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DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA DI CONSACRAZIONE
Primato della persona e ricerca d’intimità sono segni caratteristici della nostra epoca, anche nella VC. Tanto importanti, quanto problematici. Religiosi e religiose sono provocati a fare verità su se stessi e sul proprio mondo affettivo. Conoscere i desideri e le paure che ci abitano per esprimere nella verità la propria scelta di Dio.
L’evoluzione della VC nei decenni successivi al concilio Vaticano II ha rimesso al centro la persona, con la sua libertà e responsabilità. Un individuo, cioè, che nella fede-speranza-carità ha scelto di mettersi completamente al servizio del Regno nella sequela di Cristo; e un soggetto che, vivendo in una realtà comunitaria, è chiamato a vivere la sua vocazione riconoscendo un posto di rilievo alla dimensione relazionale. In ogni comunità, maschile o femminile, l’attenzione alla persona è divenuta sempre più un dato centrale, un dato da cui non si può più prescindere, a volte anche a costo – bisogna ammetterlo – di una certa ignoranza circa i criteri sui quali essa è basata. Infatti, con l’affermazione della primato della persona si sono create da una parte le condizioni per una rivalutazione delle relazioni interpersonali, di amicizia, un rinnovato senso della coscienza di essere comunità di persone responsabili, e dall’altra però si è anche assistito all’emergere di un diffuso individualismo.
L’AFFETTIVITÀ FA LA DIFFERENZA
Se si vuole fare attenzione alla persona senza limitarsi a una serie di affermazioni abbastanza scontate circa la sua dignità, valore, ecc., bisogna riconoscere il ruolo centrale dell’affettività, della gestione del mondo emotivo-affettivo dell’individuo. È questo che fa la differenza: come viviamo i nostri affetti, come usiamo della nostra sfera emotiva. Qual è la logica che ci guida nel vivere il nostro rapporto con Dio, con gli altri, con le cose, con noi stessi? Quali sono i criteri di valutazione in base ai quali compiamo le nostre scelte quotidiane: sono il frutto di ciò che “butta” a livello istintivo, emotivo, o portano il segno di una valutazione più elaborata, che prende le mosse dalla considerazione di ciò che conta e vale? Qual è il nostro ordo amoris? Il famoso «Solo Dio basta!» di Teresa d’Avila esprime in modo perentorio la valenza di totalità propria dell’amore di chi sceglie di consacrarsi a Dio. Ma che cosa significa? Se osserviamo la nostra esperienza vediamo che non è così vero che solo Dio ci basta. Anzi, molto spesso amiamo molto di più il nostro lavoro, il ruolo che ricopriamo, l’opera che abbiamo creato, alcune amicizie costruite nel tempo… Sul piatto della bilancia è molto probabile che ci costi di più rinunciare a stare con un amico o un’amica – o qualcosa di analogo – che rinunciare a un’ora di solitudine e di silenzio per una lettura spirituale o per la preghiera personale. È tanto probabile che, come a volte accade, si è disposti a mettere a rischio lo stesso progetto vocazionale pur di non rinunciare a ciò che ci gratifica di più. Che ruolo gioca, allora, la dimensione affettiva nella vita di consacrazione? Quale rilievo dare agli affetti, all’amicizia, alle relazioni in comunità? Tra le mura dei nostri conventi si fa sempre più forte il bisogno di relazioni più vere, più calde; una ricerca di intimità che mai, come in questa nostra epoca postmoderna, è stata tanto evidente e, in un certo senso, struggente. Perché anche le persone consacrate sono creature, e come ogni uomo, ciascuno di noi porta dentro il desiderio di essere riconosciuto per quella persona che è, con le sue qualità e i suoi limiti, e di poter vivere relazioni ed esperienze che le consentano di crescere esprimendo al meglio le potenzialità di bene e di amore che porta dentro di sé. La nostra dimensione affettiva, profonda, è lo spazio della nostra crescita, delle nostre relazioni con gli altri, del nostro stesso operare. L’intimità con se stessi, con gli altri, con il mondo, con Dio costituisce il nucleo del nostro essere, ma il suo raggiungimento è questione complessa e laboriosa. Per qualcuno è una vera e propria battaglia che dura per tutta la vita. E non c’è da meravigliarsi, poiché per natura sua la persona umana sperimenta una «infinita voglia di bene» – come titola un famoso libro di M. Scott Peck – che gli è ontologicamente caratteristica. Chi, se non Dio, è in grado di colmare il nostro desiderio di essere riconosciuti nella nostra unicità, di essere apprezzati e amati, e a nostra volta amare? Nessuna creatura, per quanto capace di amare, amabile e amata, è in grado di offrirci tutto l’amore che desideriamo; così come nessuna persona potrà mai farci sperimentare la certezza di essere capiti fino in fondo. In verità, tutti gli uomini fanno esperienza nella propria vita di un’intima solitudine, diretta conseguenza della nostra unicità e libertà. E anche se istintivamente si tenta di sfuggire questa inevitabile solitudine, la sola speranza di raggiungere questo scopo consisterebbe nel trovare un “altro” in grado di conoscerci dal di dentro, come fosse un altro “me stesso”. Caratteristica, questa, che ci riconduce ancora a Dio.
IMPARARE AD AMARE
Per chi ha scelto la vita consacrata, o la via del ministero presbiterale, il riferimento a Dio come partner privilegiato, unico, della propria vita affettiva, è d’obbligo. Dalla qualità della relazione con Lui riceve verità ogni altra relazione. La vita del consacrato, più di quella di chi ha scelto la via coniugale, consiste in una continua sfida a costruire e mantenere relazioni profonde e significative, dove la propria vita affettiva trovi un’espressione autenticamente umana, ma adeguata alla scelta vocazionale compiuta. Ad amare si impara. Sempre, non solo quando si è bambini. Nessuna creatura può presumere di sapere cosa significhi amare, e ancora meno illudersi di poterlo insegnare ad altri. La vita comporta questo inevitabile apprendistato lungo quanto il tempo della propria vita, nel quale tutti ci troviamo impegnati in modo diverso. Perciò nelle comunità religiose vivono uomini e donne che è una gioia incontrare per la semplicità e la freschezza con cui esprimono la loro umanità, la bellezza della loro interiorità che traspare dai gesti e dalle parole, misurati e rispettosi ma capaci di consegnare un lampo di amore autentico. Così come, nelle nostre comunità, vivono persone che temono l’incontro, rifuggono lo scambio profondo, quello in cui si è chiamati a scoprirsi per quel che si è, e a mettersi in gioco a tutti i livelli. Molte persone consacrate sembrano rispondere più a un bisogno di prendere le distanze dagli altri anziché stabilire rapporti di fraternità e amicizia. E non perché non credano all’amore, alla fraternità, all’amicizia, o non desiderino rapporti più profondi, ma perché qualche freno misterioso impedisce loro di rendersi disponibili a uno scambio relazionale libero da paure presenti a livello subconscio. La teoria evolutiva di Erikson può aiutarci a chiarire alcune ragioni delle difficoltà a investire affettivamente nelle relazioni. La sua visione dello sviluppo umano suddivisa in otto stadi, assegna a ogni stadio uno specifico compito evolutivo, espresso nella forma di una polarità critica, che l’individuo deve affrontare. Il sesto stadio, tipico della giovinezza, trova il giovane adulto ormai in grado di stabilire relazioni d’intimità – sia a livello sessuale che psicologico – e desideroso di impegnarsi affettivamente in una relazione elettiva, o comunque in una qualche forma di concreta apertura di dedizione e aiuto agli altri. Secondo Erikson, l’individuo a questa età dispone ormai di una forza interiore tale da renderlo idoneo a un impegno affettivo che richieda fedeltà, anche a costo di sacrifici e rinunce. Ma nello stesso tempo – ed è l’altro polo di questo stadio – l’individuo vive la paura che, aprendosi agli altri, possa finire col perdere se stesso. Così, le persone che non giungono ad esprimere la prossimità o l’intimità richiesta da questo passaggio evolutivo possono sperimentare il sentimento opposto all’intimità, e cioè l’isolamento. Un sentimento che si esprime nelle forme più diverse, e sotto gli occhi di tutti: attraverso un comportamento abitualmente ostile e aggressivo, o nella forma di un distacco fisico e/o mentale dalle persone con cui si vive; in una modalità di relazione competitiva se non apertamente aggressiva, o in un permanente stato quasi depressivo o apertamente tale. È necessario sottolineare che anche chi ha scelto la vita consacrata non è esentato dal compito di portare a maturazione questa dimensione della propria umanità. Talvolta l’aver fatto voto di castità è interpretato da qualche consacrato/a come una ragione sufficiente a giustificare quelle forme di distanza e non coinvolgimento che, al contrario, rappresentano una condizione di immaturità affettiva. Senza considerare che, poiché si tratta di un dono di sé a Dio, il voto di castità prevede l’offerta di qualcosa di positivo, di bello e buono, e quindi richiede di possedere un cuore caldo, capace di amare intensamente, con trasporto, senza paura. Di certo, comunque, non comporta la rinuncia ad amare.
