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DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA CONSACRATA/6
VITA AFFETTIVA E VITA SPIRITUALE
Nulla nell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è da ritenere negativo, estraneo al percorso che ci porta alla pienezza della nostra identità. Il progetto di Dio per l’uomo, rivelato in Gesù, è il contenuto della vita spirituale, alla quale si collabora con l’esercizio della propria libertà, in un cammino di conversione che coinvolge tutta la nostra umanità.
Abbiamo notato, nei numeri scorsi, alcuni segni di immaturità personale nell’espressione di una vita affettiva adulta, e abbiamo sottolineato la latitanza dell’istituzione in un esercizio dell’autorità tale da favorire un protagonismo adulto e responsabile di fronte alla propria vocazione. Ma non è vero che tutto questo rivela anche una vita spirituale carente? Quale posto riconoscere alla vita spirituale nella crescita affettiva?
VITA SPIRITUALE E CRESCITA AFFETTIVA
Non è difficile costatare una condizione critica della vita spirituale nella VC. Nel senso che nel tempo si è divenuti sempre più inclini ad assegnare al ruolo, all’espressione delle proprie capacità, alle sensibilità personali, ecc. una valenza di autorealizzazione esagerata, pressoché univoca, con il risultato che il riferimento essenziale al progetto di Dio rivelato in Gesù è lentamente sfumato, passato in secondo piano nel vissuto dei consacrati. Ciò non significa che nella storia passata, dove c’era un’attenzione quasi nulla all’apporto delle scienze umane – se non addirittura un’aperta opposizione ad esse –, le cose andassero meglio. L’uniformità di abito, comportamenti e consuetudini nelle relazioni e nell’espressione della spiritualità, non significava necessariamente un’adesione personale più convinta ai valori ad essi sottesi, e tanto meno una maggiore maturità affettiva. L’esempio della vita dei voti è emblematico: nella vita di molti consacrati/e le forme, i comportamenti, le espressioni stereotipe, uguali per tutti, hanno prevalso sull’assimilazione del valore. Da mezzi sono stati trasformati in fini. E non solo per mancanza di maturità e convinzione delle singole persone, ma perché portati a ciò anche da una formazione che vedeva nell’osservanza puntigliosa di regole e consuetudini il modo migliore di incarnare il valore. Regole e comportamenti scambiati tout court per spiritualità. Così si manifestava invece una visione negativa del mondo fisico e affettivo, impostando il rapporto con il mondo dei desideri nella forma negativa di un continuo combattimento, piuttosto che apprezzare il patrimonio affettivo e aiutare a educare il desiderio. E insinuava la concezione di una vita spirituale che per svilupparsi aveva bisogno di divorziare dalla realtà quotidiana e dalla natura dell’uomo. In definitiva, la conformità sembrava dare esternamente l’impressione di maturità, e perciò era più tranquillizzante. Ma i risultati a cui ha condotto la pressione di conformità dell’istituzione, che dava l’innesco al latente bisogno degli individui di sentirsi a posto, si rendono visibili oggi nel timore in molti consacrati/e di fare ricorso alla propria creatività, di andare oltre il dettato delle regole o delle decisioni dei superiori; nel non saper riconoscere l’essenziale distinguendolo dal circostanziale ed esprimere così la bellezza del valore vissuto in forme necessariamente nuove; nel disagio di fronte alle occasioni in cui devono esporsi più personalmente; in una collaborazione che esprima un senso di vera appartenenza al progetto comune... nello smarrimento e nel senso di precarietà – possiamo proprio dirlo – in cui versa la VC.
