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Formazione Psicologia - I meccanismi di difesa Psicologia - Personalità del bambino e religiosità Psicologia - Il sentimento di autostima Psicologia - Le quattro zone personali di vita
Cosa sono ? Siamo tutti toccati, ogni giorno, da messaggi negativi, che facciamo fatica ad integrare. Delusioni, conflitti insuccessi, esami andati male, ferite affettive, brutte figure…. Questi messaggi provocano in noi stati di ansia e sentimenti di incertezza e fragilità. Il nostro IO ne soffre, cerca così di proteggersi, di attenuare l’ansia e le paure di non amore e stima: è una questione di sopravvivenza! Questi sforzi protettivi sono, appunto, i “meccanismi di difesa”.
A cosa servono ? Essi servono a: 1. Mantenere l’equilibrio dell’IO di fronte a situazioni difficili. (Come stimarci ancora dopo un fallimento ? Come essere felici nonostante tutte le proibizioni e i divieti della società ?) 2. Proteggere e restaurare la stima di sé minacciata da forze contrarie all’ideale che mi ero prefissato. (ho fatto una scelta eppure sento emozioni contrarie; ad esempio l’uomo sposato che avverte un sentimento particolare per un’altra donna. Voglio essere forte, ma ogni tanto sento paura – voglio essere disponibile, ma sento rancore, …) 3. Neutralizzare conflitti con persone o aspetti della realtà che non mi sembra di poter risolvere. (Che fare di fronte ad una realtà che non mi sento di accettare? – Quando sono scoperto nei miei torti, come uscire dall’imbarazzo ? – Come posso vincere il mio “rivale” senza rischiare la lotta aperta ? ….) E’ chiaro quindi che questi sforzi protettivi sono una difesa contro tutto ciò che minaccia la stima di sé. Sono un processo mentale abituale (a volte patologico ) che l’IO usa per far fronte ai conflitti con la realtà esterna e/o realtà interna affettiva.
Chi li usa ? Tutti li usano, se ne servono, perché non è facile affrontare le realtà, vedersi per quello che si è, prendere seriamente le osservazioni altrui. L’uomo che non si difende mai è esposto e solo un equilibrio che credo mai risolto e raggiunto lo salva dal ritorno alle difese o dalla depressione. E’ da dire però che la fatica a riconoscere e superare questi meccanismi è legata al grado di narcisismo di cui la persona è schiava. Il concetto di narcisismo è stato formulato da Freud nell’ambito della sua teoria sulla “libido”: il narcisismo è la condizione del neonato che dirige verso di sé, per mancanza di legami con il mondo esterno, la forza “libidica”. Nella crescita poi, aumentando il legame con gli altri e le cose, si amplia l’orizzonte e l’intensità della “libido” e la persona supera il “narcisismo primario”. Anche nel caso di uno sviluppo normale, ognuno mantiene poi una componente narcisistica che, comunque, ben dominata, non disturba. Quando però la libido ritirata dal mondo esterno è stata diretta verso l’ IO (S. Freud) nasce un atteggiamento che definiremo “narcisismo secondario”. Il narcisista percepisce come realtà totale il suo corpo, i suoi bisogni, i suoi sentimenti, le sue attese, mentre tutto il resto non ha effettivamente peso, tocca solo la testa (non potrà mai essere tra gli “afflitti” che Dio consola). Raggiunge così una sicurezza soggettiva di essere più o meno perfetto, di essere migliore degli altri, di avere grandi qualità e la sua è appunto una immagine narcisistica di sé : la sua perfezione (illusione !!!) è ciò su cui basa la sua autostima. Ogni minaccia alla sua presunta sicurezza e perfezione fa scattare in lui meccanismi di difesa, di protezione del suo IO Narciso, che salvano la sua autostima e che sono per lo più inconsci. Alcuni risolvono il proprio narcisismo in una proiezione di esso su un gruppo di appartenenza, per cui possono accettare ogni critica su di sé, autosvalutarsi, darsi del “verme” … ma guai a chi sfiora il loro gruppo di appartenenza, ritenuto perfetto e inattaccabile. I conflitti tra gruppi nascono spesso da questo fenomeno di “narcisismo di gruppo”. ATTENZIONE!
L’esistenza di questi meccanismi non dice nulla sulla moralità di chi li usa e sono riconoscibili, come vedremo, dai “sintomi” e con l’aiuto di un confronto sincero e aperto con persone sagge, senza mai scartare di ascoltare le … “malignità” degli altri. Una parola anche cattiva sul nostro conto è come gettare il sale su una ferita : chi tira il sale è una bestia, però la ferita c’è !! Inoltre occorre ricordare che a volte difendersi permette di respirare, di tirare avanti, di non essere sempre in tensione : qualche difesa non guasta se è episodica, ci fa adattare alla realtà, è coscientizzabile. Il problema è che i meccanismi di difesa possono restare totalmente a noi sconosciuti, isolarci (e non farci adattare) dal reale, diventare atteggiamenti, ma così la persona sicuramente sopravvive…., ma non cresce più !!!
Vantaggi delle difese
I meccanismi di difesa non faranno crescere, però fanno sopravvivere al sicuro. Analizziamo un fatto . il marito colto in adulterio dalla moglie. La realtà gli dice : “Sei un traditore ! (= ferita alla stima di sé). Difesa . “E’ vero, però l’ho fatto perché è lei che in questi cinque anni di matrimonio mi ha esasperato con i suoi esaurimenti (proiezione). La prima ad allontanarsi è stata lei, quindi la prima traditrice è lei (razionalizzazione): infatti il tradimento del cuore è più grave di quello della carne (intellettualizzazione)”. Vantaggi : quest' uomo evita la fatica di cambiare, si assolve dalle colpe e aspetta che a cambiare sia la moglie. La realtà gli dice che è un marito che delude, ma la sua realtà psicologica gli dice che è la moglie che delude. La stima di sé è salva. A scapito della realtà, ma è salva. (vedi la donna colta in adulterio Gv. 8,1-11). In ogni difesa c’è sempre una affermazione positiva e una negativa: un no ad una realtà penosa e un sì (sono sicuro, innocente, buono,…) che può nascere non dai fatti ma dalle difese. Però è una conclusione che il soggetto vive come vera e reale. Come si diceva, tutti usiamo delle difese, ma sono superabili. Il primo passo è scoprirle: ci parlano di noi stessi e delle nostre paure, dei punti fragili dell’IO. Il secondo passo è amare e lasciarsi amare, poiché l’IO narciso, davanti all’Amore, è costretto a darsi alla fuga e l’IO vero non deve più proteggere con inutile tenacia un’autostima falsa, fondata su una presunta perfezione (o, attenzione, una totale autosvalutazione). Il falso IO si ritira e l’IO autentico si rinforza.
