I, 1980, p. 90, 4. 6 Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti educativi sull’amore umano. Lineamenti di educazione sessuale, Roma 1983, 23. 7 X. Thévenot, Prefazione a X. Lacroix, Il corpo di carne. La dimensione etica, estetica e spirituale dell’amore, Bologna 1996, p. 5. 8 Bastaire, Eros, 19. 9 O. Clément, Riflessioni sull’uomo, Milano 1973, p. 101. 10 A. Grun-C. Sartorius, A onore del cielo, come segno per la terra. La maturità umana nella vita religiosa, Brescia 1999, pp. 75-76. 11 M.I. Rupnik, Verso la maturazione della vocazione, in “Vita consacrata”, 6(2003), 601.
SESSUALITÀ IMMATURA
Possono essere presenti nella persona delle immaturità in campo sessuale dovute a un processo evolutivo precario o alla carente assimilazione _ed espressione delle caratteristiche tipiche _della sessualità umana.
Nulla di strano che vi possano essere delle forme di immaturità affettivo-sessuale più o meno gravi nel vergine per il regno dei cieli, che rendono più difficile il vissuto celibatario e meno efficace la testimonianza. Esserne convinti e cercar di precisare dove la propria sessualità non è ancora adulta è già un buon segnale (di integrazione dell’immaturità). Negarlo e non far nulla per identificare ove e perché la propria sessualità è più vulnerabile è al contrario sintomo d’immaturità (stavolta disintegrante). Con questo spirito positivo vediamo allora di specificare alcune forme d’immaturità sessuale più frequenti nella vita d’un vergine.
A livello evolutivo
Ci può essere immaturità affettivo-sessuale a livello di sviluppo della sessualità o dei suoi contenuti. A livello evolutivo l’immaturità può essere dovuta, a sua volta, a un non corretto superamento di certi passaggi evolutivi nella prima educazione, con conseguenti difficoltà d’identità sessuale; a un fenomeno di non crescita della sessualità stessa, con conseguente fissazione a una certa fase evolutiva; o a un suo sviluppo non adeguato a età e stagioni esistenziali, o a esigenze pastorali e nuove situazioni ambientali, con relativa regressione a una stagione precedente dello sviluppo. Identità e orientamento sessuale Espressione tipica d’un problema evolutivo è l’omosessualità, legata a una mancata identificazione, nella prima infanzia, col genitore dello stesso sesso (omosessualità strutturale) o a esperienze di tipo omosessuale, nella preadolescenza, che hanno impedito il passaggio dalla fase omoerotica a quella eteroerotica (omosessualità non strutturale). Ma non significa solo attrazione per le persone dello stesso sesso, quanto difficoltà a interagire col diverso-da-sé, ad accogliere incondizionatamente l’altro, a lasciarsi formare dall’alterità, a distogliere lo sguardo da sé senza omologare la realtà a sé. Sono segno di fissazione alcune reazioni affettive infantili di consacrati adulti, come ad es., atteggiamenti di gelosia nel vivere un’amicizia o nel modo di gestire la pastorale (“il mio gruppo, il mio ministero”); o una curiosità sessuale di stampo preadolescenziale nel consacrato non più giovane che ruba, con sguardo mai sazio e irrispettoso dell’altro/a, immagini e sensazioni illusorie di gratificazione; o un’enfatizzazione della sessualità comprensibile nell’adolescente e un po’ meno in religiosi adulti che ancora sognano e idealizzano come ragazzi il frutto proibito. In questi casi la sessualità è rimasta infantile o adolescenziale e l’individuo non è mai cresciuto. Con notevoli conseguenze sul piano dei rapporti e della stessa attività ministeriale, anche se solo raramente la persona coglie la correlazione. Immaturità, comunque, non è solo il singolo episodio, quanto l’atteggiamento abituale e privo di coscienza critica (o di rimorso). La regressione, invece, è una reazione al presente con stili del passato: ad es. la ricerca ansiosa d’affetto da parte del giovane consacrato, a suo tempo bravo novizio e chierico, che si ritrova a vivere un’inedita situazione di solitudine senza la protezione di certe strutture e s’attacca a qualcuna o si chiude nella masturbazione; o l’innamoramento del religioso sui 40 anni e oltre, che affronta forse per la prima volta la sensazione della vita che gli sfugge o un certo fallimento. In entrambi i casi c’è come un ritorno al seno materno o a un certo calore già goduto, nell’illusione di evitare la durezza della situazione. Ma in realtà tutto ciò crea solo uno scompenso nella vita individuale e sociale della persona, che in tal modo non si lascia plasmare dalla vita e dalle sue provocazioni.