INTIMITÀ CON SE STESSI INTIMITÀ CON GLI ALTRI
Risulta abbastanza chiaro, da quanto appena detto, che per raggiungere una sufficiente maturazione affettiva, e così portare avanti il nostro “apprendistato” nell’amore, bisogna partire da se stessi. Per conoscere e amare gli altri ognuno deve prima conoscere e amare se stesso. Bisogna allora imparare l’intimità con se stessi per essere in grado di vivere una realistica e autentica intimità con gli altri. «Ama il prossimo tuo come te stesso», ci ricorda la parola di Dio; un primo passo necessario per arrivare ad amare come ci ha amato Cristo. Per quanto possa apparire strano possiamo imparare l’amore a partire da noi stessi: non perché ce lo inventiamo noi, ma facendo la scoperta – dura e gioiosa insieme – di quanto siamo amati per quello che siamo e così come siamo, da Dio anzitutto e dalle persone che ci stanno accanto. Se il percorso per arrivare a un’intimità adulta non è stato possibile a motivo di insuccessi vissuti negli stadi evolutivi precedenti – relativi ad aspetti fondamentali come la fiducia in sé e negli altri, il senso di autonomia e di intraprendenza, o l’aspetto centrale dell’identità – sarà necessario ripercorrerlo, pena l’impossibilità di stabilire relazioni affettive mature. Molte persone consacrate hanno sperimentato nella loro infanzia o adolescenza situazioni in cui non sono state amate o l’affetto è stato loro offerto in modo inadeguato. Queste esperienze non tolgono nulla al valore della loro scelta consapevole di donarsi a Dio. Ma certamente li hanno condizionati nella formazione della propria identità e tuttora contribuiscono, a livello inconscio, ad alimentare sentimenti di inferiorità che rendono ancora più povera la loro immagine di sé. Sono persone che sperimentano un profondo senso di inadeguatezza, se non addirittura di indegnità, che alimenta paure e angosce tali da portarli a prendere le distanze dagli altri. Se la persona non prende in mano la situazione del proprio cammino evolutivo, o non è aiutata a farlo, può arrivare a vivere in modo sempre più isolato, pauroso degli altri e quindi prevenuto e pessimista nei loro confronti. Intimità e maturità sono strettamente legate; perciò diciamo che quanto più una persona accetta se stessa tanto più gli sarà possibile accettare gli altri. E guardarsi dentro per capire cosa è andato storto nelle prime esperienze relazionali della propria vita è la prima condizione per progredire verso la maturità affettiva.
CRESCERE È CONVERSIONE
Per compiere il cammino che porta all’accettazione e a un più profondo amore di sé è necessaria una vera conversione. Scoprendo qualche aspetto nuovo di sé e della propria storia si è provocati a riordinare il quadro generale dell’identità. Quando una persona si rende conto di non essere soltanto il limite che tanto l’ha fatta soffrire, tenendola legata a un’immagine negativa di sé, respira aria nuova, può vedere pregi e difetti personali con maggiore lucidità, e si sente più libera di riconoscere tanti altri sentimenti e qualità presenti in lei. E questo non ha a che fare con la conversione? Il guardarsi dentro per conoscersi più a fondo risponde al desiderio di trovare la verità di sé. Arrivare al nostro vero Io, che in termini cristiani corrisponde alla piena identità di figli di Dio. Giungere alla consapevolezza, vissuta pienamente da Gesù, di essere intimamente amabili e abitati da Dio. E conversione perché, una volta iniziata l’esplorazione e la conoscenza di sé in profondità, si rivela sempre più necessario mettere ordine nella propria vita e nella propria personalità. Per essere uomini e donne che vivono e amano in modo adulto, bisogna imparare a fare scelte adulte; vigilare sul proprio mondo emotivo e sugli automatismi istintuali tipicamente infantili, per arrivare a leggere e interagire con la realtà e con gli altri in modo sempre più adulto e responsabile. Anche questo è conversione perché «Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato» (1Cor 13,11). Intuiamo bene quanto sia necessario per una persona consacrata, che ha un’intensa vita relazionale in comunità e nell’apostolato, sviluppare una sana, equilibrata capacità d’amare. E vediamo quanto – guardando alle nostre comunità – questa sia carente. Certo l’accettazione di sé e l’integrazione della sessualità nella forma di vita celibataria, con la particolare forma di solitudine che l’accompagna, non sono un progetto di vita di semplice realizzazione. Proprio per questo è questione quanto mai seria e urgente impegnarsi responsabilmente nel proprio cammino di crescita umana e spirituale. Siamo tutti chiamati direttamente in causa a questo proposito, affinché si possano creare le condizioni per passare dalla paura alla volontà d’amare; da una vaga e sentimentale “voglia di tenerezza” al mettersi in gioco per un amore vero.
Enzo Brena
DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA CONSACRATA/2
UN TESORO NASCOSTO TRA LE NOSTRE PAURE
Il nostro mondo affettivo ha un ruolo centrale nella vita di relazione e nella vita spirituale. Il supporto della nostra affettività è essenziale per innamorarsi di un ideale e farlo diventare motore della propria vita a tutti i livelli. Il contenuto e le modalità d’espressione del nostro mondo emotivo ci rivelano la verità del nostro Io più profondo.
Se è vero che tutti – consacrati e consacrate – iniziano il cammino vocazionale motivati da un’esperienza di innamoramento per la persona di Cristo e per il suo progetto di dedizione totale al disegno salvifico di Dio Padre, è anche vero che non tutti partono da un’identica condizione di maturità affettiva. Già si notava come, per parecchi consacrati, le difficoltà più serie si radicano proprio a questo livello (cf. Testimoni 9/2000). La necessità di un salto di qualità, in ogni persona come nelle relazioni comunitarie, è evidente a tutti.
SEMPRE ATTRAVERSO L’ALTRO...