I MECCANISMI DI DIFESA (dagli appunti) Le difese possono essere CENTRALI (le più interne) o PERIFERICHE (le prime). Le persone normali hanno tutte meccanismi di : A) NEGAZIONE B) TRASFORMAZIONE C) INTERPRETAZIONE D) ADATTAMENTO
A) DIFESE ACCECANTI (= NEGAZIONE)
B) TRASFORMAZIONE
C) DIFESE NEVROTICHE (= DI ADATTAMENTO, le meno gravi)NEVROSI = nel tentativo di soluzione si usa lo stesso problema. Non c’è possibilità d’uscita. Si devono adottare soluzioni che escano dal problema.
STRUTTURA DINAMICA DELLA PERSONALITA’ DEI BAMBINI (6 -11 anni)
Uno dei cardini della catechesi e dell’annuncio del messaggio cristiano, come abbiamo visto, è la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo. Se ci è forse facile essere fedeli a Dio in quanto trasmettiamo ciò che abbiamo ricevuto da duemila anni e abbiamo gli strumenti in cui il messaggio cristiano appare nella sua integrità, ben più difficile è essere fedeli all’uomo. Ci illudiamo, infatti, di sapere chi abbiamo davanti e non teniamo conto di moltissimi aspetti che caratterizzano i bambini e i ragazzi. Per una corretta metodologia catechistica è necessario conoscere lo sviluppo psicologico dei bambini e dei ragazzi e a questo scopo offriamo alcune note sui dinamismi della personalità e la loro incidenza sull’apertura alla vita di fede.
1. Lo sviluppo psichico del bambino
Uno dei fattori incidenti sullo sviluppo della personalità è, secondo molti psicologi, l’ambiente culturale dell’individuo, ossia quella serie di circostanze dalle quali trae il suo stile di vita; in questo senso la personalità è la sintesi tra ciò che è proprio della natura dell’individuo e ciò che acquisisce attraverso l’ambiente culturale in cui vive (lingua, tradizioni, costumi, usanze, religione, ecc.). Il soggetto è così una realtà che costruisce se stesso attraverso l’organizzazione di ciò che è per sua natura e di tutto l’insieme dei sistemi psicofisici che determinano il suo comportamento e il suo pensiero. Detto in altre parole la personalità si struttura a mano a mano che il soggetto si sviluppa, evolve, cambia e si trasforma. L’età del fanciullo (6 – 11 anni) si caratterizza per una prima strutturazione della personalità in quanto si consolidano le funzioni dell’io emerse negli anni dell’infanzia. Vediamo ora in particolare: 2. l’attività razionale, 3. l’immagine di sé e il processo di identificazione, 4. l’espansione dell’io e l’autocoinvolgimento, 5. la valorizzazione dell’io, 6. l’interiorizzazione dei valori.
l’attività razionaleL’età tra i 6 e i 12 anni si caratterizza per l’emergere di una importante funzione: l’attività razionale. A questa età i soggetti acquistano la consapevolezza di saper pensare, passano da un pensiero totalmente dipendente dalle impressioni sensoriali (pensiero prelogico), allo stadio del pensiero logico – concreto. Il bambino è in grado ora di riflettere sulle proprie attività concrete, non solo mediante schemi senso-motori, ma con i nuovi processi mentali che ha acquisito e che la società gli trasmette. Il bambino, pertanto, a questa età è capace di ordinare, di classificare, di confrontare per giungere progressivamente ai concetti di numero, di tempo, di spazio, di velocità, anche se l’esercizio è limitato alla sfera del concreto. In altre parole egli deve sempre partire dall’esperienza concreta per arrivare al pensiero, ad esempio per arrivare al concetto di numero e per contare avrà bisogno concretamente di avere tra le mani delle palline o pensare a delle caramelle. Il nuovo stato in cui si trova, permette al bambino di orientarsi verso il mondo esterno e di aprirsi a nuovi interessi grazie appunto all’acquisizione di tempo e di spazio.
L’immagine di sé e il processo di identificazioneIl bambino nel suo divenire individuo, crescendo, ricerca la propria identità. In questo processo egli gradualmente matura un giusto concetto di sé e questo gli è possibile nella misura che stabilisce adeguate relazioni con i genitori e la società. Dal periodo della seconda infanzia e per tutta la fanciullezza le relazioni del bambino coi genitori sono caratterizzate da un comportamento che viene definito “satellite”. E’ l’età, cioè, in cui il bambino accetta un ruolo subordinato nei riguardi dei genitori, e in proporzione che stabilisce con essi un buon rapporto, acquista quella sicurezza che gli permette di allargare l’orizzonte delle sue relazioni e stabilire un rapporto positivo con gli altri. Verso i 9-11 anni il processo satellizante viene trasferito anche su altri educatori o persone significative.
L’espansione dell’io e l’autocoinvolgimentoNella misura che il bambino si distoglie dai suoi interessi immediati, diviene capace di estendere il suo senso di appartenenza oltre l’ambito della propria famiglia. Egli stabilisce, cioè, un contatto più esteso con gli adulti educatori e allo stesso tempo instaura anche rapporti più estesi coi propri coetanei. In questa età è quindi possibile l’identificazione del bambino con adulti significativi e con gruppi di impegno e la condivisione di valori morali.