DIO AL CENTRO
L’impegno della singola persona, per dare senso alla propria vita, non è delegabile. Ognuno è chiamato per nome da Dio alla pienezza di sé, alla pienezza della Vita. Perciò è sostanziale la decisione del tutto personale di dire “sì” a questa proposta di Dio. Senza questa volontà di giocarsi per Lui, e per la causa del Regno in favore di ogni uomo, anche l’obbedienza più ligia rischia di non essere autentica, la povertà più una questione di forma che di sostanza, la castità un’insieme di divieti più che un’espressione d’amore appassionata e liberante. Neppure la migliore comunità può esimere o sollevare l’individuo da questa responsabilità personale. Il meglio che una comunità può fare nei confronti delle persone è di stimolare e sostenere lo sforzo di ciascuno nel dare la propria risposta a Dio in modo autentico, profondo. E una comunità svolge questo suo compito quando si struttura in modo tale da far emergere spazi di libertà e di responsabilità, nei quali ognuno può arrivare a esprimere progressivamente il meglio di sé, nella ricerca del vero Bene, della vera Vita, della sua vera identità, di Dio. Al centro della vita di ogni uomo – e a maggior ragione di ogni consacrato/a, di ogni comunità – c’è Dio, e deve esserci Lui. Solo Dio fa unità, dentro la persona e nella comunità! Il progetto carismatico di fondo della VC testimonia proprio questa realtà: solo in Dio sta la verità dell’uomo, e il cammino che ci consegna alla nostra piena identità di uomini è stato rivelato in Cristo Gesù. L’accoglienza grata di questo progetto, e l’impegno consapevole a renderlo un umile percorso di conversione nella storia quotidiana, fa della VC un cammino di umanizzazione autentico. Per troppo tempo essa è stata intesa inadeguatamente come “via di perfezione”, e vissuta come uno sforzo di conquista personale: guadagnare Dio e il paradiso con i propri meriti personali. Un’ascesa verso Dio, carica di volontarismo e di presunzione (spesso inconsapevoli), che nel tempo si è poi rivelata un’inevitabile discesa verso l’isolamento, la durezza del cuore, lo smarrimento di senso... proprio perché costruita su una visione antropologica carente, dove si presumeva di costruire l’uomo “spirituale” a prescindere da quanto di “umano” c’è in lui, a volte dichiaratamente a spese del proprio patrimonio affettivo, inteso come “zavorra” pericolosa della quale liberarsi al più presto nel cammino formativo. La vita spirituale invece, se è autentica, non tollera dualismi. Poiché è frutto dell’azione dello Spirito, non ci porta all’Amore chiedendoci proprio di negare le energie d’amore che abbiamo a disposizione: quelle affettive, tipiche della nostra natura. La vita nello Spirito non contraddice l’opera creatrice di Dio. Piuttosto la porta alla sua pienezza, ma per vie che non corrispondono sempre a quanto noi ci aspetteremmo, e neppure a quanto noi programmiamo a tavolino. Così come non sopporta forzature. La vita spirituale ci vede partner di un protagonista indiscutibile: Dio. È Lui che si dona a noi per primo, e con il dono del suo Spirito rende possibile il dono che facciamo di noi stessi a Lui e agli altri. La crescita integrale della persona, affettiva e spirituale insieme, ha bisogno perciò di un tempo appropriato a seconda del cammino evolutivo di ognuno, delle sue esperienze di vita, dell’immagine di Dio che nel tempo si è formata dentro di lui. È un cammino quindi che va sostenuto, reso possibile, mantenuto in tensione secondo la misura tipica di ogni persona. Non c’è bisogno di forzare la mano al tempo della nostra maturazione in nome dei tempi e delle fasi di un cammino formativo standardizzato, con il quale è difficile – se non impossibile – fare attenzione alle singole persone.