Ogni persona che vive non può prescindere dall’altro. A maggior ragione questo è vero se vuole crescere nella conoscenza di sé,. La categoria dell’alterità è decisiva per la vita dell’uomo in tutte le sue dimensioni. L’altro – che sia una persona o Dio – è un riferimento e un passaggio obbligato nel cammino che porta a definire la propria identità. Con la sua esistenza, il suo esser-ci, e con la sua diversità, l’altro permette di scoprire non solo se stesso e il mondo che ci circonda, ma noi stessi. Il confronto continuo a cui ci espone la coesistenza con chi è diverso da noi, infatti, ci manifesta e ci consegna a noi stessi oltre che all’altro. Questa constatazione di tipo antropologico è vera, ma non garantisce che il percorso verso la propria identità sia sempre lineare, e tanto meno che sia uguale per tutti. Da qui l’utilità di chiedersi: come stiamo di fronte all’altro? Come viviamo la presenza di chi ci sta accanto? Quali atteggiamenti si manifestano nella nostra relazione con gli altri? L’altro, per esempio, può essere percepito come un mondo nuovo da conoscere, uno stimolo per quella sana curiosità che apre la nostra mente a nuove informazioni, e la nostra affettività a inedite sensazioni e a nuovi sentimenti: tutti elementi che permettono relazioni originali e sempre arricchenti. Oppure l’altro può essere percepito come una minaccia, un intruso che mette in pericolo le sicurezze e gli equilibri finora acquisiti, mettendo così allo scoperto la vulnerabilità, gli elementi precari della propria identità. O, ancora, l’altro può essere vissuto come uno specchio narcisistico in cui vedere riflessa l’immagine idealizzata di sé, quello che mi piacerebbe essere e come vorrei vedermi ammirato; in questo caso, con l’altro si finisce per vivere un rapporto apparentemente amicale, in realtà strumentalizzante, che ha lo scopo inconscio di “allevare” un adulatore più che stabilire un legame in cui si condivide e conosce veramente un’altra persona… E gli esempi potrebbero continuare. Modalità inadeguate di relazione – come già notavamo – non sono un’eccezione. Ogni persona porta dentro di sé un desiderio di intimità, di conoscere e farsi conoscere in profondità, di amare ed essere amato, anche se non tutti, e non sempre, accettano le condizioni che portano a tale qualità di relazione. Anche nelle comunità religiose oggi è forte la tentazione di adeguarsi inconsapevolmente a uno stile di relazione tipo “supermarket”: prendere dagli altri ciò che serve per il proprio benessere immediato, e insieme mantenere le opportune distanze da tutti per non correre il rischio di coinvolgimenti troppo costosi a livello affettivo, o di amare delusioni rispetto alle aspettative riposte sugli altri. È lo stile caratteristico della nostra cultura occidentale, tutta centrata sul soggetto e sui suoi desideri, sull’anarchia del bisogno da gratificare qui e ora. Questo atteggiamento sul momento risulta appagante, ma si rivela perdente sui tempi lunghi, proprio perché manca la decisione di uscire da se stessi, la disponibilità ad aprirsi all’altro giocando nel rapporto le proprie carte migliori per raggiungere un obiettivo di valore: un rapporto genuino costruito sulla verità, il bene dell’altro, l’amore-carità...
... MA COME PERSONE ADULTE
Se nella relazione con gli altri aspiriamo è un’istantanea comprensione, un’unione immediatamente appagante, un amore coinvolgente e un’intesa a tutto tondo... stiamo sognando! Tali aspettative sono il segno che un bisogno simbiotico infantile è rimasto come una ferita aperta nell’inconscio e condiziona pesantemente l’individuo, portandolo a rifuggire le esigenze di un rapporto affettivo adulto. Quest’ultimo richiede disponibilità all’incontro con chi è diverso da sé, decisione di rischiare sulla fiducia, coraggio dell’autonomia, capacità di rimettersi sempre in discussione, gratuità... Quando non sono presenti questi atteggiamenti si finisce per delegare inconsciamente all’altro la responsabilità di rispondere al proprio bisogno di significato personale. E ci si ritrova in campo aperto, vulnerabili a ogni variazione del clima emotivo dell’ambiente in cui viviamo, dal quale si fa dipendere la possibilità di sentirsi intimamente persone. E al quale si addebitano le ragioni del proprio malessere interiore, spesso con delusione e risentimento. Abbiamo già notato come a motivo di blocchi evolutivi nel campo della fiducia di base, dell’autonomia, dell’esperienza affettiva e del valore personale, il rapporto interpersonale risulti problematico. Gli esiti di queste crisi possono essere la diffidenza, la presa di distanza dagli altri, il rinchiudersi nel proprio guscio a motivo della paura di soffrire nuovamente esperienze deludenti a livello affettivo. Ma si può verificare anche il contrario: ricercare attraverso l’altro (nel suo sguardo, nella sua approvazione incondizionata, nel suo costante sostegno) la conferma di una positività che – in assenza di questa persona –si percepisce inconsciamente debole e fragile. Poiché non ho una percezione positiva di me, supplisco a questo deficit d’identità con le conferme che mi vengono dal rapporto con l’altro: vivere l’amico/a, dunque, come una presenza indispensabile per sentirsi degno di stima, valido, amabile. Con l’inconveniente che l’altro diviene così necessario da non poter fare a meno della sua presenza, se non a prezzo di sentirmi vuoto, indefinito, inutile. Il prezzo di una relazione di questo tipo è alto. Pur di non perdere l’affetto e un giudizio positivo dell’amico/a si è disposti a tutto, ci si fa in quattro, anche a costo di smarrire davvero la propria dignità di persone. Si notano, allora, atteggiamenti servili, di aperta dipendenza infantile; sensi di colpa per il timore di non avere soddisfatto le aspettative dell’amico/a, e l’ansiosa ricerca di riguadagnare la posizione perduta, non coscienti di quante e quali risorse positive personali vengono sacrificate per mantenere una relazione di questo tipo. Il prezzo rimane alto anche se non si vive un’esclusiva relazione affettiva. Per qualcuno il senso di inferiorità non conduce a legarsi e far dipendere il proprio valore dal rapporto con una persona, ma porta a moltiplicare le relazioni che promettono un po’ di gratificazione affettiva, sacrificando la qualità alla quantità. Un po’ di conferme da tante persone, piuttosto che far dipendere tutto il proprio valore da una. Una scelta che conduce a impegnarsi il minimo indispensabile nei rapporti interpersonali, così come minima e vacillante sarà la stima di sé e debole il senso del proprio valore che ne risulterà. Perché non assumendo il rischio di aprirsi all’altro e mettersi in gioco per amare il dubbio su di sé continuerà a rimanere.
