Formazione

Psicologia - Le quattro zone personali di vita

Psicologia di gruppo

Psicologia - I meccanismi di difesa

Psicologia - Personalità del bambino e religiosità

Psicologia - Il sentimento di autostima

 

ZONE  PERSONALI  DI  VITA

 

Premessa:

La riuscita nella vita dipende molto dalla capacità di collocarsi adeguatamente nelle quattro differenti sfere/zone di vita. Queste sono come delle linee-guida che ti permettono di metterti in sintonia e di ricavare il meglio da ogni situazione.

L’atteggiamento che qui si richiede è quello del giocatore dal piglio vincente: in una partita, anche gli errori hanno diritto di cittadi­nanza, e il puro fatto di giocare garantisce un senso di realizzazione e di soddisfazione.

L’importante è trovare sé stessi e imparare a cambiare , se si crede sia il caso.

Conoscere le quattro zone è solo l’inizio per porsi (essere) nel posto giusto.

Come arrivarci? Attraverso tre fasi o stadi:

1° stadio:                  lavorare per cambiare il modo in cui si vede la realtà. Si cambia la percezione attraverso nuove informazioni tradotte in azione.

2° stadio:                  mettere in atto le opportune azioni, adeguate al caso, cogliendo le occasioni opportune.

3° stadio:                  riconoscere/identificare le conseguenze derivanti dal mutamento di percezione ed azione.

 

DISTANZE PROPRIE DI OGNI ZONA

 

Capire le quattro zone significa saper come, dove e quando essere confidenziale e ricettivo o assertivo e aggressivo.

Zona pubblica:         è la zona aperta a tutti; vi si trova informazione e stimolazione;

Zona sociale:           è la zona dell’attività con cui si è impegnati, cui si prende parte insieme ad altri.

Zona personale:      è quella zona in cui si partecipa agli altri i propri vissuti personali. E’ la zona dello scambio di esperienze, non della realizzazione dei compiti. Comporta vulnerabilità, tempo e scambio reciproco.

Zona intima:            è quella in cui ci si occupa (o preoccupa) dell’altro, si ama, si comunica intimamente con l’altro. Ci si preoccupa su come quel che proviamo tocca l’altro. Vi si accetta l’altro e sé stessi per come si è.

Più sono soddisfacenti le relazioni interpersonali, e più a tuo agio ti trovi con te stesso.

Essere al posto giusto, non dipende dal nostro stato d’animo, o da ciò che capiamo dentro di noi.

Fare del nostro meglio è possibile anche quando siamo con gente che non amiamo o stimiamo.

Meglio comprendiamo le quattro zone, e prima smettiamo di cercare dentro di noi le risposte che in realtà stanno nella comprensione di come interagire adeguatamente nella vita.

 

 

quattro  domande  preliminari

 

1. Dove sei in questo momento?                                                  2. Quali sono i tuoi bisogni?

3. Che ruoli/immagini stai utilizzando?                                          4. Che segnali stai inviando e ricevendo?

 

Cap.  I

I  QUATTRO  CONTESTI  RELAZIONALI

 

1. 1.  Sfera  pubblica

 

Difficoltà  di  capire  la  zona  pubblica

Per stabilire relazioni interpersonali soddisfacenti e durature, bisogna cominciare dalla e riuscire nella zona pubblica. Questa è piena di stimoli, varietà, novità e partecipazione.

Non è un caso che quando si è depressi e giù di corda, ci si apparta: si è persa la prospettiva sul resto del mondo e sul proprio posto in esso.

Qui, nella sfera pubblica, si è parte di una folla.

Conoscere dove si è e saper cambiare zona è un altro passo verso il posto giusto.

 

Suggerimenti  per  la  giusta  collocazione  nella  sfera  pubblica

Si è nella sfera pubblica quando si fa qualcosa o si va in qualche posto e la situazione è impersonale. Qui si sperimentano incontri pas­seggeri, casuali, con estranei.

Reagire personalmente, qui, significa soffrire di confusione di zone (essere cioè fuori sintonia). Noi non abbiamo controllo sugli eventi; ma su noi stessi di fronte agli eventi, sì.

Non si è a posto quando, nella sfera pubblica, si cerca di soddisfare i propri bisogni standosene appartati e preoccupati.

Nella sfera pubblica è l’evento a costituire il centro dell’attenzione. Per sentirci a posto, dobbiamo concentrarci su quel che sta avve­nendo al di fuori di noi. La cosa più appropriata è: scarpe da tennis, occhiali da sole e capacità di osservazione.

La regola principale: esplorare nuove idee, nuovi posti, nuova gente e nuovi fatti. Tenere un contegno cordiale e attivo. Qui si stabiliscono relazioni attraverso gli eventi.

 

I  più  frequenti  errori  nella  sfera  pubblica

Timidezza:               Deriva dall’usare le regole e le indicazioni (le direttive) della sfera personale o intima in contesto pubblico: si rea­gisce agli estranei come se fossero amici personali.

                                   Ricordati: chi ti passa accanto non ha tempo di pensare a te.

Lavoro:                     Quando si è alle prese con il lavoro (e gli affari), bisogna mettersi nella condizione di farsi notare dagli altri: ascoltare i bisogni e i desideri degli altri e soddisfarli.

                                   E’ importante notare che qui si comunica con quello che si veste, come si gesticola e si interagisce.