SENZA DUALISMI
Dicendo queste cose non si vuole far prevalere la psicologia sulla spiritualità, e tanto meno ridurre il percorso del discepolato cristiano a questione meramente psicologica: piuttosto significa far sì che la persona possa arrivare a esprimere una vera, autentica scelta di Dio, che esprima la sua unicità, il suo incontro personale con Dio e l’effetto trasformante di questo incontro che si concretizza in un nuovo stile di vita. E questo richiede un processo lungo, elaborato, che vede interagire tutto quanto abbiamo ricevuto come dono di natura con l’offerta quotidiana della Grazia che giunge a noi nel tempo nella forma di molteplici mediazioni. Soltanto nel dialogo con Dio, vissuto nella storia quotidiana così com’è, si porta avanti il progetto che ci porta verso la felicità, la piena filiazione divina. Nulla, neanche le esperienze più negative o lo stesso peccato, può precludere definitivamente questo cammino. Purché si impari a vivere nella verità, a riconoscere il limite connaturale al nostro essere creature, a operare cioè un discernimento sistematico che porti in superficie ciò che abita le nostre profondità psichiche, il mondo delle nostre pulsioni, dei nostri desideri... e riconoscerlo come parte del nostro cammino di umanizzazione. Questo dovrebbe essere soprattutto lo scopo della formazione iniziale. Allora, nella persona non esiste contrapposizione tra dimensione psichica e spirituale: non possono escludersi a vicenda e nemmeno presumere di essere autosufficienti, di avere autonomia l’una senza l’altra. Nella consapevolezza, tuttavia, che la vita dello Spirito non potrà mai essere controllata in modo definitivo e totale dalla creatura o dalla scienza. Perciò, anche lì dove il discorso psicologico propone i suoi contributi con successo non diventa di per se stesso esaustivo. La vita spirituale costruisce sulla natura – quindi sulla psicologia – ma la supera, perché la spinge verso obiettivi che, per la loro qualità trascendente, esprimono il nostro mistero, non sono ancora pienamente a disposizione dell’individuo. E, d’altra parte, lo diventeranno nel tempo se la persona accetterà di lavorare su se stesso ora, così com’è, con la materia prima che ha a disposizione. Perché nulla di ciò che ci costituisce come persone – pensieri, affetti, corporeità, sessualità – è estraneo alla vita spirituale, strada che ci porta alla pienezza della nostra identità di uomini, “fatti come Cristo”.
AMARE LA VITA
Dopo questi chiarimenti possiamo dire che una vita affettiva serena gode della consapevolezza elementare di essere vivi e capaci di comunicare vita. Di essere creature positive, che valgono perché poste nell’essere da un Dio amante della vita e di ogni creatura, un Dio che condivide, e vuole comunicare sempre più, se stesso con ogni essere umano. La nostra vita assume tutta la sua bellezza, il suo fascino, quando viviamo un atteggiamento realistico di valore personale, che si costruisce sulle convinzioni fondamentali cui accennavamo sopra, e che si radicano sul primato di Dio e della sua opera in noi. Nella vita di una persona consacrata non avrebbe senso un atteggiamento di distanza emotiva dalle altre persone (del tipo: «io non ho bisogno degli altri») perché non sarebbe secondo la nostra verità antropologica, dal momento che il dono di Dio giunge a noi sempre attraverso la mediazione di altre creature. Oltretutto sarebbe una menzogna che darebbe inevitabilmente adito a svariate forme di strumentalizzazione inconscia degli altri. Così come non avrebbe senso ridursi a vivere in un coinvolgimento emotivo segnato da una esplicita dipendenza dagli altri (del tipo: «non saprei cosa fare se non ci fosse Tizio, Caio, la comunità...»); sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della propria libertà, oltre che una sottovalutazione della propria dignità e unicità di persone. Avere invece una sana consapevolezza del proprio essere creature, volute per amore e inserite in un progetto che è per la vita di tutta la creazione, aiuta a vivere con più convinzione la vita, come una ricerca appassionata di ciò che conta e in cui si crede: «mi sento amato e credo nella Vita, e il confronto con gli altri e con la realtà è per me importante per poter vivere in modo sempre più concreto l’amore ricevuto e i valori in cui credo». Allora le relazioni interpersonali potranno più facilmente sfuggire il pericolo di essere vissute per compiacere gli altri, e per ottenere così riscontri positivi di accoglienza, e conferme per la stima personale; o il pericolo di esprimere un senso di appartenenza rassicurante, vissuto come rifugio dal rischio di esporsi, senza lasciar emergere il meglio della propria personalità, che la vita, invece, chiede a ciascuno di esprimere.