Valorizzazione dell’ioL’esperienza socializzante che il bambino fa soprattutto a scuola e il ruolo che egli assume all’interno del gruppo dei coetanei favoriscono la sua definizione sempre più realistica della propria identità. Il bambino, in altre parole, valorizza il proprio io quando all’interno del gruppo si realizza assumendo un proprio ruolo accettato anche dagli altri. Bisogna tener presente che se lo sforzo del bambino non viene riconosciuto specialmente dagli adulti, egli non acquista prestigio tra i compagni e quindi si sviluppa in lui un senso di inadeguatezza e inferiorità. La valorizzazione di sé, e quindi l’inserimento positivo nel gruppo, è in stretta dipendenza dall’apprezzamento che il bambino riceve dagli altri.
Il processo di interiorizzazione dei valoriI valori non sono un qualcosa di innato negli individui, al contrario essi devono essere acquisiti e interiorizzati. Il modo in cui il bambino acquisisce i valori è quello dell’identificazione, egli cioè si conforma alle esigenze dell’adulto verso il quale si pone in atteggiamento affettivo. All’inizio questi adulti saranno rappresentati soprattutto dai genitori, verso gli 8 anni anche l’azione degli educatori e dei coetanei assume una notevole incidenza in ordine all’identificazione e conseguentemente all’assimilazione dei valori che il bambino riceve da loro. L’identificazione con i genitori rimane tuttavia sempre di estrema importanza in quanto è innanzitutto la loro condotta che costituisce il paradigma per eccellenza dell’azione morale e dello sviluppo del giudizio morale. Ciò, evidentemente, si realizza in misura che l’adulto è capace di dare sicurezza, amore e approvazione. Al contrario se l’influsso esercitato è negativo, il soggetto assimilerà dei disvalori che si tradurranno in atteggiamenti conformisti e ambivalenti che rispecchiano appunto la moralità del modello parentale. Occorre inoltre tener presente che anche una trasmissione impositiva dei valori costituisce una interferenza alla loro assimilazione e pertanto ne deriva una condotta che oscilla tra l’opportunismo e il rifiuto, che si manifesta in un accentuato egocentrismo. E’ evidente allora l’influsso determinante del gruppo sociale di appartenenza, che solo se positivo può aiutare il fanciullo a sistemare le sue esperienze individuali in un’esperienza unificata nel senso di integrazione dei valori nel proprio io e quindi con la conseguente capacità di apertura al fatto religioso.
7. La disponibilità religiosa e l’atteggiamento religioso
Studi di psicologia religiosa e ricerche sociologiche hanno evidenziato che nel bambino esiste una forte disponibilità religiosa. Occorre subito dire che questa disponibilità non appartiene alla dimensione delle idee ma alla dimensione emozionale, cioè il bambino si apre al religioso mediante l’assimilazione dei valori che l’ambiente familiare e quello sociale gli propongono. La disponibilità religiosa del bambino , attraverso la proposta di valori autentici, deve fare un salto, deve passare dalla pura e semplice “disponibilità” a una “esperienza” religiosa che si deve poi tradurre in “atteggiamento” religioso. L’atteggiamento è una strutturazione della personalità umana che orienta il comportamento, nel nostro campo si tratta allora di far in modo che il bambino assuma un modo di essere e di agire in cui tutti i fattori che incidono sulla sua personalità (affettivi, sociali, conoscitivi, ecc.) raggiungano una integrazione armonica per permettergli una relazione con Dio, secondo il modo proprio della sua età.
8. I fattori che incidono sulla religiosità del bambino
Visto che la religiosità è una disposizione naturale della persona, occorre ora vedere come nel fanciullo si caratterizza questa religiosità. Nell’azione catechistica, infatti, non si può fare a meno della conoscenza di queste caratteristiche per non correre il rischio di presentare i contenuti propri della catechesi in modo incomprensibile per i bambini di questa età. A questo proposito vedremo qual è l’incidenza dello sviluppo conoscitivo e affettivo – sociale nella religiosità del bambino.
AntropomorfismoCon questa parola si vuole indicare quando il bambino si rappresenta Dio secondo i tratti e l’agire degli uomini. Questa tendenza di rappresentare Dio con tratti umani va diminuendo con il sorgere della logica concreta, quindi a 6-8 anni il bambino anche se descrive Dio in modo antropomorfico inizia anche ad avere una certa conoscenza del fatto che Dio è un altro rispetto all’uomo. Nella misura che il bambino non identifica e non descrive più Dio come un uomo, gli attribuisce dei caratteri sovrumani, infatti il bambino verso i 7 anni è portato a considerare Dio come un “mago” o un “gigante”. Il bambino in questa età è anche capace di attribuire a Dio onniscienza e onnipresenza anche se non riesce a capire questi attributi (verranno compresi solo dopo i 9 anni). Si può affermare che il bambino, quindi, si rappresenta Dio per analogia, secondo quelle che sono le sue esperienze umane e gli attribuisce inizialmente tratti e caratteristiche umane, poi sovrumane ma sempre partendo dalla sua esperienza concreta. Piano piano la sua rappresentazione di Dio si distaccherà dal concreto per arrivare, verso gli 11 – 12 anni, ad una rappresentazione di Dio staccata dagli attributi umani e compresi nella loro espressione simbolica.
ArtificialismoAltra caratteristica della religiosità del bambino di questa età è l’artificialismo, ossia il bambino percepisce ogni cosa esistente come “fatta” da qualcuno, costruita nella sua materialità. Per quanto riguarda l’annuncio biblico della creazione, l’artificialismo favorisce nel bambino la comprensione che si tratta di un “qualcosa” fatto materialmente da Dio, però non riesce ad avere un concetto astratto di creazione. Solo verso i 9 – 11 anni il bambino riesce a comprendere la trascendenza dell’atto creatore, è infatti in questa età che ha una conoscenza più spiritualizzata di Dio. Nell’atto della catechesi è necessario evitare sia un insegnamento astratto, sia un insegnamento tendente (magari per far capire meglio) a classificare tutto come “cose materiali” “fatte”, infatti ciò accentuerebbe la tendenza antropomorfica e magico – artificialista nella recezione dell’immagine di Dio.