NON SOTTRARSI ALLA VITA PIENA
L’invischiamento affettivo, la superficialità nelle relazioni, la fuga dall’incontro aperto con l’altro sono tutte espressioni della paura. Manifestano un unico movimento: la fuga da se stessi, dal proprio mondo emotivo perché, per le cause più diverse, lo si vive come un pericolo, qualcosa di minaccioso; poiché è fragile e vulnerabile, lo si percepisce come potenziale portatore di delusioni e sofferenze. Purtroppo in questo atteggiamento c’è un inconveniente: quando si reprime il mondo emotivo, esso prima o poi si prenderà le sue rivincite. Una delle leggi della nostra vita psichica dice che l’inconscio influisce sulla realtà: anche se reprimiamo sensazioni non gradite e bisogni scomodi, essi riusciranno a trovare il modo di esprimersi – in modo indiretto o camuffato – fino al punto di giungere a dominare la scena della nostra vita emotiva. Se, ad esempio, non riconosco la mia rabbia e percepisco ogni espressione di collera come riprovevole, impedendole così di esprimersi, essa troverà il modo di manifestarsi in tanti modi indiretti e imprevisti. E mi ritroverò in un clima generale di disagio e nervosismo che non so spiegare, ma che comunque condizionerà la mia vita. Tutto quanto tocca la nostra vita è importante. Se siamo fatti per Dio, che è il sommo Bene, la nostra vita ha inevitabilmente a che fare con il mondo dell’affettività, con le nostre emozioni, sentimenti e passioni. Anche essi hanno qualcosa da dirci. Lì dove le paure si fanno sentire più forti, c’è anche la possibilità di scoprire e attingere al tesoro che ci è reso disponibile dal dono di Dio ricevuto con la vita. Ovvero: Dio ci parla anche attraverso ciò che viviamo nel profondo del nostro cuore, e ci conduce alla nostra verità personale usando anche il linguaggio del nostro mondo emotivo. Ma significa, pure, che non posso arrivare a Dio se evito me stesso, se non accetto tutto di me, che lo giudichi positivo o negativo. Ciò che deve preoccupare non è il sentire trasporto o antipatia, desiderio d’intimità o rifiuto, amore o gelosia, tenerezza o rabbia…, ma il capire dove può condurre tutto questo, quale ruolo può giocare in relazione ai propri valori e, di conseguenza, come vogliamo esprimerlo nella nostra vita di relazione con gli altri. È un compito che non riusciremo a svolgere se non a partire da quell’accettazione di cui stiamo parlando. Così come siamo, oggi, portiamo dentro l’immagine del Figlio, da riconoscere a fondo e da sciogliere sempre più da quei legami che le impediscono di venire chiaramente alla luce, liberando in noi l’identità piena di figli di Dio, fatti per la Vita, per la Verità, per l’Amore. Dio ci ama, ma ci può aiutare solo se e quando accettiamo noi stessi. Il rapporto con Dio fondato su una falsa immagine di sé, o costruito a prezzo di non guardarsi in faccia così come si è, finisce per essere un rapporto falso, una fuga nello spiritualismo. L’insegnamento dei padri del monachesimo richiama invece questa verità: si giunge a Dio solo passando attraverso il deserto dell’incontro sincero con se stessi, esperienza che ci rivelerà con chiarezza la nostra realtà di creature bisognose di ricevere costantemente vita dal creatore. E rivelerà come l’incontro con Dio è sempre un evento trasformante. Tutti riconosciamo in comunità fratelli e sorelle che non sono “trasformati” perché, insoddisfatti di se stessi e di ciò che li circonda, non sanno padroneggiare il loro mondo affettivo. Ognuno di noi è chiamato alla pienezza della vita e all’incontro con Dio. E sarebbe davvero paradossale sottrarre a questo incontro con Dio proprio ciò che è più bisognoso di conversione: la nostra dimensione affettiva, le nostre energie d’amore!
Enzo Brena
DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA CONSACRATA/3
SE VUOI AMARE...
Che cosa si può fare per divenire più capaci di apertura e intimità con se stessi e con gli altri? E come dovrebbero amare persone che hanno fatto una scelta di castità consacrata?
La fatica più grande per la persona è quella di arrivare all’autenticità. Ogni altra fatica può essere considerata come estensione di questo compito fondamentale: divenire se stessi, esprimere la propria unicità compiendo scelte e decisioni libere e responsabili. La comune vocazione cristiana – cioè la chiamata ad essere figli di Dio Padre che è il riferimento sostanziale quando si parla di autenticità dell’uomo – è vocazione all’amore teocentrico, e coinvolge la persona in ogni sua dimensione, attraversa il suo mondo emotivo e, se questo non viene riconosciuto, accolto e impegnato, non può ricevere risposta adeguata. È una delle conclusioni a cui si è pervenuti facendo alcune riflessioni sulla centralità dell’affettività nella vita di ogni individuo, e sulla necessità di esprimerla superando le proprie paure (cf. Testimoni 9 e10/2000). Per vivere la vita con significato, ricercando cioè la sua pienezza, è imperativo non fuggire da se stessi, dalla ricchezza del proprio mondo affettivo. Non fuggire dalla fatica di essere e divenire sempre più veri. Non fuggire di fronte al rischio di giocarsi in relazioni che diventino sempre più profonde e veraci... Piuttosto è importante conoscere a fondo emozioni e affetti che ci sono peculiari per imparare a investirli nella vita quotidiana; essa va accettata così com’è, per condurla ad essere sempre meno un campo di battaglia sul quale condurre le nostre lotte – siano esse giustificate da un fine di sopravvivenza o da un’ansia di supremazia –, e sempre più un terreno d’incontro che permetta di donare al meglio la propria vita e accogliere l’offerta vitale degli altri. Come muoversi nel processo che porta a un progressivo approfondimento della conoscenza e dell’investimento delle proprie energie affettive? Che cosa ci si può aspettare quando ci si gioca affettivamente nella relazione, in un’amicizia? Vorremmo mettere in luce alcuni passaggi concreti nei quali si esprime la tensione positiva verso la pienezza della verità di sé e della Vita.
PREPARATI ALLA PROVA
Chi vive un’amicizia vera, adulta, avrà senz’altro sperimentato, nell’incontro con l’altro, un cambiamento che ha toccato il “cuore” della personalità. Un cambiamento interiore innescato gratuitamente da un incontro non programmato, desiderato e temuto nello stesso tempo, e certamente fonte di continuo stupore. Un cambiamento non identificabile soltanto negli effetti prodotti dalla relazione in ciascuno degli amici, ma anche in quell’insieme di condizioni necessarie perché la relazione possa nascere e crescere in modo stabile come autentica amicizia. Ci pare utile accennare ad alcune di queste condizioni che permettono di divenire sempre più capaci di apertura e intimità. Quando ci si apre all’altro – per amicizia o per un ideale di fraternità – è necessario essere disponibili alla prova, senza lasciarsi scoraggiare. Fare i conti con l’altro, rispettandone la libertà, non è mai facile. Tutt’al più l’amicizia, con la sua spontanea carica affettiva fatta di fiducia e benevolenza, può facilitare le persone a sostenere le fatiche insite nell’incontro–confronto con l’altro, ma non le elimina. Avere a che fare con l’altro è sempre una sfida, perché la diversità mette in questione le proprie certezze, porta a fare i conti con l’insicurezza, con il proprio limite. In certi momenti, forse, si vive anche la sensazione del fallimento, di essere goffi e incapaci, o di essere degli illusi. Ma questa “sensazione” non è da confondere con la realtà. Se si vuole costruire un rapporto vero bisogna vivere la certezza che tutto quanto emerge dall’incontro – in positivo e in negativo – è utile alla conoscenza di sé e dell’altro, e fornisce indicazioni preziose per la crescita della relazione. Le discussioni, i diversi punti di vista, la fatica della comunicazione e dell’intesa, anche i momenti di crisi... non sono da fuggire o da leggere come l’evidenza di un rapporto che non può durare. Al contrario: sono i momenti in cui emerge con più chiarezza la possibilità di imparare qualcosa di importante per crescere come persone e così imprimere un salto di qualità alla relazione. Ciò comporta un’altra condizione: accettare la propria solitudine. Che non è un antipatico inconveniente, ma una caratteristica della nostra condizione di creature. Sottrarsi all’inevitabile esperienza della solitudine significa compromettere la nostra originalità, la libertà e, in definitiva, la nostra stessa capacità di amare. Come posso sapere chi sono, quali ricchezze personali posso condividere con l’altro, quanto sono libero e deciso nel donarmi, se non accetto la solitudine che mi mette a contatto con il mio Io più profondo, e rende possibile tale conoscenza? Se non si accetta la propria solitudine l’altro non è più vissuto come una scelta libera ma come una necessità, e la relazione non corre su binari di reciprocità responsabile ma finisce nelle secche di una dipendenza che non promuove il processo di crescita di nessuno. L’identità – poiché non è salda – non permette una reale comunione, e questa non favorisce l’approfondimento della propria identità.