Famiglia:                  Per conservare la famiglia come un’unità, bisogna portarla fuori, nella sfera pubblica: questa, per contrapposi­zione, le dà il senso di identità.

Paura:                       Si diventa paurosi quando non si sa come rapportarsi con gli altri nella sfera pubblica.

Relazioni:                Le relazioni interpersonali si inceppano quando due, una volta incontratisi, smettono di frequentare la zona pubblica.

Zona pubblica è là dove si ricavano quelle nuove esperienze che ci portano ad essere più uniti e stretti insieme.


 

suggerimenti   pratici

1. Nella sfera pubblica, non preoccuparti se gli altri ti osservano; e tu cerca di osservare gli altri.

2. Non aspettare di sentirti a tuo agio per buttarti: buttati e basta.

3. I cambiamenti avvengono quando si diventa consapevoli dei vecchi comportamenti e sentimenti.

4. Più capisci le quattro zone e più ti rendi conto quanto paurosi sono gli altri: sono paurosi perché si sentono persi. Così puoi smettere di trattarli come se avessero su di te un potere che non hanno.

5. Se vuoi farti amici, compagni, conoscenti, comincia con la sfera pubblica: non per cercarli, ma per partecipare agli eventi. Se sai partecipare, hai probabilità di essere invitato in sfere più personali e intime.

 

1.2.  Sfera  sociale

 

Qui la cosa più importante è ciò che tu fai. Qui si è autorizzati a tentare, a provare, a sbagliare e ritentare. Non c’è bisogno di scusarsi o di fare confronti con gli altri.

L’attività (lavoro, sport, cinema, pranzi, vacanze, feste, ecc.) è il motivo dominante. Qui si passa più tempo con gli altri con cui si condivide un’attività, ma senza esporsi al rischio della vulnerabilità emotiva.

Ricordati: il lavoro è da collocarsi nella sfera sociale, non in quella personale (quante persone soffrono perché la sfera sociale li prende tutti, a scapito di quella personale!).

L’importante è puntare sull’obiettivo e perseverare, senza prendersela personalmente di fronte a critiche e/od ostacoli.

 

Regole  (direttive)  per  star  bene  nella  sfera  sociale

Competizione:         La sfera sociale è il luogo della sfida, non contro gli altri, ma con te stesso. Se fai il meglio possibile, e lasci perdere quello che gli altri stanno facendo, sei sulla buona strada per la riuscita.
Non impegnarti sul piano della competizione con gli altri, ma su quello delle tue possibi-lità/capacità. Vedi  di produrti al meglio di te stesso.

Conflitto:                  Questa è la norma per la sfera sociale. Cerca di non combatterla, ma di capirla, cioè di prenderne atto. Non cer­care di essere capito (e amato): qui si tratta di riuscire vincenti facendo del proprio meglio.

Gerarchia:               Nella sfera sociale ci sono gerarchie che non è il caso di combattere: importante è sapersi destreggiare fra le stesse. Non piangerti addosso o cercare consolatori: i soli consolatori che troverai sono quelli che non hanno potere, ma desidererebbero averlo.

Errori:                      Non esiste un modo ideale per fare le cose. Se qualcuno sbaglia, non farne pesare la stupidità o goffaggine. Se sbagli, non portarti addosso il tuo errore per sempre.

Vittorie:                   Non perdere tempo a vincere in discussioni che non portano a veri successi. Nessuno ti stima quando porti buone ragioni, ma non sei efficace e non riesci a spuntarla nel perseguimento dei tuoi obiettivi.

Relazioni:                Tu ti rapporti agli altri attraverso ciò che fai. Dacci sotto, dunque!

 

Suggerimenti  pratici

1. Il modo con cui ti rapporti agli altri non stabilisce il tuo valore personale: è semplicemente conseguenza di quello che hai imparato. Con altre informazioni, puoi comportarti in modo diverso.

2. Non conta tanto come sei stato, ma come vuoi essere. Lasciati guidare dai tuoi obbiettivi, dunque.

3. Se vuoi che i tuoi interlocutori diventino ragionevoli, vedi di non reagire in modo troppo forte alla loro irrazionalità.

4. Non basare le tue scelte a partire da ciò che gli altri fanno, ma dalla zona (sfera) in cui sei e dai traguardi che ti sei prefisso.

5. Poiché la relazione interpersonale è una costante della vita, allénati a riconoscere le tue forze e debolezze (e quelle dei tuoi amici o avversari).

6. Noia e insoddisfazione sono segnali che i tuoi bisogni sono disattesi nella relazione interpersonale. Invece di colpevolizzare gli altri, in tal caso, vedi di intraprendere qualcosa di diverso e di nuovo.

7. La timidezza nella sfera sociale è solo questione di mancata conoscenza e/o padronanza di abilità. E’ più facile imparare nuove abilità che vincere la timidezza.

8. L’ansietà è un’azione sospesa (trattenuta). Usa la tua ansia come segnale per identificare la sfera in cui ti trovi e l’azione che deve es­sere intrapresa.

 1.3.  SFERA  PERSONALE

Qui è il momento di abbassare la guardia, di togliere le barriere, di scoprirsi. Qui si richiede cuore. Qui si stabiliscono e si consolidano le amicizie; qui si scopre quel che si è, senza bisogno di dimostrare quanto si è bravi. Nella sfera personale, ciò che si fa passa in secondo ordine, a vantaggio dell’esperienza di fare qualcosa con qualcun altro.