A livello di contenuti
Dal punto di vista del contenuto l’immaturità affettiva–sessuale sarà invece legata a una non realizzazione delle componenti fondamentali della sessualità medesima (cf. Testimoni 3/2004). Avremo allora una sessualità o priva di mistero (e superficiale e banale), o povera di relazione (e tutta centrata attorno all’io), o non aperta alla fecondità (e miseramente sterile e insignificante). Vediamo di approfondire. Sessualità priva di mistero Nella sessualità emerge ed esplode il mistero della vita umana, sia nel senso classico della sua profondità insondabile di significato, che in quello più moderno della sua capacità di riunificare gli opposti (carnale e spirituale, maschile e femminile, io e tu…). Un progetto di verginità è tutto costruito su questa dimensione misteriosa, senza la quale esser vergini non avrebbe più alcun senso o sarebbe solo continenza faticosa o comoda assenza d’impicci. E invece non è raro il caso del vergine che ha smarrito il mistero della sua sessualità o quel sapore del mistero che poi introduce alla contemplazione mistica, e si condanna a vivere una verginità senza profondità né spessore, senza rimando a un Altro e al senso dell’amore; vergine dall’elettrocardiogramma piatto. Con questi segni o conseguenze: a) presunzione – costui presume di sé, di conoscersi, di sapere su Dio, d’insegnare agli altri quel che ci vuole per esser perfetti e santi. Così presume anche di saper tutto della vita affettiva e d’aver risolto ogni problema al riguardo, e magari conclude che l’affettività è cosa ingombrante e per tipi deboli, e decide che sia meglio ridurla al minimo; anzi, lui ne può fare a meno; b) ignoranza – dalla presunzione all’ignoranza il passaggio è breve e il danno grave, poiché un religioso che non conosce la sessualità non sa nemmeno cosa sia la verginità e perché l’ha scelta. Ad es.: costui non sospetta che nella sessualità umana sia inscritto in qualche modo il senso della vita, dono ricevuto che tende a divenire bene offerto; ha un’idea così meschina (e volgare) del sesso che non può credere che la sessualità, che viene da Dio, possa fornire energie importanti per la vita spirituale e che in essa viva lo Spirito di Dio; non sa che sessualità matura vuol dire capacità di relazione con il diverso, con l’altro-da-sé, con chi non è amabile perché si senta amato; non ha mai imparato a benedire la sessualità e magari quando ne parla diventa rosso o fin troppo serioso, o è banale e rozzo… È l’ignoranza del mistero! c) Analfabetismo e anemotività – non c’è peggiore ignoranza di chi non vuol vedere o sentire, come il consacrato che teme o disprezza la sessualità, non cogliendone il mistero, perché la sente negativa e immonda, e decide di non vederla e negarla dentro di sé, si ostina, cioè, a non ammettere i propri sentimenti e spiritualizza tutto, anche l’eventuale cotta. Ora, chi ignora i suoi sentimenti si fa un gran male, poiché perde i contatti con se stesso, diventa analfabeta sentimentale, uno che non sa leggersi dentro né tanto meno capire l’altro. Col rischio, continuando a reprimere, di diventare anemotivo, di non provare più alcun sentimento, come “frate-orso” o “suor calotta polare”. La sessualità diventa allora come un gigante addormentato, e non è da escludere, se si sveglia di soprassalto, che faccia disastri… d) Idolatria e primitivismo – oppure, altro possibile rischio è quello di sviluppare la tendenza opposta, quella che rende sempre più dipendenti e dunque anche più deboli nei confronti d’impulsi e pressioni istintuali varie, in base al principio: «quel che sento lo devo anche fare, altrimenti sono meno autentico e vero». Alla faccia del mistero! In realtà chi (s)ragiona così è solo un primitivo adoratore di sentimenti e istinti, quasi idolatra, così primitivo da non aver ancora imparato a distinguere la sincerità dalla verità al riguardo, o da confondere la libertà del cuore con la dipendenza affettiva.
Sessualità povera di relazione
Sessualità è relazione, apertura, accoglienza dell’altro diverso-da-sé, rifiuto di porsi al centro della relazione. È impossibile scegliere la verginità se la sessualità non è maturata in tale direzione. Ma è possibile, purtroppo, fare della verginità un alibi per chiudersi in se stesso. Sarebbe come un… violentare la propria sessualità, costringendola a ripiegarsi su di sé, ad andare contro natura e trasformarsi nel suo contrario, in energia che chiude il soggetto in se stesso e lo rende incapace di relazione. Avremo allora un celibe che tutt’al più osserva il suo celibato, ma non lo ama, ha il cuore altrove. Con svariati segnali d’inautenticità: a) la negazione del tu – il sintomo più evidente è quel sostanziale egocentrismo che rende insensibili nei confronti dell’altro,1 attenti solo a sé e incapaci di empatia, timorosi della relazione intensa e di qualsiasi segno di vicinanza. Un segnale molto indicativo e per niente raro di povertà relazionale è l’incapacità di godere della gioia altrui, d’apprezzare l’altro e fare (e fargli) festa (non basta essere vicini solo nel dolore). Una sessualità centrata sull’io crea ancora tendenza alla selezione nei rapporti e all’“uso” discreto dell’altro/a per i propri bisogni; come pure tendenza al dominio e al possesso dell’altro (libido dominandi). Un risvolto singolare di tale sindrome nella vita comunitaria è la trascuratezza e brutalità nell’uso delle cose di tutti, l’indisponibilità a condividere e la tendenza all’avarizia, all’invidia e alla competitività relazionale. Ma l’egocentrismo è così invadente che può disturbare anche la vita spirituale e rendere insignificante il rapporto con Dio e fredda e vuota la preghiera. b) L’alterazione dell’io – quando l’io si chiude in se stesso… butta fuori la parte più vera e più bella di sé e la sostituisce con una falsa e caricaturale, che renderà artificioso e bugiardo il modo di vivere e di esser consacrati. Di qui l’avvio di pericolosi processi di compensazione: abuso di cibo e alcool, accumulo di denaro e oggetti,2 senso ostentato di superiorità e autosufficienza, protagonismo e ricerca narcisista del proprio successo, sottile autocompiacimento nel sentirsi “interessante” e magari conteso, rozzezza nel tratto, razionalismo esasperato ed esasperante, trasandatezza generale o all’opposto ricercatezza eccessiva nel vestire, mancanza di creatività apostolica, assenza di gusto estetico, malumore e nervosismo costanti… Tutte espressioni della cosiddetta gratificazione vicaria (o indiretta) d’una sessualità centrata attorno all’io, che non ha trovato adeguato spazio e respiro nella relazione. Sessualità non aperta alla fecondità Sessualità significa generatività, vita ricevuta e data, dono creatore. Anche il vergine deve saper generare, come ogni vivente, altrimenti la verginità è maledizione. Ma non può farlo se non ha imparato a vivere la propria sessualità come forza creativa che cerca il bene altrui. Segnali specifici negativi saranno allora: a) sterilità e solitudine – è la storia di tanti celibi, “uomini mancati” anche se indaffarati, perché invece di generare e far crescere l’altro, renderlo autonomo e libero, lo legano a sé, gli impongono per forza il proprio “nome” come un marchio di fabbrica (“che si sappia che quella cosa l’ho fatta io”), o diventano “figli dei loro figli”, cioè fanno consistere la loro identità in quel che producono, nei risultati delle loro prestazioni. Sono celibi che non creano libertà attorno a sé, perché non sono liberi di consegnare loro stessi all’altro, alla vita, alla malattia, alla morte, né di consegnare il proprio “figlio” agli altri senz’alcun diritto di proprietà. E si ritrovano soli, come il chicco di grano che non si consegna alla morte e rimane “solo”, non genera né dà alcun frutto (cf. Gv 12,24). b) Fecondità deviata – altro segnale di sessualità sterile è il caso del celibe che dirotta la sua capacità generativa dalle persone alle cose, agli oggetti inanimati, agli animali, all’attività professionale. Esiste al riguardo una certa galleria di personaggi interessanti, come il consacrato che si dedica a varie collezioni (dai francobolli alle farfalle), o che coltiva hobby strani (il primato spetta a un religioso, forse non proprio pacifista, costruttore di pistole!), o preso da manie infaticabili (il famoso “mal della pietra” di religiosi ingegneri), o che fa l’agricoltore o il meccanico o il topo-di-biblioteca o il tuttofare così chiuso nel suo mondo da non saper più godere del rapporto con l’altro. c) Diversità temuta – ciò che rende feconda la sessualità è l’incontro delle diversità, complementari l’una all’altra. Il timore del diverso, invece, rende sterile il rapporto. C’è in giro oggi un’omosessualità strisciante quale problema essenzialmente relazionale prima ancora che esplicitamente sessuale, che impoverisce lo scambio e conflittualizza all’istante la diversità, invece di sfruttarla come una risorsa; porta a rifiutare l’altro e a sentire come una minaccia la sua differenza di idee, di sensibilità, d’esperienza, di religione, fino a pretendere di renderlo simile a sé, rendendo infeconda la relazione. Se la sessualità indica la diversità radicale ed è scuola per imparare a vivere nella differenza, questo timore segnala un rapporto negativo con la propria sessualità, ancora una volta inibita e castrata nella sua vitalità e fecondità.
Amedeo Cencini
1 Così don Calati: «Una vita celibe che non sa commuoversi per le sofferenze umane, che non rivela soprattutto compassione, che rimane chiusa in se stessa ed è arcigna, è biblicamente maledetta» (B.Calati, Il primato dell’amore, Camaldoli 1987, 15). 2 «Se si ha l’essenziale, non ci si fissa sui dettagli. Ma se l’essenziale non c’è, ci si riempie la vita di soprammobili. La vita di uomini e donne veramente felici è fatta in genere di molta sobrietà…» (M.Danieli, Liberi per chi? Il celibato ecclesiastico, Bologna 1995, 51).
BEATI I PURI DI CUORE
Cercando d’individuare le componenti fondamentali della scelta verginale, abbiamo parlato di sessualità. Se interroghiamo il vangelo, ci incontriamo con un’altra componente significativa, che è addirittura oggetto d’una beatitudine, quella riservata, appunto, ai “puri di cuore” (Mt 5,8).
Purezza sembra termine d’altri tempi, forse richiama alla mente memorie remote non tutte esaltanti, quand’era solo o soprattutto continenza e repressione, lotta con tentazioni simili a ossessioni, ideale fin troppo severo con séguito di confessioni dominate dalla vergogna e da devastanti sensi di colpa… Oggi se ne parla poco (c’è chi lo chiama “silenzio impuro”), anche perché il termine è assorbito in quello più ampio di “castità”, ma sarebbe un peccato perderne il senso specifico, quello ancora riconoscibile, almeno in parte, nell’uso che ne fa persino la lingua corrente. Nella quale si dice “puro” ciò che è genuino e autentico, schietto e compatto, fresco e verace, integro e semplice (=composto da un solo elemento), non adulterato e… credibile (come la …pura lana vergine). È molto più ricco e arioso il dettato evangelico, specie se colto nel contesto delle Beatitudini (ove l’idea di purità va ben oltre il concetto di castità, come vedremo subito).1 Cerchiamo allora di restituire verità e luminosità a una parola associata ora con un improprio spiritualismo (“la virtù degli angeli”), ora – per reazione – con una concezione negativa e frustrante del mondo interiore.