Enzo Brena [i][1] MERKLE J. A., I voti nella vita religiosa, Piemme, Casale Monferrato 1999, p. 337. [ii][2] Cf. SCOTT PECK M., Voglia di bene, Frassinelli, Milano 1978, p. 100. [iii][3] COLLINS J. A., «Celibate Love as Contemplation», in Review for Religious, 1/2000, p. 83.
LA SOLITUDINE NELLA VITA CONSACRATA
Ci sono esperienze di solitudine nelle persone consacrate? Quando la solitudine è sofferenza e quando è felicità? Come superare le esperienze negative e come sperimentare una solitudine felice? Una serena solitudine è un segno di maturità psichica e condizione per coltivare la vita dello spirito. La solitudine è, per la persona consacrata, un’esperienza da favorire o da evitare? Deve essere ricercata e coltivata come condizione importante per la crescita spirituale o, al contrario, è un possibile pericolo e una sofferenza da cui premunirsi? Non è difficile immaginare che la risposta sia: le due cose insieme. Come accade nella vita di qualsiasi persona, così anche per le persone consacrate la solitudine può essere vissuta sia come uno stato doloroso, qualcosa che è fonte di malessere e di infelicità e sinonimo di isolamento, di incomprensione, di abbandono, di paura (a tutto ciò pensava probabilmente Qoelet 4,10 quando ammonisce: “Guai a chi è solo”), sia come fonte di benessere, condizione fondamentale per incontrare se stessi e avere la possibilità di essere creativi (e allora viene alla mente il motto della tradizione monastica: Beata solitudo, sola beatitudo). È il volto bifronte della solitudine: può essere deserto o rifugio, condizione di isolamento o luogo di incontro autentico. La persona consacrata può vivere situazioni di solitudine che la fanno soffrire. Qualche esempio. – La solitudine in comunità. Può capitare che la vita in comunità si accompagni, per qualcuno, a un profondo senso di solitudine, di estraneità reciproca, di povertà di rapporti interpersonali (come, del resto, qualcosa di analogo può avvenire all’interno di una coppia sposata). Le cause sono diverse: forme di comunicazione superficiali o inadeguate; stile di vita dei vari membri caratterizzato da accentuato individualismo; stile di guida che non presta attenzione ai bisogni delle persone, le quali si sentono trattate come semplici forze-lavoro da utilizzare a seconda delle necessità; caratteristiche di personalità dei singoli membri, i quali possono avere difficoltà di incontro con gli altri e presentare tratti di personalità che favoriscono l’isolamento (ad esempio: forme accentuate di timidezza, immagine negativa di sé, atteggiamenti di invidia e gelosia, attese di tipo infantile nei confronti della comunità). Il risultato di tutto ciò, nei casi più gravi, è la sensazione diffusa che a nessuno importi nulla del proprio vicino: uniti a tanti e vicini a nessuno, ognuno cerca di “sopravvivere” come può. Vi possono essere anche particolari esperienze di solitudine legate alle età della vita: ad esempio, la solitudine della persona anziana che si sente «non più consultata» e tagliata fuori da tutto; la solitudine della persona consacrata giovane la quale si sente lontana dagli altri membri della comunità per età, mentalità, esperienze e si ritrova quindi a fare un cammino “in solitudine”. – La solitudine affettiva. La persona consacrata sa che la sua scelta di vita comporta uno stato di frustrazione affettiva profonda, in quanto non vive l’esperienza normale dell’amore coniugale, e non è certamente rifiutando di prendere atto di questa situazione che diventa più facile viverla serenamente. Ora, se è vero che si deve affermare con sicurezza che questa rinuncia, realizzata nelle dovute condizioni, non implica affatto un ostacolo per la piena maturazione delle persone, è anche vero che, senza minimamente voler indulgere a toni da racconti rosa, se si vuole essere realisti si deve affermare che