AnimismoCon questo termine si intende spiegare l’atteggiamento del bambino che attribuisce intenzioni all’universo inanimato. Più concretamente il bambino è convinto che ci sia una giustizia sempre presente nel mondo che punisce i suoi comportamenti. In ambito religioso il bambino è così portato a porre in relazione un determinato avvenimento (calamità naturali, disgrazie, ecc.) con l’intenzione punitiva di Dio che castigherebbe così qualche colpa commessa. Questa tendenza, molto comune nell’età scolare, sparisce verso i 12 anni. Solo verso la fine della fanciullezza il ragazzo superando l’egocentrismo si distaccherà dall’immagine di un Dio che opera artificialmente nel mondo e sarà così in grado di comprendere che l’azione provvidenziale di Dio nella storia del mondo e di ogni uomo si attua nel rispetto delle leggi fisiche che regolano il cosmo.
MagismoIn misura che la realtà creaturale è percepita dal bambino come una “continuazione” della sua stessa realtà, questa è considerata come intessuta di infiniti legami esistenti tra lui stesso e le cose in un “rapporto di partecipazione”. A livello religioso, la connotazione magica si manifesta come impossessarsi della potenza di Dio, un rendersi propizia la sua volontà per costringerlo, o almeno influenzarlo, a esaudire i propri desideri. Il bambino si fa l’idea che compiendo certi riti e dicendo certe preghiere, Dio è obbligato ad esaudirlo mettendo la sua potenza a servizio della creatura debole e bisognosa. Questo atteggiamento piano piano diminuisce fino ai 14 anni per la progressiva spiritualizzazione del concetto di Dio. Occorre anche rilevare che la mentalità magica (presente in molti adulti che non l’hanno mai superata) incide molto sulla vita sacramentale del bambino. L’inclinazione all’elemento magico, infatti, spinge il bambino di circa 8 anni a ricercare il progresso spirituale con mezzi puramente materiali (oggetti, riti, comportamenti). Questa tendenza può pregiudicare la comprensione della vita sacramentale, in particolare per quanto riguarda il sacramento dell’Eucaristia e quello della penitenza, in quanto si attribuisce alla ricezione dei sacramenti un effetto miracolistico (in altre parole si identifica il segno materiale del sacramento e il suo effetto spirituale). Compito della catechesi è allora quello di educare a una mentalità sacramentale nonostante sia presente la propensione alla mentalità magica. Solo mediante la chiarificazione del linguaggio simbolico, il superamento dell’egocentrismo e l’affermarsi di una concezione più spiritualizzata di Dio, il divino emergerà come realtà trascendente e non più manipolabile mediante gesti rituali e una preghiera tendente al verbalismo.
Relazioni parentali Se finora abbiamo visto i fattori dello sviluppo conoscitivo che incidono sulla religiosità del bambino, dobbiamo vedere ora quelli dello sviluppo affettivo – sociale. Si può affermare che l’esperienza che maggiormente incide nella religiosità del bambino è quella dei rapporti familiari. Le relazioni parentali, infatti, sono il modello per eccellenza delle relazioni che il soggetto instaura con gli altri. E’ proprio dall’esperienza di questi rapporti che egli potrà gradualmente aprirsi al rapporto con il Tu trascendente, rapporto che orienta la religiosità del bambino ad esprimersi nella vita di fede come incontro con il Dio personale. Il comportamento dei genitori nei riguardi dei figli risulta importante nel determinare quell’ottimismo di base o fiducia che riflette e favorisce un rapporto costruttivo con la realtà, l’assunzione di un progetto di vita impegnato, la capacità di amore e di donazione nei confronti degli altri; di conseguenza, tutto questo rende possibile l’accettazione di dio come senso della vita e una religiosità di donazione.
Comunicare in modo ottimale significa: prestare attenzione al SAS dell'altro
Come vi valutate? Provate un po' a rispondere a questa domanda. Riflettete con calma un paio di minuti, prima di proseguire nella lettura. Riportate qui sotto i risultati della vostra riflessione. Come mi valuto?
IO__________________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________________ __________________________________________________________________________________
Avete incontrato difficoltà? Probabilmente sì. Perché? Perché noi non siamo in grado di indicare così su due piedi qual è il valore che ci attribuiamo. Perché il senso del nostro valore è la risultante di più valori, che si estendono ad ambiti diversi. Per esempio: Apprezzano le mie prestazioni, sono davvero soddisfatto. Ma nel privato le cose non vanno particolarmente bene. Per esempio, ieri sera sono tornato a casa stanco morto e non ero ancora arrivato all'uscio che mia moglie aveva già cominciato a dire: “Senti un po', devi parlare assolutamente al ragazzo. Diventa ogni giorno più sfacciato!”. Al che le ho gridato di rimando: “Vorrei vedere che una buona volta te la cavassi da sola con i problemi educativi!”. Dopo naturalmente mi è dispiaciuto. Tuttavia l'umore era irrimediabilmente guastato”.
Che cosa significa questo?
Solo attraverso un confronto con gli altri possiamo stimare quello che valiamo
Quando facciamo qualcosa, in special modo se è la prima volta, per sapere se l'abbiamo fatto bene abbiamo bisogno del giudizio degli altri. Perciò dipendiamo dall'eco dell'ambiente che ci circonda. Quindi a decidere è: • il nostro capo, chi è che redige i rapporti migliori; • il cliente, da quale venditore preferisce farsi consigliare; • la moglie, quale comportamento del marito le piace o meno.
Ciò significa che:
nel determinare quello che valiamo dipendiamo in parte dal giudizio degli altri
Questo giudizio può essere giusto o ingiusto. Può esserci comunicato in modo simpatico oppure scortese. Un capo loda gli aspetti positivi e critica quelli negativi, l'altro nota solo gli sbagli. Un amico è comprensivo se una volta si arriva in ritardo a un appuntamento, l'altro si sente irrimediabilmente offeso.
Nei processi comunicazionali tuttavia continuiamo ad attenerci a questo giudizio
In ogni singola comunicazione può nascondersi un tale giudizio. Perciò osserviamo sempre: • se l'altro ci considera in modo positivo (questo accresce il nostro SAS) oppure: • se l'altro ci considera in modo negativo (questo minaccia il nostro SAS).