UN UNICO GRANDE AMORE
Nelle Beatitudini non si parla di purezza, ma di “puri di cuore”, e dunque di qualcosa subito presentato come una qualità del cuore, dunque come un modo generale d’essere e particolare d’amare. Con caratteristiche specifiche circa l’amore amato e lo stile amante. Puro-di-cuore è colui che è posseduto da un unico grande amore, in cui riconosce la propria verità. Non è essenzialmente chi non commette gesti impuri o …non conosce donna, né un tipo semplicemente amante, ma uno che conosce un solo amore, quello esattamente che è chiamato ad amare e da cui si sente conquistato totalmente. La purezza non è astinenza e osservanza, ma pienezza e unicità d’amore, senza dispersioni né cali di tensione. Per questo il puro risponde in pieno alla natura dell’impulso affettivo-sessuale, il quale può esprimersi al massimo della potenza d’amore solo quando la sua energia si concentra in un unico affetto, verso un’unica persona, per poi effondersi su altre, su molte altre. Insomma, l’innamoramento è e deve essere unico. È il famoso “principio della concentrazione”, valido per tutti, sposati e celibi. Il vergine per il regno (cf. 2a scheda) è quel credente che ricorda a tutti la centralità di Dio e dell’amore per Dio come prospettiva originaria e finale dell’amore e degli amori umani, e lo ricorda scegliendo già da ora, per grazia e sempre nella debolezza della sua carne, Dio come termine e oggetto immediato del suo amore. Tale scelta, vissuta con cuore puro, raccoglie e concentra tutte le sue energie in quest’amore, e rende l’individuo: vero con se stesso e con quello che è chiamato a essere e amare. Il puro-di-cuore non va dove lo porta il cuore, ma ama ciò che è degno d’esser amato, o Colui che “dovrebbe” amare. E nel quale ritrova la sua propria identità e vocazione. Purità è verità, verità che attrae perché svela l’essenziale e rende liberi. Per questo il puro-di-cuore si sente appagato in quel che è ed è credibile in quel che fa. Il vergine è puro-di-cuore non solo se è fedele a quest’amore, ma per quanto è reso uno dall’Uno, unificato da Colui che è assolutamente puro in se stesso, e che è sempre più unico nella sua vita di vergine, perché tutto in essa parte da lui e riconduce a lui, ogni desiderio e scelta; perché ha la precedenza su tutti gli altri affetti. In tal senso è anche compatto e consistente, ben ancorato al suo centro, “stabile come il monte Sion”. Il puro-di-cuore vuole una cosa sola, conosce un’unica passione. È puro il cuore di chi a Dio non nasconde né sottrae nulla, ma gli consente d’entrare in tutti gli angoli della sua persona, fin nei sotterranei del suo cuore: sono pure le sue mani, labbra, occhi, sono tersi i suoi pensieri e intenzioni. Per questo egli è trasparenza dell’amore di Dio, poiché non ferma l’attenzione su di sé, ma rinvia a Dio, “come l’acqua d’un ruscello così limpida che se ne vede il fondo. E questo perché …l’amore che egli manifesta non è suo, ma di Dio”.2 Il puro-di-cuore non cerca se stesso e non conosce falsità. Tutto per lui è puro. Cuore puro non significa possesso tranquillo e scontato d’un amore per sempre, ma semmai desiderio, ricerca, nostalgia, consegna-di-sé, tensione verso di esso, nella certezza che solo l’Eterno può riempire il cuore umano e con la rinuncia, anche sofferta, a quanto potrebbe frenare il cammino o deviare l’attesa. Il puro-di-cuore sa che “occorre fare anche fino alle lacrime l’esperienza che Dio è il nostro unico amore”.3 D’altronde non c’è nulla di più intatto d’un cuore lacerato.
L’AMORE DEL PURO DI CUORE
Torniamo al principio della concentrazione. Per dire che c’è un rapporto sia quantitativo che qualitativo tra quell’amore unico e grande che assorbe tutte l’energie affettive della persona e gli altri amori. In altre parole quell’affetto centrale fa amare di più, molte altre persone: più grande e unico è quell’amore, tanto più la persona sarà ora capace di amare altri, idealmente tutti, senza rifiutare alcuno; ma tale amore detta anche lo stile agli altri amori: Colui che il vergine ama diventa anche il modo d’amare del vergine. Anche questo è purità di cuore: una perfetta consequenzialità e convergenza tra oggetto dell’amore e stile amante. Che è quanto ci dice indirettamente la Parola: la beatitudine del puro di cuore, infatti, e dunque anche la qualità del suo amore, si comprende solo collegandola con le altre Beatitudini.
Amore povero
è l’amore del “povero di spirito”, di colui, cioè, che si sente amato nella sua povertà e non amabilità, dunque in termini di assoluta gratuità e oltre ogni suo merito; e benvoluto da un amore grande e per sempre, che da un lato lo appaga e rende grato, dall’altro lo libera dall’ansia dell’accumulo, quello affettivo in particolare, e gli fa gustare e scegliere la sobrietà nelle relazioni, nei gesti, nell’espressione di sé, perché emerga l’essenziale, che è l’amore eterno, e resti sempre al centro. Fino al punto di rinunciare, ulteriore povertà, anche a un’esperienza tra le più belle e godibili per l’essere umano, come quella sessuale. Dio solo conosce il profumo di questo sacrificio!