Vantaggi: Sentirsi in relazione, stretti e liberi con un’altra persona. Si è nel posto giusto, nella sfera personale, quando e dove noi e un altro ci comunichiamo buona parte di noi stessi in modo caloroso.

Qui si è vulnerabili. La vulnerabilità è il segnale che per essere insieme non abbiamo da far qualcosa o essere qualcuno. Ci vuole autostima per permettere ad un altro di entrare nel nostro mondo, di conoscere le nostre debolezze e di occuparsi di noi.

La famiglia è il luogo naturale per la sfera personale: quando c’è un problema, questo non è un problema di uno, ma di tutti (ad esempio, l’anoressia o tossicodipendenza di un figlio è segnale di un’insoddisfazione, di un disturbo della comunicazione nell’intero sistema famigliare).

Per riuscire nella sfera personale, bisogna saper rivelare le proprie ansie, paure, gioie. Bisogna lasciar cadere le barriere. Si può sbagliare ad aprirsi, quando l’altro non scende al personale; ma si sbaglia di più, se non ci si apre!

Qui nessuno controlla quello che viene detto, nessuno si atteggia a giudice e nessuno deve avere l’ultima parola.

Essere personali comporta voler ascoltare quel che gli altri hanno da dirci, senza difendere le nostre posizioni.

Rapporti: Bisogna dedicarvi tempo ed energia, senza accontentarsi dei rimasugli.

Coinvolgimento: è fondamentale che tu e l’altro vi sentiate attivamente coinvolti nella relazione e che non ci si produca in biasimi o confronti o dominazioni. Uguaglianza e parità,  in questo caso, sono la regola.

Tempo: Ci vuol tempo per sintonizzarci col ritmo altrui. Bisogna saper dire di no a possibili intrusioni esterne. Caratteristica fondamentale: una forte volontà.

Prima regola della sfera personale: aprirsi ed esporsi al rischio.

Qui si parla da persona a persona su quel che si pensa, si sente e si fa.

Qui ci si confronta direttamente. Qui ci si sostiene reciprocamente.

Qui si danno consigli, e se ne ricevono, pure.

Qui ci si espone nelle proprie fragilità e debolezze.

Qui si dice ad un altro quel che normalmente si tiene per sé stessi.

1.4.  Sfera intima

E’ la zona dove nasce l’amore e dove si stabilisce la più profonda comunicazione e relazione umana.

E’ la più difficile delle relazioni umane da conservare: facile arrivarci, ma difficile starci.

Qui non c’è barriera tra i due: massima  è la vulnerabilità (esposizione).

Il centro dell’attenzione, qui, è costituito dai sentimenti che i due si scambiano.

L’amore è il più potente riconoscimento dell’esistenza di un altro.

Non c’è da fare alcunché per dare e ricevere amore: c’è solo da trovare la propria via (o modalità) nella sfera intima. Quando ci si trova dentro, allora si parla la lingua dell’amore.

Si comincia con l’imparare a parlare dei propri segreti pensieri e desideri.

L’intimità richiede azione e intensità. Richiede il meglio delle altre zone (cioè esplorazione, attività, vulnerabilità), e richiede di liberarsi dall’atteggiamento giudicante e di lasciarsi andare all’amore. Molti hanno paura di aprirsi e di esporsi.

I like you (=  mi piaci) è diverso da I love you (= ti amo, ti voglio bene).

L’intimità riguarda il noi, non già l’ io o l’ altro: due adulti che stanno sullo stesso piano, che danno e ricevono amore.

Sessualità:               L’intimità non è solo questione di sesso. L’intimità comporta il mettere il proprio sé più aperto e caloroso nella relazione con un’altra persona.

                                   Essere intimi anche a livello sessuale significa scoprire i sentimenti. Intimità e sesso sono carichi di sentimenti.

Intensità/Ebbrezza: L’intimità è piena di slancio, passione, azione, e preoccupazione.

                                   Non si creda che occorra meno intensità di quando si stava andando verso l’intimità.

 

Suggerimenti pratici

1. Sta’ bene in guardia da chi soffre la sindrome da seduzione - soddisfazione-separazione : questi vuole l’intimità con te, ma la vuole per se stesso (sindrome di Dongiovanni per il quale l’importante è l’arrivarci).

2. L’intimità deve essere sostenuta da quel che si fa con l’altro nelle altre tre sfere. L’intimità non ti distoglie dalla vita esteriore.

3. Una volta raggiunta l’intimità, comincia la parte creativa della relazione.

4. Mentre nella sfera sociale c’è l’intensità/ebbrezza della novità, nella sfera intima c’è l’ebbrezza della profondità.

5. Non occorre aspettare una situazione/occasione propizia all’intimità, per diventare intimi. L’intimità è questione di livello di scam­bio/comunicazione che si ha con un altro.

 

Realizzazioni  di  ciascuna  zona  o  sfera  di  vita

Disinvoltura/sicurezza: La si acquista quando si arriva a destreggiarsi bene nella sfera pubblica.

Auto-stima:                   è la conseguenza di una soddisfazione dei bisogni della sfera sociale.

Auto-valorizzazione:     Sarà tanto più grande quanto più saranno soddisfatti i bisogni della sfera personale.

Amor di sé:                   Sarà tanto più grande quanto più si soddisferanno i bisogni della sfera intima.