mancherà sempre qualcosa al cuore della persona consacrata. È dunque possibile che questa possa sperimentare, almeno in qualche momento particolare, la solitudine affettiva: tale sensazione potrà essere anche molto acuta e perdurare nel tempo nella misura in cui la persona ha alle spalle una scelta di vita non del tutto autentica o trascura i mezzi necessari per vivere positivamente la rinuncia affettiva (la preghiera, l’impegno comunitario e apostolico, la dovuta prudenza nei rapporti con le persone...). – La solitudine come isolamento. La sensazione di solitudine può essere causata a volte da situazioni di obiettivo isolamento in cui la persona consacrata viene a trovarsi per motivi di obbedienza. Può essere il caso, ad esempio, di chi si trova assegnato a una piccola comunità isolata, con scarse possibilità di contatti o di spostamento, impegnato in un lavoro apostolico anonimo e ‘dimenticato’ o scarsamente valorizzato dall’istituzione, senza la possibilità di poter contare su un confronto con una guida spirituale, a contatto con persone molto diverse per cultura e sensibilità e con le quali diventa assai difficile comunicare in profondità. – La solitudine patologica. Per una rassegna delle possibili esperienze di solitudine negative a cui può andare incontro la persona consacrata non è da escludere neppure la possibilità che esse siano collegate, a volte, a qualche disturbo di personalità. Esiste, ad esempio, la solitudine del depresso: si sente solo e abbandonato, ha la radicata convinzione che niente e nessuno possano fare qualcosa per lui, è preso da sensi di colpa, vive di rimpianti, si sente ai margini della vita. C’è la solitudine del narcisista: egli è centrato in prevalenza su se stesso, sulla propria importanza, è insensibile al mondo esterno. È sotto la spinta di un bisogno sproporzionato di conferma e approvazione, sperimenta sensi di insicurezza e inferiorità e un sottofondo di vuoto e di noia. È, in definitiva, anche lui un grande isolato. Si potrebbero incontrare infine, anche tra i consacrati, casi di persone che sperimentano la solitudine legata a tendenze psicotiche o schizofreniche (che si presentano in gradi diversi e magari in certe particolari situazioni): la realtà esterna è vissuta da loro come minacciosa, per cui si chiudono ermeticamente in se stesse e vivono in una realtà tutta propria (rimangono chiuse per lungo tempo nella propria stanza, si attengono rigidamente a determinati schemi di comportamento...). Da queste varie forme di solitudine, sinonimo di sofferenza a volte anche profonda, è naturale che si cerchi di fuggire: le strade per “uscire dal deserto” sono diverse. Si possono mettere in atto modalità di carattere positivo, basate sull’analisi delle cause e la scelta intelligente dei mezzi più idonei per superare il proprio isolamento – oppure si ricorre a diverse modalità di fuga. Qualche esempio: il bisogno compulsivo di adeguarsi in modo acritico e conformista al gruppo; la relazione fusionale con la comunità; l’attivismo; l’altruismo compulsivo, che porta a cercare in continuazione qualcuno da “aiutare”; l’uso prolungato di internet e la frequentazione del mondo virtuale; l’incapacità di tenere per sé le proprie esperienze interiori (sentimenti, disagi...) e il conseguente insopprimibile bisogno di trovare comunque qualcuno con cui sfogarsi, raccontare, parlare... LA SOLITUDINE CHE FA CRESCERE Nessuno può dubitare che la solitudine – intesa non come intimismo o ritiro dalla realtà né come fuga dalle responsabilità – sia una condizione importante, o necessaria, per assicurare serenità e profondità alla vita interiore. In una società quale la nostra, caratterizzata da “un eccesso di stimoli e un eccesso di scelte” (A. Toffler), essa protegge dall’invadenza del mondo esterno e dal conformismo, soddisfa il bisogno di intimità e