Amore misericordioso
La misericordia è l’amore in eccesso, la misura colma e traboccante che va oltre la giustizia, non commisurato al merito dell’altro, né ai propri interessi. Per questo può perdonare solo chi ha conservato e non disperso, capitalizzato e concentrato, l’amore. Che diviene per questo eccesso d’amore, e consente poi di voler bene anche a chi è meno amabile o non se lo merita o ti ha fatto un torto. Chi non perdona non dispone di quell’eccesso; ha una misura piccola d’amore, frutto di calcoli e conti che non tornano, e se la tiene ben stretta per sé. è un impuro.
Amore pacificante
Chi ama con tutto se stesso ed è fedele all’Amato vive nell’armonia e nella pace, e non può non seminare attorno a sé serenità e concordia. E non perché è un tipo calmo e pacifista, o per natura portato a mediare ed evitare conflitti, ma perché profondamente coerente con quell’amore che è la verità della sua vita. E nulla come la coerenza, sappiamo bene, distende, appaga, dà forza, fa stare in pace con se stessi, e rende intraprendenti per “costruire pace” in ogni relazione. La guerra, piccola o grande, anche tra di noi, nasce sempre in cuori impuri.
Amore mite e perseguitato
Se purezza di cuore significa concentrazione d’amore, allora non è solo osservanza o energia per superare le tentazioni, ma è investimento d’energia che moltiplica l’amore e la capacità di diffonderlo, al punto da render capaci di caricarsi sulle spalle il peso dell’altro e del suo peccato, financo del suo rifiuto e della sua offesa, per risponder con il bene. È la forza straordinaria del mite, che non è un timido o un pauroso, ma al contrario è tra chi non è troppo preoccupato di sé e si prende cura dell’altro. È la forza straordinaria dell’Agnello di Dio, che si carica su di sé il peccato del mondo e lo toglie. È la forza straordinaria del puro di cuore. Il violento, che è un debole arrabbiato con la sua debolezza, è uomo dalle labbra e mani impure. La cosa forse più singolare e originale del testo biblico è proprio l’invito alla beatitudine del cuore puro, e forse anche la meno capita. Se l’avessimo infatti compresa non saremmo così imbarazzati e incerti nel proporla ai giovani, e non vi sarebbe nella chiesa questa sorta di congiura del silenzio, impuro e assordante, sulla purezza del cuore.
NÉ BEATI… … NÉ PURI-DI-CUORE
Ma non è solo questione di parresia o di parole giuste da trovare per dire cose insolite per la cultura odierna. Il problema non è la purezza del vergine, ma la beatitudine del vergine nella sua purezza. O almeno questo sembra il dramma di tanti celibi per il regno, non la fatica dell’osservanza virtuosa, quanto la libertà di trovare in essa la felicità! Vi sono infatti in giro consacrati la cui virtù e rigore a nessuno sarebbe lecito porre in dubbio, ma che con altrettanta evidenza spargono attorno a sé tristezza e insoddisfazione; o così austeri e seriosi, “affaticati e oppressi” da risultare i peggiori testimoni di quanto hanno scelto; o così emotivi e suscettibili, bisognosi d’appoggi e compensi da lasciar intravedere il vuoto nel cuore; o che sono sì casti e puri, ma isolandosi come esseri asociali che temono o disprezzano il mondo. Tutti questi personaggi non sono “beati”… Ma allora non sono neanche puri-di-cuore. Dobbiamo capire che la beatitudine è componente essenziale della purezza del cuore, non ne è semplice conseguenza o elemento facoltativo e accessorio, né, tanto meno, forzatura o estetismo di maniera per risultare attraenti, o questione di carattere, ma espressione globale della persona che si sente posseduta da un amore grande ed è felice. Tacere su quest’amore o non goderne son due forme d’impurità. Ed è beatitudine, sia chiaro, che non esclude il sacrificio, ma convive con esso, anzi, l’una autentica l’altro. Il vergine puro-di-cuore non è oca giuliva, ma discepolo che sta scoprendo nella rinuncia la condizione della sua libertà, nella solitudine del cuore l’intimità con l’Eterno, nella sterile povertà della sua carne il segno misterioso d’una ricca fecondità. E questo lo rende beato. D’una beatitudine contagiosa. Purezza di cuore, abbiamo detto, è coltivare un solo desiderio, un’unica aspirazione, che poi è l’unico vero desiderio umano: vedere il volto del Padre. Il puro-di-cuore punta tutto su questo, crede nella beatitudine che promette la visione. E si allena a questa visione imparando lentamente a osservare nell’umano le tracce del divino, o nei volti di fratelli e sorelle le sembianze del volto divino. Puro è lo sguardo che sa cogliere l’incancellabile bellezza e verità delle origini nelle cose, specie nelle persone; puro è lo sguardo di chi percepisce il corpo nella sua dimensione personale e totale, prima ancora che come oggetto di piacere. Puro è lo sguardo che s’accorge della presenza dell’altro a partire dal suo viso (Lacroix). Puro è lo sguardo “curioso” di p.Christian, il monaco trappista trucidato dal terrorismo islamico, che nel suo testamento sogna di poter finalmente immergere, nella visione “beatifica”, il proprio sguardo “in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’islam così come li vede lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito…”. Soprattutto è puro, all’inizio della missione di Gesù, lo sguardo del “Padre che sorride al Figlio e del Figlio al Padre, mentre il loro sorriso produce piacere e il piacere produce gioia e la gioia produce l’amore”.4 Se al cuore della vita di Dio c’è questo incontenibile sorriso il puro-di-cuore è destinato a trovare la sua dimora in questo scambio di sguardi, lasciando che quel sorriso illumini anche il suo volto e rimbalzi su molti altri, mentre in cuore gli cantano le parole dell’amore eterno: “Tu sei il mio prediletto”. Il puro-di-cuore è un pre-diletto infatti: è amato prima, al di là di meriti e osservanze, per sempre e da un amore grande. Puro-di-cuore perché libero da ogni pretesa e con lo sguardo colmo di sorpresa.