Fintantoché supponiamo che nella comunicazione del nostro interlocutore non si celi alcun giudizio o si celi un giudizio positivo, possiamo concentrarci sull'informazione. Ma se riteniamo di captare fra le parole un giudizio negativo, ci concentriamo più su questo giudizio che sull'informazione vera e propria. Ecco un esempio a tale proposito. Una coppia americana entra poco dopo mezzanotte nel ristorante di un grande albergo. L'uomo chiede in inglese al cameriere se a quell'ora c'è ancora qualcosa da mangiare. Quest'ultimo va in cucina ad appurare. Dopo alcuni minuti riappare e dice: <Purtroppo la cucina...>. L'uomo lo interrompe: “Non parla inglese?”. “ . .già chiusa. . . ” L'americano interrompe una seconda volta per informarsi impazientemente se ci sia qualcuno in quel posto che parla l'inglese. Tuttavia il capo cameriere completa la sua risposta in italiano e dice: “...però, se lo gradite, potete avere un sandwich”. Al che la donna monta su tutte le furie all'idea che in quel posto non si possa avere nemmeno un sandwich. Infatti nell'irritazione non ha capito nemmeno la parola . Che cosa deduciamo da questo esempio? - che il processo comunicazionale è cattivo se uno degli interlocutori si concentra a tal punto sull'informazione da dimenticare la persona. - se l'interlocutore si irrita, non è più in condizione di pensare razionalmente. Fraintende addirittura cose che in condizioni normali non avrebbe mai frainteso. L'americana del nostro esempio si sentiva lesa nel suo SAS. Infatti, a causa dell'atteggiamento del cameriere, preoccupato solo della informazione che doveva dare, sentiva di essergli completamente indifferente come persona.
Pertanto una regola fondamentale della comunicazione è la seguente:
quando si lede il SAS dell'altro, la comunicazione viene soffrirne
Quanto più la comunicazione ne soffre, tanto meno si svolge in maniera positiva. Infatti ora si deve fare i conti con questa . Quanto maggiore è la zavorra, tanto più difficile diventa la comunicazione. Per ridurre questa zavorra, per comunicare con successo, si deve comprendere quanto segue:
1. che cosa è il SAS? 2. come si mantiene?
1. CHE COS'È IL SAS?
Il SAS è l'unità centrale del nostro essere, a cui in definitiva riferiamo ogni cosa. A prima vista ciò può apparire strano, ma bisogna considerare che ogni individuo vorrebbe valere qualcosa. Sia che si sforzi di diventare soprattutto una o che aneli a ottenere , sia che aspiri particolarmente a essere un oppure una : di qualunque natura possano essere i loro obiettivi, quando queste persone li raggiungono, si sentono bene. Allora . Allora hanno il senso di quello che valgono.
Se considererete le motivazioni con occhio critico fino alle estreme conseguenze, constaterete che:
tutto quello che si fa, in definitiva lo si fa per mantenere, difendere o migliorare il proprio SAS
Ciò significa che ciò che facciamo (o tralasciamo di fare) mira in ultima analisi ad apparire positivo agli occhi del mondo circostante. Infatti, solo con l'aiuto di reazioni positive dell'ambiente che ci circonda (feedback positivo) anche noi possiamo vederci in una luce positiva. Il nostro prossimo rappresenta uno specchio e questa funzione è resa possibile solo dalla comunicazione. Se continuate a dubitare che ciascuno dipenda in gran parte dalla reazione del mondo circostante, provate a fare uno (o parecchi) dei seguenti esperimenti. Esperimento : in questo caso si ha un effetto immediato prodotto da una reazione negativa dell'ambiente... Pregate A di farvi il nome di alcuni animali seguito da una loro caratteristica, come ad esempio; il cane abbaia, il gatto miagola, il topo rode, ecc. Al primo animale che l'altro nomina annuite gentilmente con la testa (in segno di incoraggiamento). Al secondo iniziate l'esperimento vero e proprio: a ogni successiva enumerazione sollevate e (o) le sopracciglia, scuotete la testa in segno (ossia, date un feedback negativo) e aspettate. Al massimo dopo 3 o 4 animali l'altro perderà il suo equilibrio. Dirà o chiederà: “C'è un trucco?”,, “Come, cosa succede?”, “Ma cos'ha scusi?”, “Qualcosa non va?”, “Non capisco bene che cosa voglia da me”, “Non ci riesco”. Se l'altro è di quelle persone che quando riflettono (ossia distolgono lo sguardo da voi), continuate a guardarlo fisso lo stesso corrugando la fronte; anche lui di tanto in tanto cercherà l' del mondo circostante. Con lui arriverete al massimo alla sesta o settima enumerazione, prima che gli venga la sensazione che qualcosa non va. Senso e scopo di questo esperimento è mostrare molto chiaramente a voi e al soggetto dell'esperimento che: - in genere non badiamo alle reazioni positive del mondo circostante, le prendiamo come del tutto normali, e - non siamo in grado di eseguire nemmeno il più piccolo compito in modo ottimale se le reazioni, contrariamente alle aspettative, sono negative. Solo allora infatti notiamo quanto tutti dipendiamo da un feedback positivo.
Se doveste constatare che la persona sottoposta all'esperimento non reagisce minimamente ai vostri segnali negativi, potrete dirle che appartiene a quel 3 per cento, il cui SAS è così solido che riesce lo stesso a risolvere il compito! (Migliaia di serie di esperimenti simili hanno tuttavia messo in luce che anche questi individui al 4° o 5° test di questo tipo cominciano a dubitare delle loro capacità). Esperimento: pregate un amico di criticarvi in 15 punti. Proponetevi pure di non farvi toccare affatto dalle sue critiche, perché Voi non dipenderete certo dal giudizio degli altri. Dite tranquillo dentro di voi:“Non è che un esercizio”. Al massimo al 6° punto noterete che il vostro umore si è improvvisamente abbassato. Vi accorgerete di difendervi. Di spiegare all'altro perché agite così e così. Che cercate di chiarire che, nonostante le critiche che vi ha fatto, la vostra stima di voi stessi è ancora considerevole. Pertanto dobbiamo partire dal presupposto che: • il SAS dipende dalle reazioni dell'ambiente circostante, • le reazioni dell'ambiente avvengono sempre sotto forma di comunicazioni, • ogni comunicazione, di conseguenza, comporta una reazione. Perciò dobbiamo sapere come mantenere il SAS. Solo così infatti possiamo evitare di aggredire senza motivo il SAS dell'altro... Non dire, ad esempio: “Allora, vorrei proprio vedere una buona volta che riuscissi a cavartela da sola con il ragazzo!”. Solo allora saremo in grado di capire come possiamo aiutare l'altro a costruire il proprio SAS, dicendo ad esempio: “Non stento a credere che il ragazzo ogni tanto ti manda su tutte le furie”. Infatti, quanto migliore è il SAS dell'altro, tanto meglio avverrà la comunicazione per entrambi. E di conseguenza tanto maggiore sarà il successo che avremo.