autoriflessione, aiuta a riprendersi dall’attività frenetica e dispersiva, facilita la creatività, dà profondità alla comunicazione, favorisce la lucidità e la sicurezza necessarie per le decisioni importanti della vita. Il cristiano, e in modo particolare la persona consacrata, sa che nella tradizione della Chiesa ci sono sempre state persone che hanno raccomandato, con le parole e con l’esempio, la solitudine, anche radicale a volte, come condizione particolarmente favorevole per incontrarsi con Dio, per la preghiera autentica, per la meditazione. Non va dimenticato, inoltre, il legame tra solitudine e vita intellettuale. «La vita solitaria è il laboratorio dello spirito; la solitudine interiore e il silenzio sono le sue ali. Tutte le grandi opere, compresa la redenzione del mondo, sono state preparate nel deserto».1 Nel nostro tempo ciarliero, quando è facile confondere il pensiero con le chiacchiere, il servizio con la frenesia faccendiera, l’informazione con la comprensione, la solitudine e il silenzio tengono al riparo dalla superficialità e permettono di coltivare la vita dello spirito. Le condizioni di vita della persona consacrata portano a pensare che la solitudine, come esperienza positiva per la crescita personale, debba essere per lei abbastanza facilmente possibile - e anche in misura maggiore rispetto ad altre categorie di persone: libera da impegni famigliari, può trovare più facilmente l’occasione di starsene da sola. È, comunque, facile immaginare che avere la possibilità di essere fisicamente soli non significa che una persona sia senz’altro capace di “stare sola con se stessa”:2 di norma, ciò rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente, anche se bisogna essere realisti e dire che l’isolamento fisico costituisce generalmente una premessa molto importante per vivere una solitudine felice. C’è da chiedersi quanto tra le persone consacrate si dia attenzione e importanza all’esperienza di una vera solitudine e quanto si verifichi la disponibilità e la capacità che i candidati alla vita religiosa mostrano nei suoi confronti. È pure opportuno, inoltre, che coloro che svolgono il ruolo di guida nelle comunità religiose creino le condizioni, nell’assegnare ai vari membri ruoli e responsabilità, che la rendano concretamente possibile. CONDIZIONI PER LA SOLITUDINE FELICE La possibilità di vivere positivamente la solitudine non è sempre scontata per chiunque. Annota opportunamente Montaigne: «Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi. Sarebbe una pazzia affidarvi a voi stessi, se non vi sapete governare. C’è modo di fallire nella solitudine come nella compagnia».3 Essere soli significa stare a più diretto contatto con se stessi, con i propri sentimenti, con i propri progetti, con le proprie paure e speranze: una “compagnia” che potrebbe essere anche fonte di disagio in certe condizioni. «Vivere una solitudine felice è, tra l’altro, un chiaro sintomo di maturità psichica, una maturità che nasce dall’esperienza di essersi sentiti, all’inizio della vita, talmente amati da scoprirsi capaci di amarsi, indipendentemente dalla presenza o dall’assenza degli altri, del loro appoggio o del loro biasimo».4 Ecco una prima fondamentale condizione per essere felici quando si è soli. Quando le cose stanno così, la persona vive la solitudine senza sperimentare il bisogno compulsivo di cercare qualcuno che colmi il suo vuoto o di buttarsi in un’attività continua e frenetica che l’aiuti a superare l’angoscia. La solitudine è una condizione, uno spazio per coltivare la vita dello spirito, per affinare i nostri gusti, per contemplare la verità, per sperimentare emozioni positive profonde (ammirazione, gratitudine, gioia per la scoperta...), per mettersi in ascolto dei grandi maestri e... di Dio, in particolare. Affinché tutto ciò sia possibile, è necessario che la vita