Amedeo Cencini
1 Secondo il biblista Maggioni lo sfondo ideale per la corretta interpretazione della castità evangelica è comunque proprio quello delle Beatitudini (cf. B. Maggioni, La lieta notizia della castità evangelica, in “La Rivista del clero italiano”, 7-8 [1991], 499). 2 Maggioni B., La lieta, 452. 3 Y. Raguin, Celibato per il nostro tempo, Bologna 1973, p. 70. 4 M. Eckart, cit. in T. Radcliffe, Forti nella debolezza
LA LIETA NOTIZIA DELLA CASTITA’
La castità è un atteggiamento di fondo, come un modo d’essere e d’osservare la vita e rapportarsi con sé e gli altri che va oltre il fatto puramente genitale-sessuale, ma che consente poi di coglierne la verità e realizzarne gli scopi. Ed è virtù propria di tutti.
La scelta di vivere vergini suppone un rapporto corretto con la sessualità e il proprio corpo, assieme alla capacità di concentrare la propria energia affettiva in un unico amore (= purezza). Ma come giungere all’uno e all’altra? È la castità che consente di fare questo importante percorso di vita, castità come virtù morale che regola l’esercizio della sessualità secondo lo stato di vita della persona, in funzione dei suoi valori e nel rispetto della natura della sessualità stessa. Se cuore puro è il cuore di chi ha un solo amore e concentra tutta la sua energia affettiva in quell’unica direzione (in linea con la sua propria identità), ha un cuore casto chi ha imparato e sta imparando a orientare l’eros (=energia e pulsioni affettivo-sessuale) verso il suo fine specifico secondo le sue personali scelte di vita. Di qui alcune conseguenze rilevanti.
IL “VANGELO” DELLA CASTITÀ
Anzitutto la castità è una bella notizia; è tutta da sfatare l’idea negativa e riduttiva di questa virtù, come fosse legata a un’idea ambigua di perfezione, fatta di rinunce che nascono dalla svalutazione del corpo o dalla paura del sesso, e che finiscono per render triste e impoverire il finto asceta. La castità è un atteggiamento di fondo, come un modo d’essere e d’osservare la vita e rapportarsi con sé e gli altri che va oltre il fatto puramente genitale-sessuale ma che consente poi di coglierne la verità e realizzarne gli scopi. Ed è virtù propria di tutti, sia di chi esercita la sessualità nel matrimonio, sia di chi ha deciso di non esercitarla. Comporta certo una rinuncia, ma ancor prima e soprattutto «significa energia spirituale che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dall’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione…, virtù che promuove in pienezza la sessualità della persona e la difende da ogni impoverimento e falsificazione»,1 o da tutto ciò che la rende meno umana. La castità è «la sessualità messa al servizio dell’amore» (L. Rossi). Per questo è “buona notizia”, poiché indica la maturazione di tutto l’essere dell’uomo a vivere l’amore e a esprimerlo col corpo nella sincerità e verità. E sarebbe troppo poco dire che la castità è un modo di regolare la vita sessuale, poiché essa educa invece il corpo a esprimere realmente l’amore, educa i sentimenti alla tenerezza e alla sensibilità, al gusto della bellezza e al fascino della verità, fino alla libertà del dono di sé. Immagine della castità consacrata è Francesco che bacia teneramente il lebbroso, non il triste osservante.