AMARE CON REALISMO
Per non correre il rischio di rapporti fondati su una dipendenza immatura, è saggio non delegare mai a nessuna persona il compito e la responsabilità di farci felici. Perciò la nostra capacità d’amore non deve essere né a senso unico – cioè focalizzata sul rapporto privilegiato con una persona – né strumentale al nostro benessere immediato. Nessuno può essere piegato al nostro piacere, o vissuto come presenza indispensabile alla propria sopravvivenza affettiva: la libertà di entrambi ne risulterebbe pesantemente compromessa. Da una parte non ci sarebbe un percorso verso l’autonomia adulta; dall’altra si caricherebbe l’altra persona di una responsabilità che non potrebbe portare – quella appunto di farci felici –. Il percorso dell’autonomia chiede a ciascuno di trovare il modo di esprimere il proprio potenziale affettivo nelle forme più varie e consone alla propria personalità, anche oltre l’ambito della relazione privilegiata o d’amicizia. La ricchezza interiore di ogni persona si esprime anche in attività di diverso livello, dove l’affettività si sposa con la creatività e l’intelligenza, con l’amore per il sapere e la sensibilità estetica, con l’interesse per l’umanità intera e i problemi che la travagliano, con i valori della solidarietà, del servizio e dell’aiuto agli altri che attirano oltre il confine del proprio Io... Perciò è importante non nutrire aspettative irrealistiche sulle persone e sul rapporto con loro. Il che non significa non avere fiducia nelle persone, chiudersi o disertare il prossimo. Piuttosto significa non chiedere all’altro ciò che non può dare. Nessuna creatura può rispondere alla nostra sete di amore, felicità, pienezza di vita. Essa ha una radice assoluta: per questo non si può chiedere o aspettarsi da una persona ciò che solo Dio può dare. Si finirebbe per destinare quella relazione alla delusione e al fallimento. Certo, Dio si dona a noi anche attraverso l’altro, ma nessuno potrà mai sostituire Dio o donarci in pienezza il Suo amore, l’unico che può pienamente colmare la sete del nostro cuore. Un’ulteriore attenzione può aiutare a mantenere un atteggiamento di vigilanza sugli aspetti appena elencati: ricercare e vivere fedelmente un confronto con una persona di fiducia. Trovare un fratello o una sorella che, per la loro maturità e per la fiducia che ci ispirano, siano in grado di aiutarci offrendo un’occasione puntuale di confronto realistico. Aprire a questa persona il proprio mondo affettivo per crescere in una gestione adulta della propria intimità, per sviluppare la propria personalità a tutti i livelli. Confrontarsi con una persona capace – cioè d’esperienza, umana e spirituale, e di scienza insieme – aiuta a conoscere se stessi e vedere meglio i problemi, a leggere le circostanze della vita con occhio più distaccato, e così trovare risposte meno istintive e più rispondenti alla realtà dei fatti. Certo, aprire la propria interiorità e farsi conoscere da un’altra persona non è semplice. Anche se si è decisi non sarà mai cosa spontanea né lineare, e tantomeno indolore. Ma nonostante tutto rimane un mezzo prezioso nel cammino verso la libertà di amare come ama Dio. E poiché la nostra piena realizzazione sta nell’arrivare ad amare come ama Dio, è necessario chiedere a Lui di divenire capaci di amore, di vera intimità. Arrivare ad esprimere nella nostra vita l’amore di Dio non è impresa solo umana, frutto del solo nostro impegno: è anche, e anzitutto, opera della Grazia. Se vogliamo che nelle nostre relazioni ci sia un vero amore, è necessario che a guidare, fondare e qualificare questa relazione ci sia Dio. A Lui, quindi, bisogna chiederlo nella preghiera.
AMARE NEI FATTI E NELLA VERITÀ
Sappiamo che l’amore espresso da Gesù nella sua vita non è una questione di sentimento, ma un amore, come direbbe l’apostolo Giovanni, «nei fatti e nella verità». Un amore che attinge alla ricchezza dell’affettività, ma che non si esaurisce in un languido sentimentalismo. Si sporca le mani, invece, con la storia di tutti i giorni, riconoscendo in ogni circostanza feriale le ragioni sufficienti per esercitare il dono di sé per il bene dell’altro. Amare «nei fatti», concretamente. E «nella verità»: cercando, cioè, il vero bene dell’altro, che può stare oltre la gratificazione di quanto in un determinato momento l’altro chiede, o la gratificazione che si vorrebbe più o meno inconsciamente ottenere attraverso il dono di sé all’altro. Per amare così è necessario un atteggiamento di costante discernimento su ciò che è il vero bene. Per operare questo discernimento è importante avere presenti le esigenze della carità e della propria vocazione. Che cosa può significare amare per i consacrati? Come dovrebbero amare persone che hanno fatto una scelta di castità consacrata? La risposta non può eludere la necessità di coinvolgere tutto lo spessore della nostra umanità, la ricchezza del nostro essere personale. Tutta la nostra umanità messa in gioco per imparare progressivamente a vivere l’atteggiamento con cui Dio sta di fronte al nostro fratello: guardare, percepire, stare, sentire rispetto al fratello come Dio guarda, percepisce, sta, sente. Un obiettivo come questo costituisce una vera e propria sfida. Da un lato perché ci chiede di non amare in modo vago, sbiadito, magari in versione “standard” («uguale per tutti, così non rischio di fare preferenze!»). E dall’altro perché propone costantemente l’obiettivo di donarsi con tutto il proprio cuore all’altro, e insieme rimanere liberi, generosi nel proprio servizio a Dio e a tutti i fratelli. Aver fatto una scelta di castità non significa perdere la possibilità di esprimere una propria fecondità. Quella che non si realizza nella procreazione ma nel comunicare la vita e l’amore a coloro che si incontrano sul proprio cammino. È piuttosto l’amare l’umanità “in generale” che, pur apparendo una scelta più sicura per un certo modo di concepire la castità, si rivela di fatto una scelta sterile. D’altra parte, le persone che ricordiamo di più, e che hanno influito maggiormente nella nostra vita non sono quelle che ci hanno amato in modo concreto, personale, intimo? Amare come persone consacrate nella castità, allora, non esime dall’investire la propria affettività in relazioni personali, ma conduce a riconoscere e incontrare persone con un nome e un volto preciso, unico. Così come conduce a riconoscere che il nostro valore personale, la nostra dignità, la nostra stessa salvezza passa attraverso l’esperienza di amore con il fratello.
Enzo Brena
DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA CONSACRATA/4
UN AMORE SEMPRE FECONDO
Che cosa significa amare per una persona consacrata? Nella scelta di castità ci si mette in gioco per imparare, lungo tutta la vita, ad amare come ama Dio. Obiettivo che richiede un atteggiamento contemplativo e un investimento di tutta la potenzialità affettiva.
La scelta di castità delle persone consacrate vuole testimoniare che l’amore non è solo un sentimento, ma è una scelta di vita. Certo, anche il matrimonio è una scelta di vita basata sull’amore, una vocazione che, proprio per questo, sta in relazione complementare con la castità consacrata. Nella vita matrimoniale e familiare la vita emotiva ha un particolare fondamento di “predilezione” e una forma di condivisione a tutto tondo che la supportano e ne colorano le espressioni relazionali, sia nei confronti del coniuge che dei figli. Nella vita consacrata, invece, appare più evidente come l’amore si qualifica prevalentemente come scelta della volontà: una decisione di amare e donare tutta la vita a Dio e ai fratelli che coinvolge e orienta la vita emotiva, ma non si esaurisce in una gamma più o meno vasta di sentimenti amorosi. Si vogliono amare confratelli e consorelle – e chiunque si incontra nell’apostolato – che non si sono scelti in seguito a un’esperienza di innamoramento o di particolare elezione, ma che si ricevono e a cui ci si dona per una decisione fondata sulla fiducia nell’amore; fratelli che si incontrano e con i quali ci si riconosce consegnati gli uni agli altri perché si manifesti nella loro vita la potenza trasformante dell’amore che viene da Dio. In entrambi i casi, comunque, l’amore che si esprime o è fecondo o non è tale.