 
 

Cap.  II

I  BISOGNI

 2. 1.  Bisogni  legati  alla  sfera  pubblica

- Sentirsi sicuri: di esplorare e di andare dove si vuole; di viaggiare e di stare con gli estranei.

- Godere delle novità: idee, sentimenti, situazioni.

- Esplorare nuove vie: viaggiare, comunicare, conoscere nuove situazioni.

- Sentirsi liberi  internamente ed esternamente: dalla paura e dal controllo di un altro.

- Essere informati  di ciò che avviene nel mondo, di quel che c’è di nuovo ed eccitante intorno a noi, di come usare gli spazi e i mezzi a disposizione di tutti.

- Avere accesso  ai più diversi luoghi, alle più svariate informazioni.

- Godere il diritto di cittadinanza  per un Paese, una città, un quartiere particolare.

- Possedere le abilità  conoscitive e pratiche per ottenere informazioni, stabilire relazioni, sapere come comportarsi.

- Essere ammirati/corteggiati  dagli altri e saper fare altrettanto con loro.

- Avere l’intelligenza e il fiuto  per capire quali zone, eventi e persone è il caso di praticare o di evitare.

 

2. 2.  bisogni  legati  alla  sfera  sociale

- Essere attivi: fare qualcosa (come lavorare, giocare, socializzare ecc.) insieme con gli altri.

- Avere successo. A tal fine è importante che gli altri riconoscano che si sta facendo bene, e che noi stessi lo riconosciamo.

- Possedere le competenze adeguate: conoscere come si fanno le cose e riconoscere le competenze altrui, senza voler essere migliori degli altri.

- Ottenere risultati  dalle proprie azioni.

- Sentirsi partecipi  con gli altri nel fare le cose.

- Essere rispettati  per quel che si fa e per come lo si fa.

- Sentirsi parte  di un gruppo più grande.

- Ricavare gusto/eccitazione/divertimento: saper gioire e rilassarsi, abbattendo le difese.

- Godere di una buona salute: essere immuni da dipendenza da alcool, fumo, droga.

- Avere una soddisfacente vita sessuale.

- Praticare sport e movimento  per tenere alto il vigore cinestetico e corporeo.

 

2. 3.  bisogni  legati  alla  sfera  personale

- Sentirsi vicini  agli altri.

- Saper condividere/partecipare  i propri pensieri e sentimenti.

- Sentirsi crescere, e sentirsi stimolati ed energizzati nel capire come si opera e come gli altri operano.

- Conoscersi  in quel che si prova e perché, in quel che si desidera o si teme, in quel che ci si prefigge e su come raggiungerlo, su come funziona il nostro cervello e come controllarlo.

- Provare emozioni e sentimenti, conoscendone la differenza: le prime sono reazioni corporee, ingorghi neuropsichici su cui non sempre si può avere il controllo; i secondi ci danno la consapevolezza di base sulle nostre sensazioni, sull’energia corporea, sul pia­cere sessuale. Le une e le altre ci permettono di piangere, di arrabbiarci o di essere felici.

- Provare piacere e soddisfazione: sentirsi vivi e felici.

- Essere oggetto di attenzione: di sostegno, interesse, preoccupazione, comprensione, cura, affetto.

- Essere capaci di attenzione  per gli altri.

- Avere amici  di cui fidarsi e che si fidano di noi. Amici dello stesso sesso e di sesso diverso.

- Accordare e ottenere rispetto, a prescindere dallo status o rango sociale.

- Sentirsi uguali agli altri  in dignità ed importanza.

 

2. 4.  bisogni  legati  alla  sfera  intima

- Bisogno d’amare:  uniti ad una persona con cui scambiare un feeling di contatto, legame e rapporto affettuoso.

- Capirsi: capire sé stessi ed essere capiti dall’altro con cui si relaziona in maniera profonda.

- Poter dire e sentirsi dire la verità, in modo amabile e costruttivo, anche se talvolta può far male.

- Esprimersi altruisticamente, senza guardare cioè al tornaconto personale.

- Stringere legami con un altro adulto, lasciando cadere le difese.

- Arrivare ad una comprensione spirituale del mondo e del proprio posto in esso.

- Avere un legame sessuale affettuoso e completamente libero, che si esprima nell’amore in senso pieno.

 

Cap.  III

CHE SEGNALI STAI INVIANDO E RICEVENDO?

 3. 1.  Premessa

I segnali corretti sono gli elementi di connessione fondamentali nell’uomo. Essi armonizzano le zone con i bisogni e l’immagine, e aiutano a creare la perfetta sincronia.

 3. 2.  Segnali  sbagliati:

 

1. Ritiro;

2. Difesa;

3. Accusa;

4. Egocentrismo;

5. Doppi messaggi;

 

6. Interpretazioni del carattere;

7. Occhi che sfuggono al contatto;

8. Impaccio nel comunicare col corpo;

9. Dipendenza;

10. Messaggi sessuali egoistici;

 

 

3. 3.  I  dodici  principali  gruppi  di  segnali

 

1. Segnali Pubblici;

2. Segnali Sociali;

3. Segnali Personali;

4. Segnali Intimi;

5. Segnali Informativi;

6. Segnali Emotivi;

 

7. Segnali Psicologici;

8. Segnali Fisici;

9. Segnali Motivazionali e di Successo;

10. Segnali di Bisogno e Desiderio;

11. Segnali di Rispetto e di Riconoscimento;

12. Segnali Sessuali.

 

 

torna su - inizio documento

torna al menù principale

 

PSICOLOGIA  DI  GRUPPO

 

che  cos' è  un  gruppo?