IL MISTERO DEL CUORE CASTO
All’inizio delle nostre riflessioni sulla verginità abbiamo detto che la sessualità è espressione e cifra del mistero umano, punto centrale e incandescente ove convergono, ritrovando unità, opposte polarizzazioni (es. femminilità e mascolinità, identità e alterità, amor di sé e dell’altro, tentazioni e aspirazioni…); anche la castità esprime questo mistero. In essa, infatti, non c’è solo la tensione verso i valori dello spirito, ma anche verso quelli inscritti nella corporeità e genitalità; la castità non è fedeltà solo alla scelta verginale, ma pure alla propria sessualità; anzi, la scelta verginale è casta solo quando attinge e promuove bellezza e funzione della sessualità, con tutta la fatica che questo comporta: solo allora è scelta verginale. Duplice “obbedienza” La castità del vergine è sintesi di due attenzioni e passioni: per la propria scelta verginale soggettiva, e pure per i valori oggettivi della sessualità, e prim’ancora della sua corporeità. Il corpo non è forse già da sempre «il soggetto stesso d’una fede che osa affermare col suo tessuto esile ed esaltante l’indissolubile comunione della carne con Dio».2 Castità, allora, vuol dire rinunciare, per il Regno, all’esercizio genitale senza rinunciare al fine naturale della sessualità (cf. terza scheda). O significa, più in positivo, realizzare lo scopo specifico della sessualità attraverso la scelta verginale. Per questo non basta, per esser casti, negarsi i cosiddetti “piaceri della carne”, ma occorre cogliere nella luminosità e ambiguità della carne l’incancellabile presenza dello Spirito, la scintilla pasquale, e favorire la potente spinta che la sessualità imprime alla relazione con l’altro-da-sé, perché sia feconda. Rinuncia sana Non è casta, allora, la vita di chi per mantenere fedeltà a uno dei due poli valoriali (o a una delle due “obbedienze”) rinuncia all’altro, in modo più o meno inconscio. Se, ad es., la rinuncia all’esercizio della mia genitalità mi chiude alla relazione con l’altro o mi rende sterile e improduttivo, triste e insignificante, quella rinuncia non è sana né casta, e ha pure poca tenuta, di solito, anche se fatta in nome della mia verginità (per proteggerla, come un tempo si pensava). Così come, al contrario, se la pretesa di esser come gli altri e di gratificare certe esigenze affettive m’impedisce, di fatto, di testimoniare Dio come l’unico grande amore, il primo e l’ultimo, che mi apre verso tutti, la mia rinuncia sarebbe solo fittizia e falsa al limite. È sana la rinuncia che rispetta e “obbedisce” a entrambi i piani e i valori, quella che mi fa esser uomo spirituale e carnale, e che lascia trasparire il senso del corpo sessuato reso misteriosamente fecondo proprio dalla rinuncia. Tale rinuncia mirata e motivata non intristisce l’animo di chi la pratica e diventa una bella testimonianza di come Dio riempia il cuore del vergine. Di fatto favorisce la concentrazione dell’amore ed è più possibile e meno faticosa d’una rinuncia che non nasce da questa sintesi o meno attenta alla grammatica del corpo. Peccato contro la castità, allora, è non solo la sessualità incontrollata, o per eccesso, ma anche la sessualità rimossa, o per difetto, o quella disintegrata, non ben equilibrata e integrata con l’amore
LA VERITÀ DEL CORPO CASTO
La castità, abbiamo detto in apertura, è virtù che regola; è dunque norma, legge comportamentale, coi suoi obblighi e divieti. Forse anche per questo non è tra le virtù più gettonate, anche nei nostri ambienti, tanto meno è stile di vita proposto nella cultura odierna. Per una serie di equivoci che forse anche noi abbiamo contribuito a far nascere. Forma e norma Ogni norma, se non vuole rischiare il legalismo o il fariseismo ipocrita, ha bisogno d’agganciarsi a una forma, nel senso pieno del termine, forma come modo d’essere e stile esistenziale; anzi, la norma nasce da una forma ed è in funzione d’essa. D’altro canto ogni forma, se non vuol divenire evanescente e insignificante, deve concretizzarsi in norme. Ma quale è la forma verso cui tende la vita cristiana, e tanto più, chi sceglie d’esser vergine per il regno dei cieli? È la forma di Gesù e dei suoi sentimenti, o ancor più precisamente, è la forma del corpo del crocifisso e risorto. Non solo perché Gesù è stato vergine, ma soprattutto perché il suo corpo ha espresso, lungo i giorni della sua vita terrena fino all’epilogo del Golgota, la verità del corpo umano, che è frutto e segno d’un amore ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato. «Il corpo è vero, e non mente, quando si ritrova nella forma dell’offerta».3 La castità è la norma al servizio di questa forma, è ciò che mira esplicitamente a questa connessione, ponendosi tra l’una e l’altra (sempre nella logica del mistero), affinché «la forma del corpo di Gesù diventi la forma (o la norma) del nostro corpo; e non ci sia contraddizione tra il confessare Gesù e la forma del nostro corpo».4 O, giocando ancora sull’assonanza dei termini, la castità è norma che nasce da una forma per seguire le orme del crocifisso Signore. In altre parole, la castità è la virtù che spinge e provoca il corpo a esser vero e ritrovare verità nel dinamismo dell’offerta, a non chiudersi in se stesso (es. le forme varie di masturbazione, non solo fisico-genitale), a non mettersi al centro della vita e delle relazioni (es. le sottili forme di narcisismo). Ma allora ci sono altri passaggi importanti sempre nella direzione