QUESTIONE DI FIDUCIA
Amare è questione di fiducia, lo sappiamo. Ma è bene ricordarlo perché l’amore di una persona consacrata esprime, e testimonia insieme, una indispensabile fiducia: quella dell’uomo in Dio e nel suo amore. L’amore non è un’idea, e tantomeno un sentimento, un desiderio, o un insieme di buone intenzioni. L’amore è concreto: o si traduce in qualcosa di visibile, percepibile, o non è. Se osserviamo nella Bibbia come si rivela l’amore di Dio per l’uomo, scopriamo che obbedisce alla legge dell’incarnazione: si fa gesto di liberazione, di guarigione, di salvezza... si fa uomo, Gesù. In questa linea, l’amore tipico dello stato matrimoniale chiede costantemente la disponibilità ad uscire da se stessi per prendersi cura del coniuge, dei figli, delle loro necessità materiali, affettive e spirituali; richiede una seria ascesi, un atteggiamento di autotrascendenza che permette di donarsi con amore alle persone care in modo concreto, appropriato. Chi è consacrato nel celibato rinuncia, per definizione, ad ogni relazione esclusiva, e perciò il suo modo di amare ha connotazioni che non fanno parte della tipica relazione matrimoniale. Cosa che non fa migliori o più degni delle persone sposate, quasi che la scelta di consacrazione renda automaticamente più distaccati dalle “cose terrene” o più capaci di amare. Anzi, a volte può aprire al pericolo di vivere un amore disincarnato, fragile e illusorio, proprio perché poco disponibili a sporcarsi le mani con la realtà del fratello che si ha accanto, delle vicende che segnano la vita comunitaria e apostolica. Non è un mistero che la vita religiosa può essere vissuta come un’inconscia scelta di fuga dalle responsabilità molto concrete che pone la vita familiare, il lavoro in una società competitiva, ecc. Invece l’amore che si riceve da Dio e l’amore che si vuole donare a Lui passa sempre attraverso l’altro. E passa attraverso la nostra natura di creature. Anche se nella vita consacrata non si sono scelte le persone con cui vivere, la scelta di castità – come già dicevamo – chiede di non amare in modo vago, e chiede nello stesso tempo di donarsi all’altro con tutto il cuore, con passione, pur mantenendosi liberi e generosi nel proprio servizio a Dio e ai fratelli. Come amare, allora, le persone che incontriamo in comunità, in parrocchia, nella scuola... con passione, con tutto il cuore? Come gestire le implicazioni affettive e sessuali naturalmente legate all’esercizio della propria affettività?
QUESTIONE DI INTEGRAZIONE
Accennavamo a una relazione di reciprocità tra le vocazioni del matrimonio e della vita consacrata. Gli sposi ricordano ai consacrati che l’interiorità dell’uomo e della donna è ricca d’amore, ed è capace di una gamma di espressioni affettive che costituisce un patrimonio a cui attingere continuamente, da non lasciare inaridire perché ne andrebbe della fecondità globale delle singole persone, della gioia di vivere, della nostra verità di creature fatte per la vita e per l’amore… E i consacrati ricordano agli sposi che la capacità d’amore dell’uomo e della donna non conosce i confini di una creatura, o di una famiglia; che la misura dell’amore non è l’amato/a – pur con tutto il suo fascino –, ma Dio, e che nel suo nome e per amore suo ogni persona può essere oggetto di un esercizio appropriato della nostra affettività e sessualità. Capita di incontrare persone consacrate che pensano di dover escludere le implicazioni emotive derivanti dall’incontro con l’altro. Appena la sollecitudine e la ricerca del bene per l’altro si colora di un affetto particolare già si sentono in colpa. Quando poi le caratteristiche fisiche o psichiche di chi hanno di fronte risvegliano in loro delle pulsioni sessuali non lo accettano, non si sentono a posto di fronte a Dio, o pensano che la loro vocazione sia da mettere, se non è già andata, in crisi. Per loro amare come celibi consacrati dovrebbe comportare una sorta di latenza permanente della sfera affettivo–sessuale. Invece, «il voto di castità riguarda l’amore, e il praticarlo conduce agli abissi e alle vette inerenti ad ogni lotta per amare. Il celibato attraversa le acque fangose dell’inconscio e crea una corrente propria di fascino e di paura. Nessun centro vitale è più profondamente personale di questo, nessun altro cammino di crescita è così unico, caotico e dinamico»[i][1]. L’impegno di castità consacrata comporta questa difficile navigazione in mare aperto, e tende a una meta di integrazione della sessualità nel proprio vissuto personale. E, per quanto possa essere laborioso, nessuno – neppure il celibe – può evitare le sfide proposte dal vangelo per giungere all’integrità affettiva e sessuale. Amare in modo casto, come celibe consacrato, non significa proibirsi di provare affetti gratificanti nei confronti delle persone. L’amore casto si declina in positivo non in negativo. Si tratta di imparare ad amare con tutto se stesso, non tanto di non sentire, non frequentare, non provare gratificazioni affettive nelle relazioni, come se il sentire o il desiderare una buona relazione fosse di per sé indice di egoismo, di ricerca del proprio tornaconto. Sarebbe semplicistico e inappropriato valutare in modo rigido il proprio mondo affettivo su criteri come: altruismo - egoismo, gratuità - interesse... perché per ognuno di noi l’egoismo e l’interesse sono i sicuri punti di partenza, e l’altruismo e la gratuità rimangono sempre mete da raggiungere. È un’illusione pensare di poter amare senza provare in qualche misura delle ripercussioni nella nostra sfera affettiva e sessuale. Non possiamo avere a cuore il bene dell’altro pretendendo di essere invulnerabili, di non provare – insieme alla ricerca del bene per l’altro – anche sensazioni, pulsioni, desideri che non sono tanto disinteressati, ma che fanno parte della nostra natura. Questa affermazione non vuole giustificare a una sorta di qualunquismo in riferimento alla vita affettiva, per cui va bene tutto e il contrario di tutto purché ci si senta bene emotivamente. Piuttosto è da sottolineare come c’è sempre un ritorno positivo, sia a livello emotivo che razionale, quando si cerca il vero bene dell’altro e di sé. Ci mancherebbe che, chiamandoci alla carità piena, Gesù avesse precluso la gioia che coinvolge tutta la nostra natura. Semmai, egli ci ha proprio mostrato il contrario.