Realtà molto diverse danno luogo a differenti gruppi.

L'approccio può essere affrontato da più angolazioni: psicologica, sociologica, dinamica.

 

1.Gruppo psicologico:

"è un insieme di due o più persone che hanno tra di loro relazioni psicologiche esplicite; è costituito da un qualsiasi numero di persone che: a)sono in reciproca intera­zione; b)sono psicologicamente consapevoli l'una dell'altra; c)percepiscono se stesse come un gruppo." (Schein).

A seconda del contesto, abbiamo:

a)gruppi primari, con relazioni faccia a faccia;

b)gruppi secondari, con appartenenza che fa parte del sapere, invece che dell'esistenza affettiva quotidiana e con comunicazioni mediate.

 

2. Gruppo sociologico:

è una pluralità di individui che hanno uno scopo comune, ma non necessariamente per­cepito come tale dal gruppo stesso

Elementi costitutivi sono :. a) una comunanza dello scopo e

                                        b) un'interazione più o meno stretta.

 

3. Il vissuto di gruppo:

per affermare l'esistenza del gruppo, è necessario che i suoi membri vivano l'apparte­nenza al gruppo stesso (sentimento di appartenenza ad un'entità superindividuale, un fatto affettivo, una noità.

Esistono due modi di essere nel gruppo:

 a) in rapporto singolarmente con più individui: relazione interpersonale;

 b)in rapporto con più individui collettivamente: relazione sociale.

 

tipi  di  gruppo

 

1. Classificazione secondo l'impiego:

a) gruppi di discussione su un particolare argomento, ma con convinzioni diverse;

b) gruppi di attività, ad esempio i gruppi di gioco dei bambini;

c) gruppi di lavoro: sviluppo del sentimento di appartenenza e lo spirito di corpo;

d) gruppi di orientamento: coscientizzazione delle proprie capacità e risorse;

e) gruppi di counseling: aiuto per la soluzione dei problemi;

f) gruppi psicoterapeutici;

g) gruppi di studio;

h) gruppi particolari, ad esempio quelli psicodrammatici.

 

2. Classificazione secondo il rapporto con l'organizzazione:

a) gruppi formali: si costituiscono per adempiere a scopi specifici in rapporto con l'obiet­tivo generale dell'organizzazione. Possono essere permanenti (gruppi di alti dirigenti, unità di lavoro) o temporanei (commissioni, gruppi di studio).

b) gruppi informali: si costituiscono sulla base dei bisogni dell'uomo che lavora. Possono essere orizzontali, verticali  e misti o casuali.

 

il  gruppo  nelle  istituzioni

 

1. Organizzazioni e gruppi

Ogni società è un'organizzazione di lavoro. Il lavoro è una attività di gruppo nell'ambito della quale il lavoratore cerca di soddisfare i propri bisogni di riconoscimento, di sicu­rezza e di appartenenza.

Lo studio dell'organizzazione produttiva può essere ricondotto  a cinque livelli:

a) organizzazione totale effettiva come sistema di gruppi eterogenei, reciprocamente con­catenati;

b) grandi gruppi che si costituiscono per questioni particolari di politica interna( ad esempio, questioni sindacali) presenti in tutti i reparti;

c) piccoli gruppi basati su funzioni comuni, nella stessa parte dell'unità produttiva, con relazioni fra i membri più o meno intime, e comunanza di lavoro e tempo libero;

d) gruppi di pochi amici che possono essere membri di gruppi più grandi;

e) individui isolati che partecipano raramente alle attività sociali.

 

2. Effetti del gruppo:

a) conformità;

b) appoggio;

c) adattamento (soddisfazione e sostegno);

d) produttività, (frutto di affiatamento).

 

le  funzioni  dei  gruppi

1. Bisogni e funzioni

Le funzioni possono essere specifiche o accessorie.  Esse possono mutare per soddisfare i bisogni dei singoli appartenenti.

I bisogni sono contrastanti: c'è il bisogno di dominio del leader, e quello di dipendenza del gregario. Altri bisogni sono quelli di incorporazione, partecipazione, identificazione, col­laborazione.

Nelle istituzioni di lavoro, i gruppi svolgono funzioni:

a) formali, relative al raggiungimento dello scopo: espletazione del lavoro, elaborazione di nuove idee, collegamenti ecc. ;

b) psicologiche: affiliazione, autostima, sicurezza e senso del potere, senso di realtà, in­formazione, assistenza, accoglimento ecc. ;

c) miste: al servizio dei bisogni dell'organizzazione e dell'individuo.

 

LA  DINAMICA  DI  GRUPPO

 

Formazione  e  coesione  del  gruppo

 

Fattori di formazione:

a) vicinanza spaziale (o funzionale): questa ha grande influenza all'inizio di un gruppo spontaneo;

b) affinità di certe caratteristiche di base (età, razza ecc. ) e di certi atteggiamenti e valori (problema del confronto sociale e della dissonanza cognitiva")

c) isolamento ed ostilità da parte del restante ambito sociale.