della verità del corpo casto. Spirituale e carnale Spirituale non significa immateriale, né designa una sostanza superiore o un ente misterioso, ma un dinamismo, un modo d’essere che può esser anche acquisito, anzi, che ogni uomo deve lentamente conquistare. Come o qual è questo dinamismo? È «il dinamismo di apertura all’alterità»5 per fare dono di sé, poiché, secondo Lévinas, «il donare è il movimento originario della vita spirituale»,6 ma il donare, a sua volta, se non vuol esser illusorio e generico, è possibile solo mediante il corpo, solo allora è concreto ed effettivo donarsi e soprattutto è dono di sé, della propria vita. Come dire: lo spirituale si manifesta nel carnale, ne ha bisogno, mentre il corpo è chiamato a divenire spirituale e lo diventa entrando nel dinamismo del dono. Dobbiamo divenire esseri spirituali e carnali al tempo stesso. Divenire spirituale è vivere il proprio corpo come donato e fatto per il dono e la relazione. Diventare carnale è ascoltare il proprio corpo e decifrarne il linguaggio, intuirne la dignità in quella ricerca e bisogno profondo di amore e verità che si cela spesso dietro certe richieste; ma accettare anche d’esser sensibili, vulnerabili, deboli, capaci di comprendere la debolezza altrui. Quando il cuore di pietra diventa cuore di carne, il soggetto diventa tenero da duro che era. E scoprendo la propria debolezza non rifiuta più quella dell’altro… «Lungi dall’essere disincarnazione, la spiritualizzazione è incarnazione».7 La castità è l’espressione di questo processo, e assieme è ciò che consente il passaggio dal cuore di pietra a quello di carne, dall’essere spirituale a quello incarnato (e viceversa);8 non è casto il cuore presuntuoso e duro, chi non perdona né s’apre alle necessità altrui, o chi vive il proprio dono come cosa eccezionale ed eroica e non capisce che «i bisogni materiali del mio prossimo, sono bisogni spirituali per me».9 È la castità che consente di realizzare quel tipo d’uomo che s’è reso «carnale fin nel suo spirito, e spirituale fin nella sua carne» (s. Agostino). “Dolum” e “donum” Sembrerebbe semplice il compito di questa virtù, ma non lo è perché il corpo è colmo di violenze e ambiguità, di risentimenti e autoripiegamenti, che spesso falsano il rapporto con l’altro, strumentalizzando il tu e vanificando quella tendenza eterocentrica che la sessualità attiva in ogni essere umano. È sottilissimo il meccanismo che pone l’io del vergine al centro della relazione col tu; spesso sfugge anche al soggetto (anche perché al centro ci si sta bene…), ha tutta l’apparenza dell’amore, ma in realtà è inganno che erode gli affetti più intensi e deforma il volto d’entrambi perché, dietro la finta del dono o dello scambio (“io t’appartengo”, “tu sei importante per me”, “non ti posso perdere”, “tu sei mio”, “nessuno m’ha dato quel che m’hai dato tu”…), cela strategie varie di assoggettamento del tu e d’invadenza dell’io. Il proprio corpo, allora, non è più nella forma dell’offerta, diviene falso o de-forme (ha smarrito la sua forma), e strumento di conquista del corpo altrui, a sua volta terra di conquista. È dolum (=inganno), non donum, ma è difficile accorgersene. Castità è la premura vigile d’un cuore attento a quel che avviene nelle sue profondità recondite, vigile perché geloso dell’amore che lo abita, attento perché attratto dal mistero del corpo umano, tempio di Dio! Morte e Resurrezione La castità del vergine è rinuncia, è dir di no a una delle realtà più attraenti e ricche di mistero dell’esistenza umana come la comunione piena dei corpi e della vita; è morte. è importante riconoscerlo senza trastullarsi in patetiche restrizioni mentali per giustificare miserabili compromessi («fin qui si può», «ma cosa c’è di male a volersi bene?», «basta coi tabù, certe esigenze vanno gratificate»). Anche qui basterebbe saper leggere il proprio corpo, il quale, se stimolato, è capace d’una miriade d’emozioni, che aiutano a discernere la qualità del rapporto. Allora restituiremmo al corpo la dignità di essere «la nostra buona coscienza»;10 ma soprattutto, grazie proprio alla lucidità e coerenza con cui vergini viviamo la nostra morte, diverremmo capaci di ritrovare le parole della vita, per dire all’uomo e alla donna di oggi l’inaudito cristiano del destino ultimo del corpo. «Risorgerà ogni corpo che nel suo stare al mondo avrà in qualche modo ripresentato le movenze del corpo di Gesù. Vivrà per sempre nella gioia di Dio ogni corpo che avrà assimilato, come sostanzioso nutrimento, la forma del corpo di Gesù: il dono, la comunione».11 La nostra castità è profezia di quel giorno bello e radioso!
Amedeo Cencini
1 CEI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, Roma 1993, 44 e note 12–14. 2 M. Neri, Linguaggio del corpo: splendore e senso, in Settimana, 11(2004), 11. 3 M. Antonelli, Alla ricerca del corpo perduto. Un invito alla riflessione, Milano 2004, p.83. 4 Ibidem., 11. 5 J. Lacroix, Il corpo di carne. La dimensione etica, estetica e spirituale dell’amore, Bologna 1996, p.236. 6 E. Lévinas, «Textes messianiques», in Difficile liberté, Albin Michel 1976, p.87. 7 Lacroix, Il corpo di carne, 235. 8 Significativa, nella profezia di Ezechiele, la sequenza tra cuore nuovo e spirito nuovo, tra cuore di pietra e cuore di carne (cf Ez 36, 26). 9 I. Salanter, cit. da S. Malka, Leggere Lévinas, Brescia 1986, p.56. 10 Antonelli, Alla ricerca, 42. 11 Ibidem., 116.
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