interiore della persona sia continuamente nutrita: sta qui un’altra condizione importante per vivere positivamente la solitudine. Se ciò non avviene, quando si è soli si sperimenta il vuoto. «La vita interiore è nutrita dalla disponibilità alla contemplazione. Le persone che “emanano interiorità” devono il loro tesoro interiore alle impressioni ricevute dall’esterno. Per una, sarà un sentimento d’estasi provato davanti a un quadro; per un’altra, l’ammirazione sentita davanti a un paesaggio, una gioia condivisa con un bambino, una conversazione con un essere amato, un momento di raccoglimento nel corso di una cerimonia religiosa. L’io profondo non è ricco per chissà quale proprietà di natura, ma per le emozioni che in esso si sono depositate, per gli atti di fervente contemplazione che lo hanno arricchito. La vita interiore si forma mediante l’accumulazione dei ricordi d’istanti in cui si è data accoglienza al mondo».5 Occorre quindi liberarsi dall’erronea visione sottesa a certe pratiche di meditazione, basate sulla contemplazione di sé e sul puro ascolto delle proprie sensazioni: la vita interiore richiede la disponibilità e l’attenzione al mondo, ha bisogno di essere rifornita dall’esterno e per “esterno” si può intendere: gli incontri umani, la lettura di buoni libri (soprattutto quelli dei grandi maestri), la conversazione con persone sagge e ricche di esperienza, la contemplazione della bellezza in tutte le sue manifestazioni, l’ascolto della musica, la partecipazione a momenti di riflessione e di confronto, il contatto con la natura, le prove della vita. «L’anima non estrae niente dal proprio fondo: si costruisce grazie alle bellezze che vengono da fuori. Lungi dall’essere autosufficiente, non è che l’ombra formata dal mondo. Essa è una lanterna magica dove si proiettano le immagini esterne accompagnate dalle loro vibrazioni emozionali... Nella vita interiore, niente è sostanziale; tutto è relazionale... L’io non è ricco per se stesso, ma per ciò che la sua fervente disponibilità prende al mondo, per la raccolta di emozioni che in esso compie».6 Infine, la persona consacrata godrà della solitudine se sente che la sua vita ha un senso, che ha davanti a sé uno scopo per cui vale la pena di lottare e di soffrire. Nei momenti in cui si è più soli con se stessi, avvertiamo salire dal fondo del cuore gli eterni interrogativi dell’animo umano: di dove veniamo? Dove andiamo? Cosa siamo venuti a fare su questa terra? L’assurdo e il mistero sono le due possibili soluzioni dell’enigma che l’esperienza della vita ci propone. Afferma Guitton: «Assurdo e mistero sono i due poli opposti tra i quali oscilla il pensiero. Quando esamino me stesso nel profondo, ascolto questa doppia voce. Ma nel perpetuo moto pendolare dell’oscillazione, l’assurdità dell’assurdo mi conduce in direzione del mistero».7 E con atteggiamento adorante, la persona consacrata si affida a Colui che ha detto: “Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire; con gli occhi su di te, ti darò consiglio” (Sal 31, 8). A conclusione di queste brevi riflessioni, si possono ora apprezzare ancora di più le parole di Rainer M. Rilke: «Una sola cosa è necessaria: la solitudine. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno: a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino». Aldo Basso 1 Sertillanges A. D., La vita intellettuale, Studium, Roma 1969, p. 56. 2 Di s. Benedetto il biografo scrive: “secum vivebat” (viveva solo con se stesso). 3 Montaigne, Saggi, Mondadori, Milano 1970, Libro I, cap. XXXI, p. 325. 4 Castellazzi V. L., Dentro la solitudine, Città Nuova, Roma 1998, p. 122. 5 Lacroix M., Il culto dell’emozione, Vita e Pensiero, Milano 2002, p. 113. 6 op. cit., p. 141. 7 Guitton J., L’assurdo e il mistero, Rusconi, Milano 1968, pp. 10-11.
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