QUESTIONE DI OBIETTIVO
Non è quindi l’egoismo o l’altruismo a fare la differenza tra amore e non - amore. Piuttosto è il fine che caratterizza l’autenticità dell’amore e dell’investimento delle nostre forze affettive e sessuali. Il fine di chi ha scelto di amare come ama Dio consiste nella ricerca della crescita integrale dell’altro, soprattutto della sua crescita spirituale. Nel non-amore il fine è sempre qualcos’altro[ii][2]. In questa ricerca del vero bene per l’altro va giocata ogni energia personale, senza risparmio di energie, con il chiaro riferimento – per la persona consacrata – all’esempio offerto da Gesù nella sua esperienza terrena: un dono di sé appassionato, impegnato, infinito, appreso dall’unione costante con il Padre, che non si è fermato neppure nella notte del tradimento e della morte. Amare così, in modo casto, riempie, non svuota. Se pure è sacrificio di una parte di sé – quella di un rapporto affettivo privilegiato, dell’esercizio della genitalità nel matrimonio, delle gioie di una propria famiglia – è comunque un sacrificio fecondo, che offre vita, e porta alla Vita. Per amare in questo modo è necessario riconoscere il valore positivo del proprio mondo affettivo, operare un distacco da se stessi e dalla ricerca di un tornaconto personale (più o meno intenzionale), e insieme coltivare un atteggiamento contemplativo. «L’amore del celibe deve essere un atto contemplativo. Ciò è vero non solo a motivo dei limiti fisici e spaziali propri dell’amore di un celibe (non posso essere sempre fisicamente vicino a quelli che amo, e neppure posso esprimere sessualmente il mio amore), ma anche perché nessun celibe sano oserebbe amare con particolarità e passione senza simultaneamente tenersi stretto alla mano di Dio! Questo atto equilibrato può essere compiuto solo da chi è centrato in Gesù, poiché l’amore del celibe per sua intima natura è radicalmente umano e radicalmente dimentico di sé»[iii][3]. Perciò possiamo affermare che solo la contemplazione può permettere a una persona consacrata di amare in modo appassionato ma anche libero: perché attinge all’amore del cuore di Dio che non conosce limiti. Se amare – al di là della semplice infatuazione – è avere a cuore la crescita spirituale dell’altro, ciò comporta che questo fine divenga nel tempo sempre più intenzionale, e sempre meno relegato ad essere sostenuto dagli entusiasmi del momento. Perciò l’amore della persona consacrata deve necessariamente nutrirsi di preghiera, che è il mezzo più adatto per formarsi a quell’atteggiamento contemplativo, elemento essenziale della capacità di amare e d’intimità di una persona consacrata. La preghiera mette in condizione di vivere un’intimità con Dio che diventa fonte di motivazione e insieme paradigma dell’amore–carità che vogliamo esprimere nei confronti dei fratelli. Carità che permette di valorizzare appieno le nostre energie affettive e sessuali senza negarle o viverle continuamente soggetti ad ansie colpevolizzanti. D’altra parte, come dicevamo, la nostra sessualità è un dato di natura. È l’energia che dà calore alla nostra affettività, maschile e femminile, il veicolo della nostra fecondità. E come tutte le facoltà che ci costituiscono come creature, anch’essa può trasformarsi da mezzo in fine, portando a scelte e comportamenti che contraddicono l’orientamento della propria scelta di vita. Come l’amore coniugale per le persone sposate, anche la castità per i consacrati comporta il sacrificio. I certi giorni è più facile vivere da persone caste che in altri. A volte si vive con più consapevolezza la realtà del dono, altre volte è più forte il peso della rinuncia. Per questo bisogna imparare dal cuore di Cristo come amare in modo appassionato e insieme casto; imparare a incontrare il fratello nel cuore di Dio, per non rischiare di strumentalizzarlo, di viverlo in funzione dei propri bisogni. Abbiamo bisogno della grazia di Dio per vivere il mistero della vocazione consacrata senza venire meno al paradosso essenziale della castità: amare con tutto il cuore senza possedere nessuno.
Enzo Brena
DIMENSIONE AFFETTIVA NELLA VITA CONSACRATA/6
VITA AFFETTIVA E VITA SPIRITUALE
Nulla nell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è da ritenere negativo, estraneo al percorso che ci porta alla pienezza della nostra identità. Il progetto di Dio per l’uomo, rivelato in Gesù, è il contenuto della vita spirituale, alla quale si collabora con l’esercizio della propria libertà, in un cammino di conversione che coinvolge tutta la nostra umanità.
Abbiamo notato, nei numeri scorsi, alcuni segni di immaturità personale nell’espressione di una vita affettiva adulta, e abbiamo sottolineato la latitanza dell’istituzione in un esercizio dell’autorità tale da favorire un protagonismo adulto e responsabile di fronte alla propria vocazione. Ma non è vero che tutto questo rivela anche una vita spirituale carente? Quale posto riconoscere alla vita spirituale nella crescita affettiva?
VITA SPIRITUALE E CRESCITA AFFETTIVA
Non è difficile costatare una condizione critica della vita spirituale nella VC. Nel senso che nel tempo si è divenuti sempre più inclini ad assegnare al ruolo, all’espressione delle proprie capacità, alle sensibilità personali, ecc. una valenza di autorealizzazione esagerata, pressoché univoca, con il risultato che il riferimento essenziale al progetto di Dio rivelato in Gesù è lentamente sfumato, passato in secondo piano nel vissuto dei consacrati. Ciò non significa che nella storia passata, dove c’era un’attenzione quasi nulla all’apporto delle scienze umane – se non addirittura un’aperta opposizione ad esse –, le cose andassero meglio. L’uniformità di abito, comportamenti e consuetudini nelle relazioni e nell’espressione della spiritualità, non significava necessariamente un’adesione personale più convinta ai valori ad essi sottesi, e tanto meno una maggiore maturità affettiva. L’esempio della vita dei voti è emblematico: nella vita di molti consacrati/e le forme, i comportamenti, le espressioni stereotipe, uguali per tutti, hanno prevalso sull’assimilazione del valore. Da mezzi sono stati trasformati in fini. E non solo per mancanza di maturità e convinzione delle singole persone, ma perché portati a ciò anche da una formazione che vedeva nell’osservanza puntigliosa di regole e consuetudini il modo migliore di incarnare il valore. Regole e comportamenti scambiati tout court per spiritualità. Così si manifestava invece una visione negativa del mondo fisico e affettivo, impostando il rapporto con il mondo dei desideri nella forma negativa di un continuo combattimento, piuttosto che apprezzare il patrimonio affettivo e aiutare a educare il desiderio. E insinuava la concezione di una vita spirituale che per svilupparsi aveva bisogno di divorziare dalla realtà quotidiana e dalla natura dell’uomo. In definitiva, la conformità sembrava dare esternamente l’impressione di maturità, e perciò era più tranquillizzante. Ma i risultati a cui ha condotto la pressione di conformità dell’istituzione, che dava l’innesco al latente bisogno degli individui di sentirsi a posto, si rendono visibili oggi nel timore in molti consacrati/e di fare ricorso alla propria creatività, di andare oltre il dettato delle regole o delle decisioni dei superiori; nel non saper riconoscere l’essenziale distinguendolo dal circostanziale ed esprimere così la bellezza del valore vissuto in forme necessariamente nuove; nel disagio di fronte alle occasioni in cui devono esporsi più personalmente; in una collaborazione che esprima un senso di vera appartenenza al progetto comune... nello smarrimento e nel senso di precarietà – possiamo proprio dirlo – in cui versa la VC.