2. Come si mantiene il SAS?
Conosciamo cinque fattori che sono necessari per mantenere il SAS (riportateli uno per uno, dopo che ne avremo discusso, nel diagramma che troverete più avanti in questo capitolo).
Il primo fattore A. Situazione
Benny, un collaboratore di una grande compagnia di assicurazioni americana addetto al contratto con i clienti, proviene da una famiglia battista. Conformemente alla sua educazione religiosa, non deve bere alcoolici né fumare, cantare o ballare. In breve, tutto quello che è fonte di gioia gli è proibito. Benny ha un buon contatto con i suoi clienti e in genere è sempre benvisto. Solo di tanto in tanto ha un problema: succede che alcuni clienti, a conclusione di una polizza, gli offrano da bere per festeggiare la decisione presa e naturalmente si aspettano che Benny beva assieme a loro. Questo mette Benny in una situazione incresciosa, perché la sua educazione non solo gli vieta di bere, ma gli vieta anche di mentire ("Purtroppo non posso per ragioni di salute..."). Quindi Benny è in un dilemma: o accettare di bere, nel qual caso però poi per ore sarà afflitto da una "cattiva coscienza", ossia si sentirà non‑OK, oppure, rifiutare di bere, nel qual caso però dovrà sentirsi delle osservazioni che gli dispiaceranno, ovvero gli si farà venire una coscienza non‑OK In altri termini: in un modo o nell'altro non si sentirà bene.
B. Analisi
La coscienza è la parte della nostra personalità condizionata dall'ambiente. Il bambino nasce senza coscienza; al momento possiede solo la sua eredità genetica (istinti, predisposizioni). Segue il principio del piacere (qui dobbiamo tener presente che definiamo "piacere" ogni soddisfazione di desiderio in contrapposizione al "dispiacere", quale consideriamo ogni impedimento del soddisfacimento di un bisogno). Il lattante vuole. Vuole saziarsi di cibo, dormire, avere aria fresca, sicurezza, protezione... A ogni impedimento risponde strillando. Un bambino piccolo non conosce altro che i suoi interessi! Non ha ancora nessuna comprensione per i bisogni dell'altro. Non sa ancora che cosa sia "buono" o "cattivo", "giusto" o "sbagliato". Non ha ancora una "coscienza". Il mondo circostante tuttavia modifica il comportamento del bambino. Dice: • questo puoi farlo! • questo non devi farlo! • questo devi farlo così e così! • questo è permesso e questo è vietato!
Dal momento che il bambino, per l'appagamento dei propri bisogni, dipende dal mondo circostante, impara presto ad adattarsi, interiorizza (accetta) i diversi precetti e divieti che Freud sintetizza col termine di Super‑io, che il linguaggio comune da tempo immemorabile si chiama coscienza. La coscienza dunque è composta da: • i precetti e i divieti (dell'ambiente circostante), • Ia "morale" (che è mutevole), • i criteri che attingiamo dall'ambiente che ci circonda.
Una volta che abbiamo accettato questi precetti e questi divieti interiormente, essi diventano parte della nostra personalità. Il linguaggio comune lo descrive con molta precisione quando parla di quella "voce interiore" che ci induce a comportarci "rettamente". Poiché l'individuo vive in una comunità, queste leggi e questi divieti adempiono a uno scopo: lo aiutano a inserirsi, gli permettono di riconoscere i diritti e la proprietà altrui. Mediante il processo di interiorizzazione i precetti e i divieti divengono una componente della sua personalità (è un processo che chiamiamo socializzazione, perché si sviluppa solo mediante la capacità di vivere all'interno di una comunità. Solo attraverso questo processo di apprendimento estremamente importante è possibile all'individuo riconoscere i diritti e la proprietà altrui). Ciò significa che la coscienza di un individuo influenzerà in modo decisivo la sua vita (e il suo SAS). Gli darà delle direttive su come deve comportarsi per non essere escluso dalla società. Tuttavia la coscienza può diventare problematica allorquando un individuo proviene da una cultura (o subcultura) minoritaria o straniera, ossia quando la comunità in cui al presente vive ha un'altra morale ( = coscienza collettiva). Come il nostro Benny, che aveva una coscienza battista in una comunità prevalentemente non battista.
Infatti a questo punto sorge un conflitto: agisco secondo la mia coscienza (e vengo respinto dalla comunità), oppure agisco secondo la coscienza collettiva della comunità (e soffro nel mio SAS)? Vediamo dunque con estrema chiarezza che:
ogniqualvolta non osserviamo un precetto o un divieto interiorizzato, ciò intacca il nostro SAS.
Infatti la "cattiva coscienza" è una sensazione psicologica di essere non‑OK. Solo quando la nostra coscienza è di nuovo "pura", ci sentiamo di nuovo OK. Per la prassi quotidiana ciò significa che se siete in procinto di indurre qualcuno a fare qualcosa che non è conciliabile con la sua coscienza, intaccate al tempo stesso il suo SAS. La sua reazione di conseguenza è destinata a sfociare in una resistenza, perché egli deve ovviamente difendere la sua coscienza (in quanto parte della sua personalità).