 

Bisogni ed obiettivi:

a) sicurezza;

b) appartenenza (accettazione/approvazione, identificazione);

c) controllo e potere;

d) deindividuazione (deresponsabilizzazione, anonimato, passività);

e) soluzione di particolari problemi.

 

Osservazioni:trattandosi di gruppi spontanei, bisogni e scopi coincidono con quelli del gruppo nel suo complesso. Però:

a) i bisogni soddisfatti dal gruppo possono essere diversi per i vari membri;

b) una volta costituitosi, il gruppo tende a conservarsi, anche al di là dei bisogni soddi­sfatti: nuovi bisogni si imporranno, pur di evitare la disintegrazione del gruppo.

 

Coesione:si tratta dell'attrazione che il gruppo esercita sui suoi membri(è, questa, una misurazione sia sog­gettiva che oggettiva).

a) incidenza del fattore numerico per la coesione;

b) presenza di un comune nemico;

c) competizione;

d) difficoltà, causata dalla "dissonanza cognitiva";

e) grado di influenza e di prestigio goduto.

 

Fasi di sviluppo

Dal gruppo centrato sul capo a quello centrato sul gruppo.

Fase 1: inizio delle relazioni interpersonali. Relazioni personali col leader.

Fase 2:il gruppo è centrato sul leader, ma il leader è centrato sul gruppo. Il leader tende a risol­vere la situazione di dipendenza del gruppo nei suoi confronti.

Fase 3:leadership operante. Il leader è parzialmente nel gruppo in cui si è instaurata una relazione sociale, ma è anche parzialmente fuori. Il gruppo tende a trasformare la propria apparte­nenza in identificazione col leader.

Fase 4:creazione della relazione sociale e del gruppo psicologico. Il gruppo è centrato sul gruppo. La dinamica di gruppo è in atto e il leader è percepito come sfondo (come membro e poi come garante del mantenimento dello spirito di gruppo).

 

La  comunicazione

 

Per comunicazione si intende qualsiasi comportamento atto a stimolare una risposta.

 

1. Rumore o ridondanza

Per ridurre il rumore si può :

a) fissare delle regole che vietino il rumore;

b) accettare ed analizzare le interferenze.

 

2. Codice ed egocentrismo:

si tratta dell'atteggiamento di chi non verifica se la sua comunicazione può essere corretta­mente decodificata dai suoi interlocutori: è il limite della rigidità mentale.

 

3. Comunicazione non egocentrica:

a) flessibilità semantica: indice denotativo (alone semantico) e connotativo;

b) flessibilità dello schema di riferimento;

c) mettersi dal punto di vista dell'altro,

d) codificazione per l'altro;

e) continui controlli attraverso feed-back e metacomunicazione;

f) disponibilità emotiva: accettazione dell'altro.

 

4. Contenuto e relazione:

ogni comunicazione, oltre a trasmettere un contenuto, definisce in qualche modo la rela­zione fra i comunicanti:

a) definisce chi aveva ragione;

b) definisce chi ha più potere;

c) rilevanza dell'immagine di simpatia che la persona può trasmettere;

d) bisogno di dimostrare i risultati del proprio lavoro;

e) barriere di posizione tra superiore e subordinato; ostilità interpersonale; sistema procedurale.

 

5. Comunicazione a una o due vie:

a) la comunicazione ad una via è più veloce e più ordinata: salvaguarda il potere;

b) la comunicazione a due vie più precisa e più efficace: è la tecnica del professionista.

É molto importante saper ottenere il feed-back.

 

LA struttura dei gruppi

Dopo un certo tempo ogni membro si trova ad avere nel gruppo una specifica posizione, che indica la sua relazione con gli altri membri del gruppo.

L'insieme delle posizioni costituisce la struttura.

Spesso si vedono due strutture in gruppi di origine non spontanea: una formale e ufficiale, ed una informale e spontanea.

Si può parlare di struttura orizzontale (la dimensione affettiva, comunicativa e del la­voro) e di struttura verticale (la dimensione del potere).

 

Dimensione  affettiva:

può essere studiata specialmente col metodo sociometrico.

Le possibili applicazioni del sociogramma riguardano la formazione dei gruppi.

è possi­bile agire sulla struttura delle comunicazioni, sul compito di gruppo e sulla divisione del lavoro. è importante analizzare le cause di un'eventuale esclusione e intervenire per ri­muoverle.

 

Organizzazione del lavoro:

una struttura formale può essere descritta attraverso due fattori:

a) la descrizione della mansione, che comprende l'analisi dei compiti inerenti ad ogni posizione;

b) l'organigramma, che rappresenta graficamente l'insieme dei rapporti fra le posizioni previste dall'organizzazione.

Incidenza su:

a) la coesione del gruppo;

b) la quantità e il tipo di comunicazione,

c) l'atmosfera personale;

d) la distribuzione del potere.

 

La struttura della comunicazione:

Le organizzazioni formali prevedono un certo flusso, che di solito coincide con l'organigramma; ma il flusso reale delle comunicazioni può non coincidere con quello formale.

La rete informale di comunicazione può essere studiata con le tecniche sociometriche leggermente modificate.

Importanza del feed-back a livello cognitivo ed emotivo; effetti nefasti del blocco di feed-back.

La struttura del potere sociale:

Esiste un'interdipendenza tra comunicazione e potere (quando si possa influire sulla circo­lazione dei messaggi.

a) controllo delle comunicazioni;

b) grado di popolarità;

c) meccanismo d'identificazione: si passa dalla relazione affettiva a quella di potere;

d)controllo su ( e attraverso) le ricompense e le punizioni.