DIO AL CENTRO
L’impegno della singola persona, per dare senso alla propria vita, non è delegabile. Ognuno è chiamato per nome da Dio alla pienezza di sé, alla pienezza della Vita. Perciò è sostanziale la decisione del tutto personale di dire “sì” a questa proposta di Dio. Senza questa volontà di giocarsi per Lui, e per la causa del Regno in favore di ogni uomo, anche l’obbedienza più ligia rischia di non essere autentica, la povertà più una questione di forma che di sostanza, la castità un’insieme di divieti più che un’espressione d’amore appassionata e liberante. Neppure la migliore comunità può esimere o sollevare l’individuo da questa responsabilità personale. Il meglio che una comunità può fare nei confronti delle persone è di stimolare e sostenere lo sforzo di ciascuno nel dare la propria risposta a Dio in modo autentico, profondo. E una comunità svolge questo suo compito quando si struttura in modo tale da far emergere spazi di libertà e di responsabilità, nei quali ognuno può arrivare a esprimere progressivamente il meglio di sé, nella ricerca del vero Bene, della vera Vita, della sua vera identità, di Dio. Al centro della vita di ogni uomo – e a maggior ragione di ogni consacrato/a, di ogni comunità – c’è Dio, e deve esserci Lui. Solo Dio fa unità, dentro la persona e nella comunità! Il progetto carismatico di fondo della VC testimonia proprio questa realtà: solo in Dio sta la verità dell’uomo, e il cammino che ci consegna alla nostra piena identità di uomini è stato rivelato in Cristo Gesù. L’accoglienza grata di questo progetto, e l’impegno consapevole a renderlo un umile percorso di conversione nella storia quotidiana, fa della VC un cammino di umanizzazione autentico. Per troppo tempo essa è stata intesa inadeguatamente come “via di perfezione”, e vissuta come uno sforzo di conquista personale: guadagnare Dio e il paradiso con i propri meriti personali. Un’ascesa verso Dio, carica di volontarismo e di presunzione (spesso inconsapevoli), che nel tempo si è poi rivelata un’inevitabile discesa verso l’isolamento, la durezza del cuore, lo smarrimento di senso... proprio perché costruita su una visione antropologica carente, dove si presumeva di costruire l’uomo “spirituale” a prescindere da quanto di “umano” c’è in lui, a volte dichiaratamente a spese del proprio patrimonio affettivo, inteso come “zavorra” pericolosa della quale liberarsi al più presto nel cammino formativo. La vita spirituale invece, se è autentica, non tollera dualismi. Poiché è frutto dell’azione dello Spirito, non ci porta all’Amore chiedendoci proprio di negare le energie d’amore che abbiamo a disposizione: quelle affettive, tipiche della nostra natura. La vita nello Spirito non contraddice l’opera creatrice di Dio. Piuttosto la porta alla sua pienezza, ma per vie che non corrispondono sempre a quanto noi ci aspetteremmo, e neppure a quanto noi programmiamo a tavolino. Così come non sopporta forzature. La vita spirituale ci vede partner di un protagonista indiscutibile: Dio. È Lui che si dona a noi per primo, e con il dono del suo Spirito rende possibile il dono che facciamo di noi stessi a Lui e agli altri. La crescita integrale della persona, affettiva e spirituale insieme, ha bisogno perciò di un tempo appropriato a seconda del cammino evolutivo di ognuno, delle sue esperienze di vita, dell’immagine di Dio che nel tempo si è formata dentro di lui. È un cammino quindi che va sostenuto, reso possibile, mantenuto in tensione secondo la misura tipica di ogni persona. Non c’è bisogno di forzare la mano al tempo della nostra maturazione in nome dei tempi e delle fasi di un cammino formativo standardizzato, con il quale è difficile – se non impossibile – fare attenzione alle singole persone.
SENZA DUALISMI
Dicendo queste cose non si vuole far prevalere la psicologia sulla spiritualità, e tanto meno ridurre il percorso del discepolato cristiano a questione meramente psicologica: piuttosto significa far sì che la persona possa arrivare a esprimere una vera, autentica scelta di Dio, che esprima la sua unicità, il suo incontro personale con Dio e l’effetto trasformante di questo incontro che si concretizza in un nuovo stile di vita. E questo richiede un processo lungo, elaborato, che vede interagire tutto quanto abbiamo ricevuto come dono di natura con l’offerta quotidiana della Grazia che giunge a noi nel tempo nella forma di molteplici mediazioni. Soltanto nel dialogo con Dio, vissuto nella storia quotidiana così com’è, si porta avanti il progetto che ci porta verso la felicità, la piena filiazione divina. Nulla, neanche le esperienze più negative o lo stesso peccato, può precludere definitivamente questo cammino. Purché si impari a vivere nella verità, a riconoscere il limite connaturale al nostro essere creature, a operare cioè un discernimento sistematico che porti in superficie ciò che abita le nostre profondità psichiche, il mondo delle nostre pulsioni, dei nostri desideri... e riconoscerlo come parte del nostro cammino di umanizzazione. Questo dovrebbe essere soprattutto lo scopo della formazione iniziale. Allora, nella persona non esiste contrapposizione tra dimensione psichica e spirituale: non possono escludersi a vicenda e nemmeno presumere di essere autosufficienti, di avere autonomia l’una senza l’altra. Nella consapevolezza, tuttavia, che la vita dello Spirito non potrà mai essere controllata in modo definitivo e totale dalla creatura o dalla scienza. Perciò, anche lì dove il discorso psicologico propone i suoi contributi con successo non diventa di per se stesso esaustivo. La vita spirituale costruisce sulla natura – quindi sulla psicologia – ma la supera, perché la spinge verso obiettivi che, per la loro qualità trascendente, esprimono il nostro mistero, non sono ancora pienamente a disposizione dell’individuo. E, d’altra parte, lo diventeranno nel tempo se la persona accetterà di lavorare su se stesso ora, così com’è, con la materia prima che ha a disposizione. Perché nulla di ciò che ci costituisce come persone – pensieri, affetti, corporeità, sessualità – è estraneo alla vita spirituale, strada che ci porta alla pienezza della nostra identità di uomini, “fatti come Cristo”.
AMARE LA VITA
Dopo questi chiarimenti possiamo dire che una vita affettiva serena gode della consapevolezza elementare di essere vivi e capaci di comunicare vita. Di essere creature positive, che valgono perché poste nell’essere da un Dio amante della vita e di ogni creatura, un Dio che condivide, e vuole comunicare sempre più, se stesso con ogni essere umano. La nostra vita assume tutta la sua bellezza, il suo fascino, quando viviamo un atteggiamento realistico di valore personale, che si costruisce sulle convinzioni fondamentali cui accennavamo sopra, e che si radicano sul primato di Dio e della sua opera in noi. Nella vita di una persona consacrata non avrebbe senso un atteggiamento di distanza emotiva dalle altre persone (del tipo: «io non ho bisogno degli altri») perché non sarebbe secondo la nostra verità antropologica, dal momento che il dono di Dio giunge a noi sempre attraverso la mediazione di altre creature. Oltretutto sarebbe una menzogna che darebbe inevitabilmente adito a svariate forme di strumentalizzazione inconscia degli altri. Così come non avrebbe senso ridursi a vivere in un coinvolgimento emotivo segnato da una esplicita dipendenza dagli altri (del tipo: «non saprei cosa fare se non ci fosse Tizio, Caio, la comunità...»); sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della propria libertà, oltre che una sottovalutazione della propria dignità e unicità di persone. Avere invece una sana consapevolezza del proprio essere creature, volute per amore e inserite in un progetto che è per la vita di tutta la creazione, aiuta a vivere con più convinzione la vita, come una ricerca appassionata di ciò che conta e in cui si crede: «mi sento amato e credo nella Vita, e il confronto con gli altri e con la realtà è per me importante per poter vivere in modo sempre più concreto l’amore ricevuto e i valori in cui credo». Allora le relazioni interpersonali potranno più facilmente sfuggire il pericolo di essere vissute per compiacere gli altri, e per ottenere così riscontri positivi di accoglienza, e conferme per la stima personale; o il pericolo di esprimere un senso di appartenenza rassicurante, vissuto come rifugio dal rischio di esporsi, senza lasciar emergere il meglio della propria personalità, che la vita, invece, chiede a ciascuno di esprimere.
Enzo Brena
[i][1] MERKLE J. A., I voti nella vita religiosa, Piemme, Casale Monferrato 1999, p. 337. [ii][2] Cf. SCOTT PECK M., Voglia di bene, Frassinelli, Milano 1978, p. 100. [iii][3] COLLINS J. A., «Celibate Love as Contemplation», in Review for Religious, 1/2000, p. 83.
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