Un caso tratto dalla realtà
Niedermeyer che (secondo la propria coscienza) è un commerciante onesto e serio si trova di fronte alla seguente situazione:
Edsel, il suo nuovo socio, ha presentato una certa situazione in modo diverso da come stava in realtà per trarne un vantaggio per la ditta (quindi anche per Niedermeyer). Peraltro, non ha mentito direttamente, ma ha lasciato deliberatamente credere alla controparte in una trattativa qualcosa che non era vero. Questo, Niedermeyer lo è venuto a sapere "per vie traverse". Ora vuole discuterne con Edsel:
Niedermeyer: "Ma Signor Edsel, come può affermare. . . " Edsel: "Io non la capisco! Si tratta del suo vantaggio, Signor Niedermeyer! " Niedermeyer: "Questo non mi interessa affatto in questo momento! Ho lavorato per anni per crearmi la reputazione di uomo onesto, serio, per bene e affidabile..." Edsel: "Caro Signor Niedermeyer, adesso basta! Per prima cosa Lei sta sostenendo che io non sono onesto e, in secondo luogo, il commercio non è una scuola per signorine! Si deve combattere con durezza!" Niedermeyer: "Mi rifiuto di accettare i suoi metodi di trattare gli affari". Edsel: “Allora farà fallimento!> Niedermeyer: "Oppure mi cercherò qualcuno che sia disposto a lavorare con sistemi più seri. . . ! " (Come vedete, Niedermeyer ora non respinge più il modo di lavorare di Edsel, bensì la sua persona. Edsel lo avverte e reagisce di conseguenza) Edsel: "Allora se lo cerchi! Lei deve decidersi una buona volta: o mette su un campo di boy‑scout, oppure fa il commerciante. Perché gli altri andranno avanti così, che a lei piaccia o no! " (Ora anche Edsel ha attaccato Niedermeyer come persona).
Questo significa dunque che la coscienza di un individuo è stata determinata in modo irreversibile nella sua infanzia e adolescenza? No. Anche la coscienza può modificarsi. Tuttavia, in questo caso si attacca un'immagine mentale consolidata dell'altro (come si possa realizzare un simile cambiamento di immagini nell'altro sarà illustrato nel cap. 6).
Sosteniamo quindi che:
1. ogni atto di osservanza di un precetto o di un divieto interiorizzato contribuisce al mantenimento del SAS; 2. ogni aggressione a una tale immagine mentale (precetto/divieto) comporta automaticamente un'aggressione al SAS; 3. ogni trasgressione di tali precetti/divieti indebolisce il SAS. Il linguaggio comune esprime questo concetto, quando dice: "E' oppresso dalla sua cattiva coscienza" (= dal sentirsi non‑OK).
Per la prassi quotidiana ciò significa: quando vogliamo indurre qualcuno ad agire contrariamente alla sua "voce interiore", dovremmo riflettere: è realmente necessario aggredire su questo punto la sua coscienza (il suo SAS) ?
Se non lo è, astenetevi dal fare osservazioni ironiche, se volete comunicare bene. Tali osservazioni infatti esprimono indirettamente la convinzione: "la mia coscienza è migliore della tua".
Queste affermazioni costringono l'altro ad assumere una posizione di difesa. E quindi, chi può sentirsi bene con un interlocutore che lo mette alle strette? Pertanto il primo fattore è: accordo con la coscienza (riportatelo per favore nella casella superiore a sinistra del diagramma sul SAS che troverete più avanti).
Il secondo fattore A. Situazione
Paolo si ritiene un tipo attraente e allegro. Pensa che le ragazze debbano cascargli ai piedi per i suoi capelli lunghi, i jeans attillati e la sua disinvoltura da uomo di mondo. Sta di fatto invece che le ragazze ritengono che i suoi capelli siano disordinati (perché non curati) e il suo vestire in jeans sia noioso ("Ma non ha proprio altro da mettersi addosso?") e percepiscono le sue maniere "disinvolte" come troppo dirette, troppo grossolane e goffe. Risultato: quando si avvicina a una ragazza, Paolo riceve reazioni negative al posto di quelle positive che si aspetta.
B. Analisi
Come abbiamo già detto nella introduzione ci facciamo un'immagine di noi stessi. Ci siamo ritagliati un'"immagine ideale" di noi. Questo ideale implica molti fattori. Per esempio, ci vediamo onesti, nobili, bravi, "buoni", coraggiosi, attraenti, forti, ecc. Ma se una reazione dell'ambiente ci mostra che l'immagine che l'altro si fa di noi non concorda con la nostra il nostro SAS ne soffre. Si tratta per la maggior parte di informazioni che riguardano la nostra cosiddetta "macchia cieca", ossia di informazioni che gli altri hanno riguardo a noi, ma che noi stessi non vogliamo (o possiamo) percepire.
Un caso tratto dalla realtà
La Signora M., cliente di un negozio di abbigliamento si vede ancora come era parecchi anni prima: snella, di bell'aspetto, taglia 42 e più giovane di quanto non sia in realtà. Sceglie un tailleur di taglia 42, a righe orizzontali. Ma poiché nel frattempo ha messo su un bel po' di peso (e quindi è più formosa), l'abito le va troppo stretto. La commessa dice: "Devo portarle una taglia più grande?" E prende la 46. La cliente se la infila. Ora la situazione è la seguente:
• l'abito è troppo "giovanile" per il suo aspetto (dà l'impressione di voler apparire giovane "a tutti i costi"); • le rigature orizzontali la fanno apparire ancora più robusta di quanto non sia.
Risultato: altre due clienti presenti sorridono e si sussurrano qualcosa. La signora M coglie queste reazioni dell'ambiente e non si sente OK. Ha la sensazione che le due clienti abbiano riconosciuto la sua "macchia cieca". Per la prassi quotidiana ciò significa che se fate capire a qualcuno in modo chiaro e tondo che si vede "in modo sbagliato", intaccate automaticamente il suo SAS. Paradossalmente ciò vale anche nel caso che qualcuno si veda molto "piccolo", e altri gli dicano invece che è "grande" (bravo, simpatico). Si schermirà con diffidenza e si sentirà temporaneamente insicuro. Con questo tipo di individui non si deve smettere di ribadire che sono migliori dell'immagine che hanno di sé, in modo che possano imparare pian piano ad accettarsi.