 

Struttura e organizzazione

Ruolo e status:

il ruolo è un complesso di aspettative legato a posizioni ben precise, che formano il co­siddetto codice di deontologia professionale. Da notare che:

a) l'interpretazione rigida del ruolo fa perdere di vista gli obiettivi di fondo;

b) l'incompatibilità del ruolo stesso, per aspettative contrastanti;

c) la molteplicità di ruoli, a volte in conflitto fra loro.

Lo status esprime il prestigio e il rilievo sociale nel gruppo

Status e ruolo sono applicabili a qualsiasi gruppo e tendono a stabilizzarsi dopo le prime interazioni.

 

Importanza delle aspettative (è stata sottolineata da una ricerca di Rosenthal del 1966), meccanismi autorinforzanti, circoli viziosi.

 

Funzionalità e rigidità della struttura:

i gruppi a carattere formale hanno di solito un più alto grado di rigidità strutturale.

Le principali finalità dei vari tipi di struttura sono:

a) efficienza del gruppo;

b) bisogno di sicurezza dei membri.

La struttura può essere funzionale a questi due obiettivi, ma può anche mancarli (quando, ad esempio, vi è un'eccessiva rigidità o una frustrazione indotta nei membri).

 

Organizzazione formale e burocrazia:

l'eccesso della rigidità e della deresponsabilizzazione è quello che chiamiamo burocratizzazione di una struttura. Parliamo, qui, di strutture istituzionali, o di organiz­zazioni formali (si tratta di sistemi integrati di gruppi psicologici correlati, istituiti per il conseguimento di un determinato obiettivo).

A distinguere l'organizzazione formale da un gruppo è la maggior complessità, da un lato, e la presenza di un preciso obiettivo, dall'altro.

Per M. Weber la burocrazia è il trionfo della razionalità.

 

Limiti dell'organizzazione:

a) rigidità e resistenza al cambiamento;

b) applicazione delle regole inevitabilmente soggettive (quando addirittura non finalizzate a proteggere dall'ansia e a conservare privilegi);

c) struttura piramidale (problemi di comunicazione; frammentazione di compiti, disso­ciazione dalle responsabilità).

 

Mc Gregor e le teorie "X " e "Y":

a) Teoria x: l'uomo detesta il lavoro e lo fa  solo per obbligo;

b) Teoria y: fiducia nella natura umana (bisogno di gratificazioni).

 

La  leadership

 Leader è quel membro del gruppo che esercita sugli altri un'influenza particolarmente spiccata. L'influenza del leader può essere sancita dalla sua posizione in una organizzazione for­male (il leader coincide con il capo gerarchico del gruppo); oppure può sorgere spontane­amente, nei gruppi informali, o anche in quelli formali dove però il capo non eserciti un'influenza effettiva).

 1. Formazione: l'emergere della leadership è legata a diversi fattori:

a) aumento numerico del gruppo;

b) situazione di crisi;

c) inadeguatezza del capo ufficiale;

d) presenza di persone motivate al prestigio e al potere;

e) competenza;

f) possibilità di dispensare ricompense e punizioni;

g) legittimità (derivante dalle norme).

 

2. Funzione: le suddette situazioni corrispondono ad altrettante funzioni del leader nel gruppo (organizzatore delle attività, nodo delle informazioni, esperto, fonte di esempio, ammini­stratore di premi e di sanzioni). Altri aspetti:

a) fissare gli obiettivi del gruppo;

b) fonte privilegiata della cultura di gruppo;

c) portavoce del gruppo;

d) arbitro dei conflitti;

e) simbolo del gruppo;

f) figura paterna o materna;

g) capro espiatorio;

h) responsabile individuale.

 

3. Caratteristiche del leader:

la leadership può essere ruotante, se non si vuole il consolidarsi definitivo di un leader.

Le caratteristiche del leader dipendono dalle caratteristiche di ciascun gruppo: vi è il lea­der deciso e coraggioso, il leader competente, il leader organizzatore.

Determinante è pure il peso della cultura.

Caratteristiche personali: motivazione al potere e al successo; alto grado (non altissimo, però) di intelligenza; tendenza alla dominanza e all'estroversione; elevata sensibilità in­terpersonale; scarso bisogno di conferme personali (fiducia in se stesso). Tutto questo può essere sviluppato dall'esercizio stesso del ruolo.

 

Stili  di  leadership

Il modo in cui viene esercitata la leadership dipende da:

a) il tipo di struttura in cui è inserito il gruppo;

b) le caratteristiche personali del leader;

c) il tipo di rapporto che egli ha con il gruppo;

d) il tipo di obiettivo o di compito sul quale deve coordinarlo.

 

Vi sono due dimensioni fondamentali nel comportamento del leader:

a) orientamento alle persone (considerazione per i bisogni delle persone, motivazione alla collaborazione, compensazione del lavoro ben fatto, preoccupazione per la soddisfazione individuale; favorire la partecipazione e l'armonia interna del gruppo);

b) orientamento al compito: azione di istruzione dei membri sul loro compito, di pro­grammazione delle attività, di coordinamento, di sintesi, di presa di decisione).