Questo significa forse che non si deve affatto attaccare l'immagine ideale di un individuo? No. Anche l'immagine ideale può essere modificata. La commessa (se riesce a comunicare positivamente) può chiarire alla signora M. che un tailleur in un'altra fantasia sarebbe più adatto al suo attuale aspetto. Ma anche in questo caso intacchiamo un'immagine di sé che l'altro si è fatto. Vale a dire, anche in questo caso il metodo antinebbia dev'essere considerato basilare per quanto riguarda il modo di realizzare una tale comunicazione.
Quindi stabiliamo che:
1. ogni dimostrazione che l'altro ci vede come ci piacerebbe essere (e come pensiamo di essere) contribuisce a mantenere o a migliorare il nostro SAS; 2. ogni dimostrazione di una discrepanza (non concordanza) fra la nostra immagine ideale e l'immagine che l'altro si fa significa automaticamente un'aggressione al nostro SAS; 3. ogni aggressione al SAS sfocia sempre in una sensazione di non essere OK; 4. quanto meno OK ci si sente, tanto peggio si comunica
Quindi il secondo fattore è: reazioni positive dell'ambiente all'immagine di sé (riportatelo per favore nella casella superiore a destra del diagramma sul SAS che troverete più avanti).
Il terzo e quarto fattore A. Situazione Un uomo seduto al banco di un bar racconta al barista: "Non mi stimano! Mi creda, come vorrei che per una volta qualcuno mi dicesse: sei OK!, oppure: l'hai fatto bene! Invece no! Anno dopo anno ci si ammazza di lavoro... A che scopo, dico io? Non si ha nessun riconoscimento da parte di nessuno! Non mi fraintenda, non voglio che mi si lodi in continuazione; ma di tanto in tanto si ha pur bisogno di una buona parola! Non trova anche lei?" B. Analisi Ogni individuo ha bisogno di sentire che la sua personalità è apprezzata e le sue prestazioni sono riconosciute. Nessuno riesce a far senza queste "carezze". Poiché questo bisogno di riconoscimento da parte del mondo circostante è così essenziale, ci soffermeremo particolarmente su di esso nel capitolo seguente, e precisamente nel quadro dei bisogni umani. Infatti, comunicare in modo ottimale significa anche: prestare attenzione ai bisogni dell'altro. In via provvisoria possiamo tuttavia già ritenere che: ogniqualvolta si può inserire in una comunicazione una lode, un complimento sincero, si accresce il SAS dell'altro. Ogni miglioramento del SAS ci aiuta ad avere più successo in questa comunicazione. Pertanto il terzo e quarto fattore sono: - apprezzamento della persona - riconoscimento delle prestazioni. Entrambi possono essere trasmessi solo in forma di comunicazione.
Finora abbiamo parlato di diversi aspetti specifici del SAS, per mostrare come sia importante sentirsi bene. Abbiamo tentato di dimostrare che i sentimenti di essere non-OK possono provocare ogni possibile tipo di disturbo nei rapporti interpersonali. Pensate al cameriere del ristorante che si era concentrato troppo sull'informazione, oppure al marito così preso dai suoi problemi all'arrivo a casa da non aver alcun interesse per quelli educativi della moglie.
Ma che cosa significa la lite che è avvenuta in entrambe le situazioni? Perché l'individuo reagisce in modo così singolare quando si attacca il suo SAS, quando gli si dà la sensazione di non valere molto? Proviamo brevemente ad immaginarci l'uomo come una totalità. Per prima cosa egli deve assicurarsi la sopravvivenza. Deve assumere regolarmente una quantità sufficiente di cibo. Deve poter respirare, deve poter riposare a sufficienza. Solo quando si ammala si accorge di nuovo di quante cose abbia bisogno per sentirsi bene fisicamente. Tuttavia, finché si sente bene, non è consapevole di questa importanza. Analogamente succede per il SAS. Fintantoché nessuno aggredisce il nostro SAS, non siamo nemmeno consapevoli della sua importanza. Solo quando gli altri ci danno la sensazione di non considerarci, solo quando ci inviano segnali di non accettazione ci preoccupiamo dell'effetto che produciamo su di loro. Solo quando qualcuno ha intaccato il nostro SAS diventiamo veramente consci di questo sentimento. Un altro esempio: immaginate che un ladro vi sorprenda nella vostra abitazione, vi aggredisca e tenti di strangolarvi. All'improvviso con dolore siete costretti a rendervi conto di quanto sia importante per voi il respiro. Lo stesso avviene per il nostro SAS. Solo se ci è chiaro quanto facilmente possiamo essere aggrediti su questo punto e quanto queste aggressioni possano farci male, si può comprendere il SAS. Questo però è il primo passo per comprendere le panne nei rapporti interpersonali. Ciò vale tanto per la vita privata quanto per quella professionale. Se avrete chiara l'enorme importanza che il SAS dell'altro può assumere quando viene leso, comprenderete anche perché annettiamo tanto valore al fatto che consideriate e proteggiate il SAS del vostro eventuale partner in affari. Aiutatelo quando si sente aggredito, ossia non si sente OK.
Ancora un'ultima riflessione: il fatto che uno pensi che la cosa non lo riguardi perché si sente sempre sicuro e non conosce sensazioni non-OK è estremamente pericoloso. Spesso ciò significa che egli non è affatto in grado di riconoscere le aggressioni nei suoi confronti come tali. Quindi, magari, come il nostro marito pregato dalla moglie di aiutarla col ragazzo, fa la voce grossa con lei. Il guaio tuttavia non è che abbia alzato la voce, ma che non comprenderà mai di aver avuto torto. Per giunta, nel caso di tali individui c'è il pericolo che non prestino mai attenzione ai sentimenti del loro prossimo. Se non so apprezzare un pezzo di cioccolata offertami da qualcuno, non regalerò mai a nessuno un pezzo di cioccolata. E se non riesco a valutare il mio SAS, non potrò naturalmente farmi riguardo dei sentimenti altrui. Questo però significa che causerò dolore al mio prossimo e in definitiva penserò di essere sempre dalla parte della ragione.
Riusciamo ora a comprendere un po' meglio che il SAS rappresenta per così dire la sopravvivenza psichica, che per il nostro senso di benessere è altrettanto importante di quella fisica? In tal caso forse faremo più consapevolmente attenzione a rispettare il SAS dell'altro tanto quanto il suo desiderio di respirare liberamente. |
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