 

Nei gruppi formali, le due funzioni sono garantite (o mancate, talvolta) dal capo ufficiale; nei gruppi informali tendono ad essere assunte da due persone diverse.

 

Dallo studio di Bales emerge che le persone con maggior punteggio per idee e guida delle discussioni risultano le più impopolari; mentre le più popolari sono al secondo o terzo posto. Nel gruppo tende ad emergere un leader specialista di compiti, e un leader socio-emotivo.

 

Stile autoritario, democratico, laissez-faire:

Il gruppo democratico garantisce i migliori risultati sul piano qualitativo. Quantitativa­mente, gruppo democratico e gruppo autoritario si equivalgono. Però l'assenza del capo autoritario interrompe il lavoro e scatena disordine e aggressività.è migliore il rapporto interpersonale (i conflitti possono essere analizzati e risolti).

Nei gruppi autoritari c'è più aggressività, oppure apatia. L'aggressione è rivolta agli altri membri o agli estranei occasionalmente presenti. è facile la presenza di capri espiatori (non essendo possibile il prendersela con il leader): aggressività dislocata.

Nei gruppi "laissez-faire" i risultati sono i peggiori. La frustrazione si sfoga in manifesta­zioni di forte aggressività reciproca.

 

Efficacia degli stili e condizioni del gruppo:

generalmente, la condizione democratica dà i migliori risultati e maggior soddisfazione ai membri.

Però differenze di educazione possono dare risultati diversi: chi è abituato a modi autori­tari, può trovare disorientante lo stile democratico.

Nei gruppi terapeutici l'efficacia è maggiore se il leader comincia con tecniche piuttosto direttive e passa solo gradualmente ad un modello democratico.

Attenzione, poi, alla diseguaglianza che si viene a creare tra i membri, nella gestione de­mocratica: bisogna garantire a tutti lo spazio e la possibilità di influenza.

I membri più deboli possono sentirsi soddisfatti dalla presenza di un leader autoritario, la cui oppressione è legittimata ed eguale per tutti.

La situazione può legittimare la gestione autoritaria: Quando si debba assolvere ad un com­pito in tempi limitati e nelle situazioni di stress.

è difficile la guida democratica, quando gli obiettivi devono essere imposti al gruppo. In tal caso la scelta sarà fra una gestione autoritaria (dove la partecipatività può riguardare solo la scelta dei mezzi) e una gestione manipolativa (nella quale il leader cerca di far prendere al gruppo quelle stesse decisioni che devono comunque essere prese).

Importanza di tre variabili per la scelta dello stile di leadership:

a) il grado di accettazione personale del leader da parte dei membri;

b) la posizione del leader in termini di status e di potere;

c) il grado di strutturazione del compito (obiettivo chiaro, variabilità di procedure, controllo sull'esecuzione).

La leadership direttiva è più efficace se il leader è ben accettato. Ma se c'è scarso potere e il compito è poco strutturato, è preferibile la conduzione non direttiva da parte di un leader ben accettato; mentre un leader poco accettato dovrà orientarsi piuttosto alla direttività per ottenere qualche risultato.

 

Prospettive per il futuro:

il metodo democratico è preferibile perché permette al gruppo di rendersi gradualmente più autonomo.

Nel gruppo autoritario non sono previsti né lo sviluppo dei membri, né l'evoluzione del gruppo, né la possibilità di lavorare anche in assenza del capo.
 

I  conflitti  nel  gruppo  e  fra  gruppi

 Dinamica dei conflitti interni al gruppo:

I conflitti possono sorgere per molti motivi:

a) lotta per la leadership;

b) discordanza su alcune scelte di fondo;

c) disaccordo sulla distribuzione dei compiti o compensi;

d) disaccordo sugli obiettivi da raggiungere.

Tali conflitti possono permanere allo stato latente.

Le manifestazioni del conflitto possono andare dalla passività (scarsa partecipazione, as­senteismo, ritardi ecc.) fino all'aperta aggressività o all'esplicito sabotaggio del lavoro di gruppo.

Inopportunità di soffocare il conflitto: meglio esplicitarlo e discuterlo.

Il conflitto latente può minacciare il gruppo o disgregarlo.

Resta comunque la tendenza omeostatica che porta il gruppo a cercare riassestamenti tesi all'autoconservazione.

Possibili mutamenti:

a) espulsione dei dissidenti;

b) ristrutturazione dei sottogruppi;

c) sostituzione del leader;

d) mutamenti ideologici;

 

Capro espiatorio:

Questo rappresenta un facile sbocco di tensioni non risolte in un gruppo che vive il conflitto: aggressione dislocata. Può essere rappresentato sia da un individuo che da un sottogruppo o gruppo razziale.

Quattro caratteristiche:

a) i membri designati devono essere facilmente identificabili;

b) essi devono essere accessibili, a portata di mano;

c) non debbono avere la possibilità di rappresaglia pericolosa;

d) di solito i capri espiatori lo sono già stati in passato (ciò permette la razionalizzazione delle ragioni).

 

Polarizzazioni  dell'aggressività  all'esterno:

effetto di allentamento sulle tensioni interne e di ritrovata coesione fra i membri del gruppo.

 

torna su - inizio documento

  1 2 3 4 5 6 7 8 9 10  

 

torna al menù principale

| Sommario | Chi siamo | Links francescani | Iniziative | Suggerimenti | Muro dei messaggi | Lettera aperta  | Testimonianze  | Scrivici |